Il caleidoscopio dell'8 per mille

Da quando è nato, l'otto per mille è al centro di vivaci polemiche. Ma oggi, quante e quali confessioni religiose si servono di questo metodo di finanziamento? E in che modo ciascuna di esse impiega il denaro così raccolto? Intanto resta il nodo di chi per ora ne è escluso.

All'inizio fu il concordato. Dopo decenni in cui a pagare gli stipendi ai sacerdoti cattolici italiani pensava lo stato con la cosiddetta "congrua", nel 1984 si è ritenuto più giusto, per onorare la laicità dello stato, che i soldi escano direttamente dalle tasche dei contribuenti. E così è nato l'otto per mille: inizialmente si stabilì che ogni cittadino poteva destinare appunto l'otto per mille della propria imposta sul reddito (Irpef) alla chiesa cattolica o allo stato; poi, con gli anni, anche altre confessioni religiose hanno aderito a questo sistema. Un sistema che soddisfa alcuni, lascia perplessi altri, indigna altri ancora. Un meccanismo complesso, che però a volte s'inceppa. Sicuramente, una cartina di tornasole per cogliere le differenze esistenti tra le varie confessioni ed una lente d'ingrandimento per vedere da vicino le caratteristiche, le contraddizioni, gli slanci interni ad ognuna di esse.

Otto per mille: quelli che lo utilizzano
Con i suoi 37.634 sacerdoti, 228 diocesi, 95.000 chiese e 1.535 monasteri, la chiesa cattolica è senz'altro la "prima donna" dell'otto per mille, e utilizza i fondi per tre finalità. Con riferimento ai dati del 2001, il maggiore capitolo di spesa, pari a circa il 43% della somma complessiva, è rappresentato dalle esigenze di culto: dalle spese diocesane per la pastorale a quelle per la catechesi, dal finanziamento per i tribunali ecclesiastici regionali ai costi per costruire nuove chiese e tutelare i beni culturali ecclesiastici.

Il secondo posto nel bilancio della Conferenza episcopale italiana è occupato dal sostentamento al clero, cui è destinato il 38% delle risorse. I sacerdoti cattolici non vivono solo grazie all'otto per mille, ma anche grazie a remunerazioni proprie per il lavoro prestato in parrocchia, in diocesi, così come nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, e alle "offerte per il clero", che ammontano al 5% del fabbisogno annuo. L'otto per mille, ad ogni modo, assicura più della metà delle entrate.

Gli interventi caritativi sono relegati al terzo posto, con una somma pari a circa il 20% degli introiti complessivi. "La raccolta per la carità è assicurata in parte già dalle parrocchie, dove è più facile reperire contributi per tali scopi che, ad esempio, per restaurare un edificio", dice la dottoressa Maria Grazia Bambino, dell'ufficio stampa dell'agenzia della Cei che si occupa dei finanziamenti alla Chiesa cattolica. Ed aggiunge: "Prima non esisteva un contributo importante per la carità. La "congrua" serviva solo per il sostentamento del clero". Dunque, è solo il 20%, ma è già un passo avanti. L'impegno della chiesa cattolica non va solo in direzione dei settori tradizionali (interventi nei paesi del terzo mondo, assistenza ai malati, agli anziani, ai tossicodipendenti), ma si rivolge anche a nuove emergenze sociali: la tratta di minori e donne, gli immigrati, le vittime dell'usura e in generale le vittime delle nuove forme di povertà.

"La nostra chiesa esiste finché le persone credono che nella loro città ci sia bisogno di predicazione evangelica", afferma Maria Bonafede, pastora e vicemoderatrice della Tavola Valdese. Per questo l'Unione delle chiese valdesi e metodiste, così come le chiese avventiste e le Assemblee di Dio, rifiuta di utilizzare i fondi dell'otto per mille per il culto e per il sostentamento del clero. Rimangono opere sociali e culturali. "In questo modo rispettiamo il principio di laicità dello stato: lo stato ci "appalta" dei servizi sociali", spiega la pastora Bonafede.

La chiesa valdese-metodista impiega la sua quota al 70% in Italia e al 30% all'estero. Alle attività più tradizionali, "ereditate dai padri", (come case per anziani, ospedali), si affiancano problemi di maggiore attualità ("sono le cose più appassionanti", confida la pastora Bonafede): progetti di produzione biologica in Sicilia; sostegno economico ai parenti dei desaparecidos italo-argentini per venire in Italia a seguire il processo contro i generali italiani responsabili delle sparizioni. C'è anche un progetto per la costruzione di un pozzo ed una chiesa in Brasile, proposta da un prete cattolico e sovvenzionata insieme alla chiesa cattolica. L'iniziativa, comunque, spesso nasce "dal basso", da proposte di organizzazioni non governative (ad esempio Medici senza frontiere) e di cooperative.

