Europa cristiana, l'inutile diatriba

In Italia si è molto discusso della proposta di inserire nella futura Costituzione europea un richiamo esplicito alle radici giudaico-cristiane del vecchio continente. La Convenzione europea, che sta preparando la bozza della futura Costituzione, l'ha bocciata. Ha invece previsto, all'articolo 37, un riconoscimento per lo status e la funzione delle Chiese nella società europea.

Pare che solo un cittadino italiano su cinque sia al corrente che a Bruxelles si sta elaborando la nuova Costituzione per la imminente Europa a 25 membri. L'Europa non può essere solo un mercato. L'Europa deve avere un'anima. (Lo ha detto anche Jacques Delors). E su come definire "l'anima" del-l'Europa di sono confrontati in molti in questo periodo.

Le ideologie hanno diviso, i valori uniscono le persone di buona volontà che intendono ispirare la loro azione ai grandi principi di umanità, di pace e di solidarietà. In questo contesto i credenti, in particolare i credenti cristiani, possono portare un'alta testimonianza nella vita politica e istituzionale, trovando intorno ai loro valori e alle loro impostazioni vasti consensi.
Non tutti però la pensano a questo modo, in particolare quelli che hanno proposto di inserire in uno dei primi articoli della nuova Costituzione europea un riferimento alle radici religiose giudaiche e cristiane come fondanti dell'identità del nostro continente.

Un tentativo, molto strombazzato in Italia, ma per la verità assai poco considerato e discusso in Europa. Logico quindi che la Convenzione europea, nell'elaborazione degli articoli della nuova Costituzione, abbia ritenuto non pertinente questo tema e si sia invece dedicata all'elaborazione di articoli che ponessero il rapporto tra Stato e Chiese su basi di libertà e di mutuo rispetto reciproco.
Così, il giorno 4 aprile il Presidium della Convenzione europea (l'organo che ha funzione di propulsione per la Convenzione e le fornisce la base di lavoro) ha presentato in aula la sua proposta di articoli su "La vita democratica dell'Unione".
Tra questi articoli c'è anche il numero 37 che sancisce come nella regolamentazione del rapporto Stato-Chiese siano competenti le singole legislazioni nazionali (al primo comma: "L'Unione europea rispetta e non pregiudica lo status previsto nelle legislazioni nazionali per le chiese e le associazioni o comunità religiose degli stati membri"; al secondo comma: "L'Unione europea rispetta ugualmente lo status delle organizzazioni filosofiche e non confessionali").

In un altro comma dello stesso articolo - il terzo - si afferma che vi sarà un dialogo fra le istituzioni europee e le confessioni religiose ("L'Unione mantiene un dialogo costante con tali Chiese e organizzazioni, riconoscendone l'identità e il loro contributo specifico").
Si tratta di una richiesta, emersa anche nel documento congiunto cattolici-protestanti-ortodossi dello scorso dicembre, di un dialogo "strutturato", cioè della prefigurazione di un luogo di dialogo e di confronto con le confessioni religiose.

Tanto per dare un esempio concreto, il presidente della Commissione europea Romano Prodi si è dotato di due gruppi di lavoro, uno dedicato ai problemi della multiculturalità, l'altro dei principi e dei valori. Ambedue questi gruppi di fatto svolgono una funzione di dialogo con le fedi religiose. Si tratta quindi di dare una sanzione esplicita a questo tipo di attività.
Semmai la cosa degna di menzione è che nel riconoscere queste funzioni alle Chiese l'articolo 37 segna una simmetria tra queste e le "organizzazioni filosofiche e non confessionali", che hanno, così come nella dichiarazione n. 11 allegata al Trattato di Amsterdam, la stessa posizione e la stessa dignità delle Chiese.

Sembrano articoli accettabili. Quello che potremmo aggiungere a questi articoli è una menzione esplicita della "libertà delle Chiese" che si possa aggiungere alla libertà religiosa del singolo che viene sancita con molta chiarezza nella carta europea dei diritti fondamentali.

Il presidente della Convenzione europea, Giscard d'Estaing, ha risposto all'emendamento sulle radici giudaiche e cristiane presentato da Gianfranco Fini a nome del Governo italiano rinviando al Preambolo che verrà preposto alla nuova Costituzione europea.
Del preambolo ci si occuperà alla fine del lavoro della Convenzione. Riterrei però appropriato un richiamo ai "valori religiosi" tout court, cioè un richiamo includente e non escludente.
Infatti un richiamo a talune confessioni religiose piuttosto che ad altre verrebbe a creare di fatto cittadini di serie A, quelli che si riconoscono nelle radici ufficiali, e cittadini di serie B, quelli che si riconoscono in radici non ritenute parte della identità europea. In realtà libertà religiosa e laicità dello Stato sono tutt'uno. Non vi è piena libertà religiosa se lo Stato favorisce questa o quella confessione.

Naturalmente, dietro queste proposte e queste affermazioni vi è un dato concreto. Si tratta dell'idea di difendere l'identità europea nei confronti dei grandi processi migratori, della ormai rilevante presenza musulmana nei nostri paesi.

Ma non è questa la reazione giusta. La reazione giusta è quella di affermare i diritti umani e di libertà, in Italia, in Europa e nel mondo. Diritti umani e di libertà che sono universali e che quindi devono essere difesi ed affermati in ogni parte del mondo, a Occidente come ad Oriente, al Sud come al Nord.

Valdo Spini