In viaggio nell'Italia delle religioni

"Confronti" ha organizzato un seminario di studio itinerante per incontrare musulmani, sikh, buddhisti, induisti, valdesi, ebrei e greco-ortodossi che - da secoli, o da pochi decenni - vivono in Italia, arricchendone il panorama spirituale. I problemi delle "Intese" delle religioni non cattoliche con lo Stato.

L'Italia sta sempre più diventando multi-religiosa. Questo è un dato assodato, seppure da alcuni accolto con simpatia, da altri con timore, anche perché questa molteplicità religiosa è strettamente legata con l'aumento, negli ultimi anni, dell'immigrazione da Paesi asiatici, africani, est-europei. Nel nostro paese, poi, vi sono anche presenze non-cattoliche antichissime, e tuttavia spesso ignorate. Insomma, in un quadro dove ovviamente prevale il cattolicesimo romano, con le sue luci e le sue ombre, ci sono anche altri punti di riferimento religioso. Per contribuire a conoscerne almeno alcuni, Confronti dal 28 marzo al 1° aprile ha organizzato un seminario di studio viaggiante, di cui qui offriamo qualche flash (dando più spazio alle religioni di cui raramente ci siamo occupati sulla nostra rivista, e solo dei cenni ad Ebraismo ed Islam, di cui trattiamo in ogni numero).

Islam, seconda religione in Italia
Il nostro viaggio è iniziato con la visita al Centro culturale islamico di Roma, che ha al suo centro la moschea - al momento, la più grande d'Europa. Questo, infatti, in un certo senso, è il cuore ideale della comunità musulmana che si trova ora in Italia. Una comunità che, con i suoi oltre 800mila fedeli, dopo la Chiesa cattolica è la più numerosa religione del paese. In Italia i musulmani fanno riferimento soprattutto a quattro organizzazioni: 1) Ucoii (Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia), nata nel 1990 e considerata l'organizzazione islamica più radicata sul territorio; 2) Il Centro culturale islamico d'Italia. Tra le varie organizzazioni musulmane, questa è l'unica giuridicamente riconosciuta dallo Stato italiano; 3) Lega musulmana mondiale - sezione italiana, connessa alla Lega musulmana mondiale, una ong islamica che ha la sede centrale in Arabia saudita; 4) Coreis (Comunità religiosa islamica), alla quale fanno riferimento alcuni musulmani italiani concentrati soprattutto a Milano.

Se il grosso di questi fedeli sono immigrati (il gruppo più consistente viene dal Maghreb), vi sono anche cinquantamila musulmani italiani (diecimila italiani convertitisi all'islam e quarantamila immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana). Tra queste varie organizzazioni vi sono profonde affinità, ma anche alcune divergenze nel modo di intendere il possibile adattamento della tradizione religiosa musulmana al contesto culturale italiano ed alla legislazione vigente. Anche per questa ragione, finora i musulmani in Italia non sono riusciti a presentarsi con una rappresentanza unitaria allo Stato, per trattare un'Intesa (prevista dalla Costituzione, che all'articolo 8 regola i rapporti delle religioni non cattoliche con lo Stato).

La prima pietra del Centro culturale islamico - progettato, con ardite e convincenti soluzioni artistiche, dall'architetto Paolo Portoghesi - è stata posta nel 1984, su un terreno di tre ettari donato dal comune di Roma, nella zona di Monte Antenne. Il Centro (che contiene anche una grande biblioteca, e sale per riunioni) è stato inaugurato il 21 giugno 1995, presente l'allora presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro e alte personalità vaticane. Il Centro è stato finanziato da 23 paesi: non solo l'Arabia saudita, ma anche - tra gli altri - Indonesia, Bangladesh, Mauritania, Sudan.

Oltre a quella di Roma, in Italia vi sono solo altre due vere e proprie moschee (Milano e Catania), e poi circa 130 luoghi di preghiera (cioè saloni, palestre o garage, adattati per la preghiera). Per la costruzione di moschee i musulmani trovano continui ostacoli. A Mazara del Vallo (Trapani) vi sono cinquemila musulmani tunisini, i cui figli vanno là a scuola, che hanno chiesto di costruire una moschea. Ma le autorità - forse sollecitate dal vescovo locale - finora hanno negato il permesso. Al fondo della questione è la domanda: l'Islam, in Italia, è una realtà transeunte, legata ad una "provvisoria" presenza di immigrati qui per motivi di lavoro, o è (come già è) e ancor più sarà (con la seconda e terza generazione) una presenza permanente, anch'essa parte del panorama italiano?

