La "Realpolitik" del cardinal Ruini

Anche se la prima fase della "guerra preventiva" anglo-americana è terminata il 9 aprile, il futuro dell'Iraq rimane pieno di incognite.
Riflettiamo intanto sulla prima fase del conflitto (20 marzo-9 aprile), rispetto all'Italia: come si sono espressi sulla guerra il card. Camillo Ruini ed i vertici della Conferenza episcopale? E perché certi silenzi del porporato su aspetti etici cruciali sui quali invece esplicita era stata la presa di posizione di personalità vaticane?

La caduta di Baghdad, il 9 aprile, nelle mani degli statunitensi e la festa degli abitanti della capitale per il crollo del regime dittatoriale di Saddam Hussein hanno chiuso provvisoriamente il primo capitolo della "guerra preventiva" contro l'Iraq avviata il 20 marzo dal presidente statunitense George W. Bush e dal premier inglese Tony Blair, politicamente sostenuti anche dal governo italiano. Altri capitoli, carichi di incognite, ora si aprono: ma questo riguarda l'avvenire (vedi, in questo numero, ampio servizio a pagina 13). A futura memoria, intanto, è bene ricordare che, oltre a tutto il mondo politico ed alla società civile, anche tutte le Chiese hanno dovuto misurarsi con gli ineludibili problemi etici sollevati da questa guerra. Qui, restringendo l'area di osservazione, analizziamo le reazioni dei vertici della Conferenza episcopale italiana, e cioè del suo presidente, cardinale Camillo Ruini (nel marzo 2001 per il terzo quinquennio confermato in tale ruolo da papa Wojtyla), e del Consiglio permanente della Cei - una trentina di vescovi rappresentanti le varie regioni - durante la prima fase del conflitto (20 marzo-9 aprile).

Il 24 marzo, aprendo i lavori del Consiglio, il porporato aveva espresso "solidarietà" all'azione del papa per la pace e per aver tentato di evitare la guerra o, almeno, "evitare uno scontro di civiltà, che per di più potrebbe tragicamente richiamarsi a malintese motivazioni religiose". E poi notato che questa guerra "è una prova assai difficile per le Nazioni Unite, come anche per le relazioni tra le due sponde dell'Atlantico e all'interno dell'Unione europea: questa prova pesa inevitabilmente anche sull'Italia, sconvolge i suoi consolidati punti di riferimento in Europa e nel mondo e mette a nudo ed esaspera le sue divisioni e contrapposizioni interne", augurandosi che l'Onu potesse superare la "sfida".

Nel comunicato finale dei lavori del Consiglio, diffuso il primo aprile, si ripetevano le parole di Ruini e, in riferimento al "forte e diffuso anelito per la pace, che si esprime anche nella mobilitazione di tante persone in varie parti del mondo", si precisava: "Nessuna ideologia può appropriarsi della pace: essa è dono di Dio, è iscritta nella coscienza di ogni essere umano e si alimenta con l'amicizia tra gli uomini e tra i popoli". Ancora, i vescovi auspicavano nuovi rapporti sociali "costruiti, più che sul diritto della forza, sulla forza del diritto"; ed "uno sforzo continuo e condiviso per stabilire nuovi e costruttivi rapporti tra l'Occidente e i paesi islamici".

Alla presentazione del comunicato, interrogato sul fatto che molti preti hanno esposto nelle chiese la bandiera della pace, mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, rispondeva: "Il mio parere personale è che per una chiesa la bandiera arcobaleno sia un simbolo per lo meno sovrabbondante, se non inutile: la Croce è già da 2000 anni un bel simbolo di pace, che non ha bisogno di ulteriori determinazioni". Parole che hanno provocato motivate repliche da parte di diversi preti "pacifisti".

Ma torniamo a Ruini. Nessun giudizio etico egli ha dato sulla "guerra preventiva" voluta da Bush & Soci; e silenzio totale sulle cause della crisi del-l'Onu, e cioè la decisione degli Stati Uniti (e Alleati) di iniziare la guerra anche senza l'esplicito consenso del Consiglio di sicurezza, e dunque in spregio della legalità internazionale. Come mai una tale latitanza in un cardinale sempre così esplicito quando si tratta di criticare le leggi civili sul divorzio e sull'aborto? Né il porporato doveva andare lontano per ispirarsi: il presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, mons. Renato Raffaele Martino, e il "ministro degli esteri" vaticano, mons. Jean-Louis Tauran, avevano definito eticamente e giuridicamente inammissibile la "guerra preventiva" di Bush; con ciò non avevano assolto dai suoi crimini Saddam Hussein, ma ribadito che non era bombardando Baghdad che si riportava la democrazia in Iraq e la pace in Medio Oriente.

Certo, se la dirigenza della Cei avesse fatte proprie le tesi di Martino e di Tauran, i "cattolici" del--l'Udc (Unione dei democratici cristiani) - i Casini, i Buttiglione, i Follini - si sarebbero trovati in una situazione insostenibile, quasi "obbligati" ad abbandonare il governo Berlusconi. Perciò Ruini ha lasciato al Vaticano la "profezia" (ma il portavoce della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, il 20 marzo, salomonicamente spartiva tra Saddam e Bush le responsabilità della guerra iniziata quel giorno), mentre si è riservato la "Realpolitik", anche per poter continuare a chiedere, ed ottenere, dal governo in carica, privilegi per la vita concreta della Chiesa cattolica, a cominciare dalla scuola.

Di fronte alla tragedia della guerra è doveroso rilevare tali macroscopiche contraddizioni. Non sarebbe una novità che, per un piatto di lenticchie, una chiesa si metta la museruola. Ma il vertice Cei rappresenta solo uno spicchio della Chiesa cattolica italiana: in essa molti e molte hanno gridato contro la "immoralità" di questa guerra. Il 20 marzo, in una lettera alla sua diocesi di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Bregantini scriveva: "Facendomi interprete della voce dei nostri sacerdoti, raccogliendo le ansie e le preoccupazioni di tantissimi nostri fedeli, esprimo la più ferma condanna per l'irresponsabile guerra d'aggressione scatenata dall'attuale dirigenza degli Stati Uniti d'America, con il concorso di altre nazioni europee e con l'appoggio dell'attuale Governo dell'Italia, da cui ci dissociamo fermamente". Parole che rimangono vere anche dopo la caduta di Baghdad in mani statunitensi.

David Gabrielli