Lo sciopero generale del 16 aprile ha visto una grande adesione. E alta è stata la partecipazione alle manifestazioni in tutta Italia. Nell'intervento del segretario generale della Fim-Cisl, la necessità che il sindacato, nella sua autonomia, sappia essere propositivo, e non solo oppositivo. Promuovendo attivamente una riforma del mercato del lavoro che tuteli anche i lavoratori che oggi non lo sono.
Lo sciopero generale del 16 aprile ha rappresentato una grande prova di forza del sindacato. L'astensione dal lavoro, secondo i sindacati, è stata attorno al 90%. Persino la Confidustria, abituata per mestiere a fare valutazioni al ribasso, accredita un 70% di adesioni. Al di là delle cifre, è un fatto che l'Italia si è fermata, ovunque. E altissima è stata la partecipazione alle manifestazioni, caratterizzate da un clima di grande serenità, non turbate da tensioni. Ecco il sindacato italiano: una grande forza tranquilla, ma determinata e consapevole della posta in gioco.
L'evento ha un peso non solo sul piano nazionale. Un piccolo ma significativo episodio: il giorno dello sciopero mi ha telefonato da New York il segretario generale della Fism, la Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, e mi ha chiesto come stava andando. Non era un semplice atto di solidarietà: in un clima di dilagante liberismo sulla scena internazionale, la tenuta del sindacalismo europeo è considerata fondamentale e soprattutto i sindacati italiano e tedesco sono visti come colonne portanti di questa tenuta.
Il sindacalismo italiano ha dimostrato sul campo la sua capacità di rappresentanza e di mobilitazione. Ma non possiamo cullarci nel successo ottenuto. Aderendo in massa alle nostre iniziative, i lavoratori ci consegnano un non facile compito, quello di aggredire alcuni punti critici della nostra azione.
Il primo riguarda proprio la rappresentanza, in un mercato del lavoro segmentato e mal funzionante, sofferente di mali cronici: basso tasso di attività, dualismo accentuato Nord-Sud, difficoltà a tutelare i lavoratori più giovani e quelli più anziani. Per allargare la rappresentanza oltre i confini tradizionali entro i quali si è insediato, il sindacato è chiamato a promuovere attivamente una riforma del mercato del lavoro che dia più tutele e opportunità ai lavoratori presso i quali siamo poco rappresentativi. Intendo la galassia dei precari, con contratti di lavoro chiamati "atipici" (tempo determinato, interinali, collaborazioni coordinate e continuative
), che è poi l'area nella quale si produce quel tanto di occupazione in più e che riguarda soprattutto i giovani.
Un secondo problema è il rapporto con la politica. È giunto al termine un decennio nel quale le parti sociali - sindacati e associazioni imprenditoriali - godevano di un forte potere di pressione e di iniziativa politica, soprattutto attraverso il metodo della concertazione (il confronto sistematico tra le parti sociali e il governo). Ora il bipolarismo ha prodotto per la prima volta una situazione nella quale il governo gode di una forte e stabile maggioranza. Di conseguenza, la concertazione è più debole e per conservarne l'efficacia occorre renderla più selettiva nei suoi temi e obiettivi. Soprattutto, è necessario rendere più forte la contrattazione diretta tra le parti sociali, che poi resta sempre il "mestiere" fondante del sindacato.
Infine, il sindacato è chiamato a darsi una strategia di medio e lungo periodo. In parole povere, a rispondere alla domanda che molti si fanno dopo queste mobilitazioni: e ora che facciamo? La risposta può venire solo se il sindacato, nella sua autonomia, sa essere propositivo, e non solo oppositivo. Non basta essere contro, occorre saper proporre che cosa vogliamo da qui ai prossimi anni. E l'orizzonte di riferimento non può che essere quello di una forte azione riformatrice, alimentata da una condivisa cultura riformista.
Siamo stati accusati di aver fatto uno "sciopero politico". È vero il contrario: la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una bandiera simbolica per attaccare il governo, ma è il rifiuto di una cosiddetta "riforma" che, lungi dal favorire nuove tutele, avrebbe solo aumentato i livelli di precarietà degli occupati e, di conseguenza, indebolito il potere dei lavoratori e del sindacato nei confronti dei datori di lavoro. Il diritto al reintegro del lavoratore illegittimamente licenziato non può essere posto in discussione, almeno fino a quando non saranno costruiti strumenti alternativi in grado di assicurare un nuovo e adeguato posto di lavoro al lavoratore licenziato senza giusta causa.
Qui sta il senso della grande attenzione sull'articolo 18. Tuttavia ciò non può farci correre il rischio che la riforma del mercato del lavoro diventi un'occasione mancata. La mobilitazione dei lavoratori ci consegna anche questa responsabilità.
Giorgio Caprioli