Il "Guru Granth Sahib" dei Sikh
Quando, la sera, arriviamo a Novellara (Reggio Emilia), già da lontano si vede, stagliata nel cielo blu, la sagoma illuminata del tempio Sikh, ove ci accolgono calorosamente, ci pregano di mangiare e bere insieme (cibo rigorosamente vegetariano, e bevande non alcoliche), e quindi ci invitano nel tempio. Al centro della sala, verso la parete, su una specie di altare sovrastato da un baldacchino e ornato di fiori e lumi, è deposto il Sacro Guru Granth Sahib - il Signor Maestro Libro. Un anziano legge alcune pagine del Granth (libro), scritto in lingua punjabi, recita delle preghiere, cantilenando, seguito dall'assemblea dei fedeli raccolti intorno. Poi il Granth, ricoperto con un lino bianco, ripiegato con cura, processionalmente viene portato in una stanzetta laterale, posto con riverenza in un lettino, e messo sotto le coperte. La stanzetta è riscaldata d'inverno, e ventilata d'estate. Il libro "riposerà" là durante la notte, e la mattina - sempre processionalmente - sarà riposto sull'altare.

"Questa cura - ci spiega Ram Krishan Singh, uno dei leader della comunità - sta a significare che noi veneriamo, quasi fosse una persona, il libro che ci offre la parola del Signore. Ma naturalmente noi non adoriamo il libro, adoriamo solo Dio. Per il libro abbiamo somma riverenza, perché contiene le indicazioni e i comandamenti del Signore per condurre una vita vera. Vita vera che, secondo il nostro libro sacro, significa: guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro creativo, produttivo ed onesto; essere in sintonia con l'infinito attraverso la meditazione sulle qualità divine così che il credente diventi colmo del Suo Nome; dividere i frutti dei propri guadagni con coloro che sono nel bisogno. Nella religione Sikh il rispetto più alto è dato alla Parola nello stesso modo in cui nello Stato moderno il più grande omaggio è reso alla legge che sta perfino ad un livello più elevato del re".

Per inquadrare queste affermazioni occorre dire due parole sulla religione dei Sikh. Questa fu fondata in India da Nanak (1469-1538) con l'intento di unire indù e musulmani nella fede in un Dio unico, che non doveva essere rappresentato con raffigurazioni materiali, e nel rifiuto di ogni distinzione castale. Ai tempi di Arjuna (1606), quinto Guru - maestro e capo della Khalsa (comunità) - fu compilato l'Adi Granth, il "Libro primogenio", collocato nel santo Harimandir, il Tempio d'oro situato in mezzo al lago della città di Amritsar (Punjab). Il decimo ed ultimo Guru, Govind Singh (1708) nominò suo successore non un uomo ma l'Adi Granth che, da allora, si chiamò Guru Granth Sahib. All'epoca della decolonizzazione inglese, i Sikh svilupparono un movimento indipendentista, ma con la spartizione tra India e Pakistan, nel 1947, si trovarono divisi tra due Stati, e infine furono concentrati nel Punjab indiano. Da allora, sono spesso scoppiati scontri - violentissimi quelli del 1984 - tra le forze indiane e gli indipendentisti Sikh. Nel complesso, i Sikh sono circa dieci milioni.

Il Sikhismo è monoteista (Dio viene chiamato Nam, il nome), crede nella legge del karma (destino) e nella reincarnazione. Ogni sikh, donna e uomo, introdotto nella Khalsa attraverso una specie di battesimo, quando al suo nome aggiunge quello di Singh (leone) se uomo, Kaur (principessa) se donna, è tenuto ad osservare cinque precetti: capelli - e barba, per i maschi - mai tagliati, coperti da un turbante; un pettine di legno nella chioma, per tenerla sempre in ordine; un braccialetto di ferro per ricordare i propri impegni; un piccolo pugnale, simbolo di fierezza; pantaloni corti alle ginocchia per ricordare la fedeltà coniugale.