Il pastore Ignazio Barbuscia, segretario tesoriere dell'Unione delle chiese avventiste del Settimo giorno cita alcuni paesi in cui la sua chiesa è presente curando case di riposo, costruendo pozzi, curando orfani: Romania, Colombia, Ruanda, Filippine e altri ancora. In linea generale questi interventi sono realizzati in collaborazione con Adra, la ong mondiale delle chiese avventiste. In Italia, a parte il sostegno alle Adra locali che si occupano dei poveri, degli orfani e degli extracomunitari, si scoprono anche iniziative singole e singolari: un progetto anti-fumo nelle scuole, a Catania; un centro di accoglienza perché i pazienti meridionali dell'ospedale Carlini, a Genova, non vengano sfruttati dagli alberghi del capoluogo ligure; l'iniziativa "un sorriso a Genova", per permettere ad anziani detenuti delle carceri genovesi di pagarsi il dentista.

Anche le Assemblee di Dio in Italia destinano la loro quota dell'otto per mille esclusivamente alle missioni (Burkina Faso, Costa d'Avorio, Liberia, Nigeria, Ruanda, Zaire) e alla beneficenza. L'attenzione è puntata su anziani, tossicodipendenti, orfani, alla ricerca sul cancro e la leucemia. Ma c'è anche un progetto per spesare colonie elioterapiche per i bambini della Bielorussia colpiti dalle radiazioni di Chernobyl.

Per i luterani il discorso è diverso: i ministri di culto sono pagati anche con i soldi dell'otto per mille. "C'è stata una lunga discussione, sappiamo che questa decisione ci differenzia dalle altre chiese protestanti, ma ci è sembrato giusto così", spiega Christiane Groeben, vicepresidente del concistoro e tesoriera della chiesa luterana in Italia. Il motivo? "Siamo pochi, le nostre comunità sono molto sparpagliate, e i pastori sono sempre in giro. Per esempio, c'è un solo pastore per Napoli, Ischia, Capri e Sorrento. E la presenza del pastore è fondamentale per la vita della comunità". La chiesa luterana, ad ogni modo, impiega la propria quota di otto per mille anche in altri modi. Per opere sociali (ad esempio, una scuola a tempo pieno a Torre Annunziata, per permettere ad entrambi i genitori di lavorare tutto il giorno), attività missionarie, progetti di evangelizzazione in Italia. Infine, per l'incentivazione della cultura, un modo per celebrare "l'espressività che l'uomo ha avuto da Dio", continua Christiane Groeben; un esempio per tutti, la mostra su Johann Sebastian Bach a Napoli.

Gli ebrei italiani non utilizzano l'otto per mille per sostenere i rabbini, ma le spese per i luoghi di culto sono molto consistenti: "È un grosso problema: sinagoghe stupende di cui si devono far carico comunità esigue, che da sole non sono in grado", spiega Giacomo Saban, vicepresidente dell'Unione delle Comunità ebraiche. Che continua: "Le somme sono quelle che sono e le richieste sono continue. È molto difficile ripartire la quota dell'otto per mille tra le varie esigenze, ma la memoria va conservata anche con i monumenti, le sinagoghe, i cimiteri. Col rischio di essere accusati di occuparci dei morti più che dei vivi". E veniamo ai vivi: una seconda voce delle destinazione dei fondi dell'otto per mille è proprio per loro, ossia per le opere sociali. Una grossa somma va all'ospedale israelitico della Magliana a Roma, un nosocomio geriatrico che, a dispetto del nome, non è aperto solo agli ebrei ma a tutti.

Oltre alle opere sociali e alla conservazione del patrimonio artistico, gli ebrei italiani dedicano la loro quota dell'otto per mille anche alla cultura (per fare solo un esempio, una rappresentazione non antisemita del "Mercante di Venezia" di Shakespeare), e all'educazione.

Quelli che restano ancora fuori
Musulmani, buddhisti e testimoni di Geova non dispongono di un'Intesa e quindi non sono in grado di prendere parte al sistema dell'otto per mille.

