Anche se la prima fase della "guerra preventiva" anglo-americana è terminata il 9 aprile, il futuro dell'Iraq rimane pieno di incognite.
Appellandosi alla "sharia" (legge islamica) un tribunale nigeriano ha condannato alla lapidazione Amina Lawal perché ha avuto un figlio fuori dal matrimonio.
I musulmani del mondo dovrebbero essere in prima fila per impedire (forse è possibile) un'applicazione della "sharia" che colpisce al cuore lo spirito dell'islam come religione di pace.
Ancora una volta una donna musulmana nigeriana, Amina Lawal, rischia di morire lapidata, a tale pena condannata da un tribunale dello stato di Katsina (la Nigeria è una federazione) ove vige la sharia, la legge islamica (o, meglio, una certa interpretazione di tale legge), perché la ragazza ha avuto un figlio fuori dal matrimonio. La pressione dell'opinione pubblica internazionale riuscirà a salvare Amina, così come accadde a Safiya Husseini? Quest'altra nigeriana, condannata alla lapidazione per aver avuto un figlio non dal legittimo marito, nel marzo 2002 fu infine graziata perché le proteste del mondo intero - organizzate da Amnesty International, il cui sito, anche per inviare solidarietà per Amina, è: www.amnesty.it - impedirono di fatto alle autorità nigeriane di eseguire la tremenda pena comminata.
Amina è stata condannata alla lapidazione nell'agosto scorso ma, aiutata dall'avvocatessa nigeriana Hauwa Ibrahim, ha fatto ricorso. L'udienza del processo d'appello, che si sarebbe dovuta tenere il 25 marzo, è stata rinviata al 3 giugno prossimo, perché due dei cinque giudici della corte non si sono presentati nel giorno stabilito e soprattutto perché la corte ha deciso di attendere che fossero celebrate in Nigeria e nei singoli stati della Federazione le elezioni politiche, e che i nuovi eletti fossero insediati. Le elezioni - salvo colpi di scena - dovrebbero essersi svolte il 19 aprile (ma noi chiudiamo questo numero della rivista prima di tale data!).
Già colonia britannica, la Nigeria (che, con i suoi cento milioni di abitanti, è il più popoloso paese africano), dall'indipendenza, nel 1960, è stata quasi sempre governata da regimi militari ed autoritari, fino a che, dopo la morte nel '98 del generale Sani Abacha, agli inizi del '99 si sono tenute elezioni libere. Presidente - la carica dura quattro anni, come quella dei parlamentari - fu eletto Olusegun Obasanjo, ora giunto a scadenza.
Pur ricchissima di petrolio, la Nigeria sta vivendo una crisi sociale drammatica, caratterizzata da vasti strati di popolazione in preda alla miseria, dalla violenza e dalla corruzione. Il tutto, aggravato dal contrasto atavico tra gli stati del nord, a schiacciante prevalenza musulmana, e quelli del sud, a forte presenza cristiana.
Diversi stati settentrionali hanno adottato la sharia, dando di questa una interpretazione rigidissima e, spesso, fanatica.
Nel novembre scorso, a Kaduna - capitale del-l'omonimo stato del nord - fu organizzato il concorso di Miss mondo: la scelta fu considerata una intollerabile provocazione da parte di molti gruppi islamici locali che, dunque, scesero nelle piazze innescando scontri che hanno provocato decine di morti e obbligato alla fuga gli organizzatori del concorso e le miss.
È in tale contesto politico, sociale e religioso che si situa il caso di Amina. In proposito, vogliamo fare qui tre osservazioni.
Primo. Bisogna certo rispettare gli usi e costumi di ogni popolo, senza pretendere, dall'esterno, di insegnargli la civiltà (la nostra civiltà, quasi fosse l'unica). E, tuttavia, vi sono dei "sì" e dei "no" che sono diventati coscienza comune nel mondo intero; violarli offende tutti e tutte. Del resto, la Nigeria ha ratificato a suo tempo la Convenzione contro la tortura e il Patto internazionale sui diritti civili e politici: una firma totalmente incompatibile con il mantenimento della lapidazione come pena annessa.
Secondo. Dato e non concesso che sia da considerarsi un delitto avere un figlio fuori del matrimonio, ripugna alla coscienza contemporanea (non solo in Europa, ma anche in Africa) che questo "delitto" possa essere punito con la pena di morte.
Terzo. Non solo nel Nord del mondo, ma anche in diversi paesi a maggioranza musulmana, ripugna alla coscienza civile, e anche a quella religiosa, che si cerchi di basare sul Corano la legittimità della lapidazione delle adultere. Di fronte al caso di Amina, noi pensiamo, spetterebbe proprio ai musulmani - ove sono maggioranza, come in Egitto o Siria, o minoranza più o meno forte, come in Francia ed Italia - gridare alto e forte che il modo di intendere il Corano caro ai tribunali islamici della Nigeria settentrionale tradisce lo spirito del Corano, e la più profonda tradizione musulmana.
Noi pensiamo che chi ha a cuore la causa dell'islam, e ribadisce (a ragione) che questa religione predica la pace e la misericordia, non può tacere di fronte al caso di Amina (la prima di molte sorelle!). Un tale silenzio sarebbe una pietra anche contro Amina. Né ci si dica che i musulmani non nigeriani sono irresponsabili della sorte di Amina. Lo siamo tutti, nel nostro piccolo, se taciamo. Perciò Confronti, ove lavorano ebrei, cristiani, musulmani, persone di altre fedi, "laici", grida il suo no alla lapidazione di nostra sorella Amina.