"La comunità Sikh in Italia, ove i primi di noi sono giunti negli anni Ottanta, è oggi composta da circa diecimila persone, concentrate nelle province di Reggio Emilia, Modena, Mantova, Brescia e Vicenza. Siamo lavoratori - ci spiega Ram - nelle fabbriche e nei campi. Siamo stati ben accolti in Italia, ove in generale non abbiamo avuto problemi. Nella pratica, adesso cerchiamo di risolvere, con le autorità, due questioni: l'uso del casco - obbligatorio per legge, per chi va in moto - perché sopra il turbante a noi è proibito portare altro, e quello del piccolo pugnale - in Italia è proibito portare armi - che è sempre con noi".

Ram ci congeda con una preghiera di Nanak tratta dal Guru Granth Sahib ("un libro - ci precisa - composto da 339 pagine, e da 4.492.672 parole, che non può essere modificato"): "C'è un solo Dio / Egli è la verità suprema / Egli, il Creatore, senza paura e senza odio / Egli, l'onnipotente / Pervade l'universo / Egli non è nato / Né morto per nascere di nuovo / Per la Sua grazia tu lo adorerai".

Il monastero Zen "Fudenji"
Su una collina a pochi chilometri da Salsomaggiore, Parma, sorge il monastero Zen Fudenji ("Tempio e monastero dell'Universale Tramandarsi"), fondato nel 1984. Qui vive un gruppo di monaci guidati dal maestro Fausto Taiten Guareschi, che fa riferimento ad un Ordine Zen del buddhismo secondo il carisma del fondatore, il monaco giapponese Eihei Dogen Zenji. Il monastero è aperto all'accoglienza di quanti desiderino accostarsi al buddhismo, nella "Via" e nell'Ordine seguiti nel monastero. Vera Myosen Rovesti - che di giorno vive nel monastero, e la sera torna a casa, ove ha un marito ed una figlia - ci guida alla visita dei locali e, intanto, ci introduce nella spiritualità buddhista. "Più di cosa si fa, importante è il come si fa", ci spiega, per dire l'atteggiamento con cui agire pienamente presenti (non solo "di testa"). "Tutte le nostre azioni, soprattutto le più insignificanti, sono occasioni ed espressioni del Risveglio, che è la pratica stessa, non un punto d'arrivo. "Pensare col corpo" è dunque parte integrante del cammino spirituale: da qui l'attenzione al respiro e alla postura, nell'esercizio meditativo come in tutte le attività della giornata".

Incontriamo poi il maestro Taiten che siede di fronte ad un piccolo tavolino in cui, insieme alla scena di un mito buddhista, sono incise le parole latine recipe, utere, trade: ricevi, usa e tramanda. "Il buddhismo - dice il maestro - mette radicalmente in questione chi lo assume. Esso scardina la consistenza stessa dell'esistere per rinnovarla profondamente dal di dentro. La decisione della Via, la Sua ricerca, è anche la determinazione con cui ognuno cammina per la sua strada. In questo spirito, bisogna presentare le proprie opinioni, e insieme ascoltare con il massimo rispetto quelle degli altri. Bisogna sempre aver cautela quando si parla degli altri. Per questo provo vergogna, ad esempio, quando dal di fuori si critica la donna (musulmana) che porta il velo, o il sikh che porta il turbante. Solo in questo spirito di rispetto l'ecumenismo e il dialogo hanno un senso. Per quanto riguarda noi - qui e in Europa - ci si dice, e siamo d'accordo, che il buddhismo deve diventare occidentale. Ma che significa "Occidente"?". "Nel buddhismo - continua il maestro - è assolutamente importante la "tradizione": il "dharma" (la verità che dovrebbe portarti al risveglio ed all'illuminazione) si trasmette da me a te. In questo senso il buddhismo non è una religione popolare, ma un insegnamento che mira direttamente al cuore di ogni uomo e che si tramanda mano in mano, da cuore a cuore: esso prevede necessariamente un rapporto interpersonale tra il maestro e il discepolo che, a sua volta, diverrà maestro di altri discepoli".

Le varie correnti del buddhismo italiano, al quale fanno riferimento circa 50mila persone, sono raccolte nell'Unione buddhista italiana (Ubi). Un altro polo è poi costituito dalla Soka Gakkai, una scuola derivata dalla tradizione monastica giapponese di Nichiren Daishonin. Talora i buddhisti delle varie comunità italiane celebrano insieme le maggiori feste - come il Vesak (nascita e morte di Buddha), talora no. Quest'anno il Vesak cade il 26 maggio, e non sarà celebrato unitariamente.