I buddhisti e i testimoni di Geova, seppure non accedano ancora all'otto per mille del gettito dell'Irpef, lo faranno presto, o almeno sperano. Entrambi, infatti, hanno compiuto il passo propedeutico, ossia la firma di una bozza di intesa ed entrambi attendono che venga ratificata dal Parlamento. Per ora il governo non sembra attivarsi. Sia gli uni che gli altri, comunque, già sanno come utilizzeranno i fondi dell'otto per mille. I testimoni di Geova per scopi umanitari, per ricerca scientifica su metodiche alternative all'emotrasfusione e per borse di studio ai giovani. Tutto quello che entrerà, dunque, uscirà subito. Le spese di culto verranno sostenute come avviene ora, ossia "solo con contribuzioni volontarie dei nostri fedeli", afferma Sergio Rosati, responsabile degli affari giuridici e delle pubbliche relazioni dei testimoni di Geova.

Per quanto riguarda i buddhisti, i fondi dell'otto per mille andranno ad attività di culto e ad attività umanitarie, all'estero soprattutto in favore di popolazioni orientali (esistono già, per fare qualche esempio, progetti in Tibet, per il sostegno ai bambini cambogiani mutilati, per la costruzione di ospedali in Ladac, India). In Italia l'attenzione dei buddhisti si rivolge e si rivolgerà ai senzatetto, agli immigrati dal sud-est asiatico, ma anche a spesare i viaggi di maestri dall'oriente perché vengano ad insegnare nel nostro paese. Una parte dei fondi verrà poi destinata al culto; ma "non sarà una percentuale consistente come quella che la chiesa cattolica riserva ai sacerdoti", afferma Mariangela Falà, presidente dell'Unione buddhista italiana.

Lo stato: quando i conti non tornano
Chi paga le tasse ha un'alternativa "laica": se non vuole destinare l'otto per mille della propria imposta ad una confessione religiosa, lo può indirizzare allo stato. Che, come previsto dalla legge 222/85, utilizza questi fondi per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali.

Delle quattro finalità citate, la conservazione dei beni culturali la fa da padrone, dato che assorbe il 77% delle risorse. "Il motivo è che le domande per i beni culturali sono straordinariamente maggiori rispetto alle altre", spiega la dottoressa Zaccaria, della Presidenza del consiglio dei ministri. Il 41% degli interventi, peraltro, ha per oggetto edifici di culto. I finanziamenti alla chiesa cattolica, usciti dalla porta, rientrano dalla finestra? No, rispondono alla Cei, non c'è da stupirsi di questo rapporto: in Italia circa il 70% del patrimonio artistico è di carattere religioso. Gli edifici destinatari dei fondi dell'otto per mille sono in gran maggioranza cattolici, ma anche valdesi ed ebraici. "Ci è sembrato giusto mettere dentro anche altre confessioni religiose, abbiamo voluto dare un segnale di equilibrio - continua la dottoressa Zaccaria -. Un equilibrio che potrebbe essere ancora maggiore se aumentassero le domande da parte di non cattolici".

All'assistenza ai rifugiati va quasi il 10% delle risorse statali, a completamento di un progetto che l'anno scorso aveva già avuto un contributo più consistente. Alle calamità naturali viene riservato il 14%. "Per questa categoria ci sono già molti altri provvedimenti statali e regionali". Alla fame nel mondo va un improbabile 0,45% del fondo otto per mille. La dottoressa Zaccaria spiega così questa cifra: "Il ministero degli esteri nei primi anni ha avuto difficoltà nel controllare a posteriori l'investimento. Siamo ancora in una fase di rodaggio. Si stanno cercando organismi pubblici che diano maggiore garanzia agli investimenti".

La suddivisione del fondo statale dell'otto per mille, comunque, lascia dei dubbi. Certo, la situazione attuale rappresenta già un passo avanti rispetto a quella precedente, quando ogni ministero gestiva i fondi a lui spettanti con illimitato esercizio di discrezionalità politica, al punto che il parlamento chiese che la materia venisse regolamentata, come accadde col dpr 76/98. Ma le falle sono ancora visibili. A partire dalla verifica a posteriori degli investimenti: "Il regolamento attuale dice poco o niente sui controlli a posteriori", ammette la dottoressa Zaccaria. Che continua, "ogni ministero competente gestisce i fondi a lui affidati dalla presidenza del Consiglio, ma il sistema è scarsamente soddisfacente, non ci sono criteri uniformi".

Il pomo della discordia
Fin qui il funzionamento "normale" dell'otto per mille. C'è poi tutto un capitolo a parte, che viene scritto quando il contribuente non destina espressamente l'otto per mille della sua imposta né allo stato né ad alcuna confessione. In tal caso - e si tratta di più del 50% delle dichiarazioni dei redditi - la somma non attribuita viene ridistribuita tra confessioni religiose e stato secondo la proporzione risultante dalle scelte espresse. Su queste quote "ripartite" si sollevano discussioni, s'intrecciano polemiche, si lanciano accuse.