L'Ubi - sotto il governo D'Alema - nel 2000 ha raggiunto un'Intesa con lo Stato italiano, ma questa non è stata ancora approvata dal Parlamento, e quindi non è operativa.

Il Gitananda Ashram di Altare
Sui monti liguri ad Altare, a ridosso di Savona, dal 1984 sorge il "Gitananda Ashram", il maggior centro induista italiano. L'Ashram (monastero) si trova al centro di una vasta tenuta, piena di boschi, ma anche di fiori e di animali, accuratamente custodita e curata. Accolti festosamente dalla comunità di monaci e monache che vivono là, dopo la cena incontriamo Svami (maestro) Yogananda Ghiri, un italiano di religione induista che, dopo essere stato discepolo di un maestro (Gitananda) in India, ora a sua volta è maestro. Con lui, in comunità, ci sono persone di varia età, uomini e donne. L'arancione è il colore che accomuna i vestiti dei monaci.

"All'Ashram - spiega la comunità - si parla di Dio, si pensa a Dio, si agisce secondo il suo volere divino. L'Ashram è una struttura in cui vive la vera tradizione hindu, ma è soprattutto un luogo ricco della forza e dell'energia che derivano dalla presenza di un maestro. Un Ashram è un luogo dove si trova la libertà. Il Divino è il grande reale Guru (maestro) che si manifesta compassionevolmente nella linea dei maestri".

"Se volessimo essere precisi - puntualizza poi Svami Yogananda - la parola 'induismo" per descrivere la nostra religione non è esatta: essa, infatti, tende a portare una identificazione tra indiani e religione dell'India, come se ce ne fosse una sola e monolitica. È una parola data dall'esterno, dai viaggiatori e colonizzatori che dal secolo XVI entrarono in India. Ciò premesso, se per comodità parliamo di induismo, ricordiamo che parliamo di una religione - molto sfaccettata - che è "monoteista". È importante sottolinearlo, perché spesso si tende a dire che religioni monoteiste sarebbero solo l'ebraismo, il cristianesimo, l'islam. Non è così. Anche l'induismo è monoteista: Dio è uno - noi crediamo - anche se lo vediamo manifestarsi in molti modi, lo rappresentiamo in forme antropomorfiche, lo scopriamo anche in suoni, come nel "mantra" (formula che possiede una particolare efficacia divina o magica) "ohm". Ma tutte queste sono solo manifestazioni dell'Unico".

Nel gruppo degli ascoltatori qualcuno ricorda Rabindranath Tagore, il grande poeta indiano e premio Nobel per la letteratura nel 1913, che nelle sue opere esalta l'unità di Dio e insieme la sua multiforme e trasbordante presenza e manifestazione nelle persone e nella bellezza della natura.

"La religione - prosegue il maestro - non è un fine, è un mezzo. Se è fine, diventa morte e conflitto. Non vi è una religione migliore di un'altra. L'induismo non ha idee esclusiviste, e ritiene che la verità ci sia anche dall'altra parte. Il fondamentalismo - che si è manifestato anche in alcuni ambienti induisti - è una aberrazione politica che sfrutta e strumentalizza idee religiose. La religione non è mai inquinata, è l'uomo che la inquina. Ancora, la religione non si insegna, è una esperienza che va vissuta, e che ti fa capire che la bipolarità - notte/giorno, uomo/donna… - è la condizione del mondo. La unipolarità è la condizione di Dio".

A proposito di una dottrina tipica dell'induismo, la reincarnazione, il maestro dice che essa - che a molti occidentali appare strana - "di fatto aiuta ad assumersi le proprie responsabilità. Ma tanto più se credo che ho una sola vita, come faccio a sprecarla? Comunque, parlare di reincarnazione non significa evadere dai propri compiti ma, al contrario, assumerli. Devi sapere che il bene avrà i suoi frutti, il male anche. E chi vuole morire bene, deve vivere bene".

Il maestro ci conduce poi nel tempio dell'Ashram: ovunque rappresentazioni della Madre Divina a cui il tempio è dedicato, statue di Shiva (Dio che si manifesta come distruttore, accanto a Brahma, il creatore, e Visnu, colui che conserva. Quasi tre facce dell'Unico). Svami Yogananda compie per noi - è notte fonda - la cerimonia del fuoco purificatore. Assistiamo poi ad una bellissima danza indiana, ricca di riferimenti alla tradizione religiosa hindu, danzata da una ragazza della comunità, Lilavati Kamala Devi. L'indomani, all'alba, assistiamo alla preghiera che saluta il sorgere del sole. La grande ruota della natura e della vita riprende il suo corso: e bisogna ringraziare il Divino per questo.

L'eredità di Valdo
La nostra successiva tappa è Torre Pellice - una cinquantina di chilometri da Torino - cuore storico dei valdesi.
Valdo, mercante di Lione, verso il 1170 dà le sue sostanze ai poveri e, povero a imitazione degli apostoli, inizia a predicare l'evangelo. "Pretesa inammissibile", quest'ultima, secondo la gerarchia ecclesiastica del tempo, essendo il mercante un semplice laico. Scomunicati dalla Chiesa romana, dispersi attraverso l'Europa, i discepoli di Valdo - i valdesi, appunto - furono costretti a vivere la loro fede nella clandestinità. Infine, riuscirono a sopravvivere asserragliati in alcune valli del Piemonte. Trovando espresse nella Riforma protestante idee da essi, in parte, anticipate tre secoli prima, nel 1532 aderiscono alla idee espresse da Giovanni Calvino. Nasce così la Chiesa valdese (riformata) italiana. Espulsi dai Savoia nel 1686, e rifugiati a Ginevra, tre anni dopo, con il "glorioso rimpatrio", tornano a casa. Infine il 17 febbraio 1848 ottengono dal re Carlo Alberto la parità civile e politica.

Oggi la Chiesa valdese - che dal 1979 ha stretto un patto di unità e di integrazione con la Chiesa metodista - conta in Italia circa 35mila membri; il ramo rioplatense (Argentina ed Uruguay, formato da emigranti piemontesi che raggiunsero il Sud America nell'Ottocento) conta sui 15mila membri. Suprema autorità della Chiesa valdo-metodista è il Sinodo (150 membri, metà pastori o pastore, e metà laici) che si tiene ogni anno, a fine agosto, a Torre Pellice. La Tavola valdese - l'organo esecutivo, che risponde al Sinodo - si trova a Roma, dove pure c'è la Facoltà valdese di teologia. La Chiesa valdese è stata - nel 1984 - la prima "religione non cattolica" a firmare una Intesa con lo Stato.

Toti Rochat, raccontando al gruppo la storia dei valdesi, nota come anche oggi per molti italiani sia difficile capire che, accanto a quella cattolica, esiste in Italia da secoli anche un'altra Chiesa, quella valdese. E il pastore Franco Davite osserva che, tra i problemi ecumenici attuali, uno è quello legato alla "intercomunione" (partecipazione alla Eucarestia di una Chiesa diversa dalla propria). Mentre infatti la Chiesa cattolica condanna espressamente la "intercomunione" con le Chiese della Riforma, perché non vi è identità di fede, la Chiesa valdese (insieme a molte altre) sostiene che non è essa, bensì Cristo che invita alla Sua mensa: e dunque tutti sono accolti alla Santa Cena, alla quale ciascuno si accosta assumendosi la responsabilità ecclesiale e teologica del gesto che compie.

Il ghetto di Venezia
Da sempre presenti negli isolotti vicini a Venezia, o nell'entroterra, ad un certo punto agli ebrei fu permesso, ad intermittenza, di abitare nella città stessa. Infine nel 1508 la Serenissima concesse agli ebrei di risiedere stabilmente in città, ma in un'isola ben precisa, il Cannaregio, il cui accesso fu poi - 1516 - controllato, e chiuso di notte, quando agli ebrei era proibito uscire dal loro quartiere. Nella zona un tempo si fondevano i metalli per fabbricare bombarde: dato che "fondere" in veneziano si diceva "getar", da lì sarebbe nata la parola "ghetto". Parola - e realtà - presto diffusesi in mezza Europa (a Roma nel 1555). I ghetti di Venezia - tutti contigui, e formanti di fatto un unicum - furono tre: il "novo" (il primo), il "vecchio" (il successivo, ma situato nella zona della fonderia "vecchia") e infine il "novissimo". Nei ghetti vivevano - e ciascun gruppo aveva le sue sinagoghe, le "scole" - ebrei italiani, ashkenaziti, levantini (provenienti dal Mediterraneo orientale) e, più tardi, dopo la loro cacciata dalla Spagna (1492), sefarditi.