Innanzitutto, questi fondi il cittadino non li ha attribuiti a nessuno. E dunque, a che diritto le confessioni se ne appropriano? È questo il motivo che ha spinto le Assemblee di Dio in Italia a rifiutarsi di riceverli. "Sarebbe disonesto", taglia corto il pastore Francesco Toppi, il loro presidente. Anche i testimoni di Geova, quando accederanno all'otto per mille, si rifiuteranno di ricevere le quote ripartite.

Inizialmente anche la chiesa valdese e metodista, le chiese avventiste e l'Unione delle comunità ebraiche avevano opposto il loro diniego. Poi qualcosa è cambiato. Spiega la pastora Maria Bonafede: "Innanzitutto è cambiato il modo di raccolta delle imposte: molti non devono fare personalmente la dichiarazione dei redditi, perché è il datore di lavoro o il commercialista a farla, e dunque non firmano; in secondo luogo abbiamo visto che i soldi dell'otto per mille non stravolgevano - come temevamo - la vita della nostra chiesa; infine abbiamo fatto la considerazione che, comunque sia, la ripartizione avviene lo stesso, starne fuori è un fatto di purezza ma non cambia nulla". Sulla stessa linea si trovano il pastore Barbuscia, delle chiese avventiste del settimo giorno, e l'Unione delle comunità ebraiche: "Con le quote ripartite si possono fare buone cose, salvare edifici, aiutare persone o istituzioni periclitanti", afferma il professor Saban. Gli fanno eco, infine, i buddhisti: "Se entriamo in questo gioco, giochiamo fino in fondo", afferma Mariangela Falà.

Cattolici e luterani accettano il sistema della ripartizione da sempre. "Consideriamo l'otto per mille non un segno di appartenenza ad una chiesa, ma una tassa sociale e culturale, che va comunque versata", spiega Christiane Groeben. Dunque, non c'è motivo di considerare improprio l'utilizzo di tale fetta di denaro pubblico. Lo stesso fa la chiesa cattolica, le cui quote ripartite sono un ammontare molto consistente. E su questo negli anni scorsi sono piovute molte critiche. L'otto per mille era visto dalle altre chiese come un meccanismo per assicurare alla chiesa cattolica fondi immeritati. Ma ormai anch'esse - o almeno quasi tutte - partecipano allo stesso sistema.

Otto per mille, condannato o assolto?
Ma dalla discussione sull'otto per mille si levano anche delle voci fuori dal coro. Si tratta dell'Unione delle chiese battiste: l'Intesa con lo stato italiano è stata ratificata, ma questa comunità evangelica rifiuta di accedere ai fondi dell'otto per mille. "È stata una decisione presa a stretta maggioranza", racconta il pastore Franco Scaramuccia, membro del comitato esecutivo dell'Unione e presidente al momento della stipula dell'Intesa. "C'è un elemento di competitività tra stato e chiesa che non possiamo accettare, spiega Scaramuccia, le persone non si fidano dello stato. Ora, la sfiducia si combatte ridando efficienza allo stato. Invece lo stato italiano abdica al suo impegno delegandolo alla chiesa". Ma come si vive senza l'otto per mille? "Camminiamo con difficoltà, ma con le nostre gambe", dice il pastore Scaramuccia.
Gli fa eco Marcello Vigli, delle Comunità cristiane di base, da sempre contrario al sistema. Un meccanismo che secondo lui va eliminato: "Siamo in un paese in cui la legalità viene messa in discussione", denuncia Vigli. Le chiese, secondo lui, dovrebbero essere destinatarie soltanto di offerte volontarie, di soldi usciti dalle tasche dei loro sostenitori, e non di un fondo sottratto alle casse dello stato qual è quello dell'otto per mille.

Ma, appunto, Scaramuccia e Vigli sono voci fuori dal coro. Il quale ormai canta possente, composto com'è dalle molte confessioni che hanno aderito al sistema dell'otto per mille. Christiane Groeben, dei luterani italiani, non vorrebbe cambiare il sistema. Dice infatti: "In Italia noi siamo 7.000, ma firmano per noi 45.000 persone, che conoscono i luterani e li apprezzano. Quello che facciamo con questi soldi non è solo per le nostre comunità, ma anche per rendere un servizio a tutti".

Iacopo Scaramuzzi