Nel complesso, la Serenissima usò con gli ebrei il bastone e la carota: a volte fu crudele (per far piacere a papa Giulio III nel 1553 il Consiglio dei Dieci ordinò un "bel fogo" di libri talmudici in piazza san Marco), a volte più tollerante (quando ciò serviva agli interessi politici, economici o sociali del potere costituito). Quando nel 1797 i francesi posero fine alla repubblica di Venezia, anche i cancelli del ghetto furono abbattuti. Poi, con la successiva dominazione austriaca, il ghetto fu riaperto, ma con molto minor rigore. Esso fu definitivamente soppresso nel 1866, quando Venezia divenne parte dell'Italia.

"Durante la seconda guerra mondiale - ci spiega Giovannina Reinisch Sullam - 202 ebrei veneziani furono deportati nei lager nazisti, ove perirono quasi tutti (ne tornarono, stremati, una decina). Oggi, comprendendo famiglie che si trovano nel vicino entroterra, ma anche a Treviso e Belluno, siamo circa 430 persone. Quattro secoli fa eravamo alcune migliaia".

La "confraternita" dei greco-ortodossi
A San Giorgio dei greci, non lontano dal palazzo ducale, ci riceve l'archimandrita Polycarpos Stavropoulos, protosincello (vicario) di Ghennadios Zervos, metropolita della arcidiocesi ortodossa d'Italia ed esarca per l'Europa meridionale (istituiti nel 1991, con sede proprio a Venezia). Il rapporto tra i greci e Venezia è strettissimo fin dalle origini - spiega padre Polycarpos; del resto la città è nata sotto l'impero bizantino, e facente parte dell'esarcato di Ravenna. "La vera divisione tra Roma e Costantinopoli non avvenne nel 1054, quando le due Chiese si scomunicarono a vicenda: infatti, a livello di popolo questa divisione non fu subito del tutto percepita. La vera divisione avvenne dopo che i Franchi, ed i Veneziani, mentre nell'ambito della quarta crociata andavano a Gerusalemme per liberarla dai musulmani, nel 1204 fecero rotta su Costantinopoli, e la saccheggiarono, uccidendo con crudeltà inaudita anche molti civili. Da allora nel mondo bizantino i latini, cioè i cattolici occidentali, furono sentiti dalla gente come questi predatori spietati".

Nei secoli successivi, mentre Venezia occupa diverse isole greche, molti greci vengono a lavorare, o a studiare, nella città della Serenissima. La repubblica, del resto, sempre seppe apprezzare anche la valentia militare degli stradioti, soldati greci, albanesi, bulgari e dalmati molto devoti a Venezia. Nel 1498 i greci vengono riconosciuti come "confraternita"; e nel secolo successivo comprano un terreno dove infine sorgerà la cinquecentesca chiesa di san Giorgio, che ancor oggi è rimasta sostanzialmente identica. Dopo che (1453) Costantinopoli era caduta in mano ai turchi ottomani - con i quali Venezia ebbe aspri scontri, ma anche periodi di floridi commerci - molti bizantini fissarono la loro residenza nella Serenissima.

Oggi - continua Stavropoulos - i greco-ortodossi che stabilmente vivono a Venezia sono un piccolo gruppo di 160 persone: una novantina di greci e una settantina di emigranti dell'Europa orientale, provenienti da Chiese ortodosse che non hanno una loro struttura a Venezia, e che quindi di fatto sono pastoralmente curati, ed accolti, dalla Chiesa "sorella" greca. In Italia, invece, complessivamente le chiese e comunità greco-ortodosse sono una quarantina; vi è inoltre un monastero, con monaci venuti dalla Grecia, in Calabria. I rapporti ecumenici a Venezia, almeno sotto il patriarca Marco Cé (sostituito all'inizio dell'anno da mons. Angelo Scola), "sono stati buoni. Qui a Venezia, infatti, è stato costituito il primo Consiglio delle Chiese cristiane in Italia".

Nel successivo dialogo, si toccano molti temi. Uno di noi domanda a p. Polycarpos: "Vede possibile la riconciliazione tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica-romana?". "Eravamo uniti - risponde - nel primo millennio. Ci siamo contrapposti soprattutto per motivi politici, già ai tempi di Carlo Magno. Vedremo il miracolo della riconciliazione? Dio lo sa. Speriamo".

David Gabrielli