La situazione in Medio oriente cambia drammaticamente di giorno in giorno, di ora in ora. E, quando leggerete queste pagine, potrebbe essere completamente diversa rispetto a quando le abbiamo scritte. Ma non cambiano i principi di fondo che ispirano il nostro giornale: il no ad ogni terrorismo e a ogni violenza. Il sì alla pace, alla sicurezza per gli israeliani, ma anche a uno stato vero per il popolo palestinese. Quindi ritiro israeliano dai Territori palestinesi, smantellamento degli insediamenti, smantellamento dei "covi" dei kamikaze palestinesi, Gerusalemme città condivisa, capitale dello Stato d'Israele e dello Stato di Palestina. Insomma: due popoli due stati.
Trepidanti scriviamo mentre la situazione in Medio oriente è più confusa e tragica che mai e ben sapendo che quando questo numero sarà in mano ai nostri lettori, nel frattempo saranno accaduti eventi tali da rendere "vecchia" la cronaca (con le notizie ed analisi che riportiamo nel servizio a pagina 12) che, forzatamente, per noi si ferma adesso al 22 aprile.
Il 29 marzo il governo di Ariel Sharon ha deciso la rioccupazione militare, con imponente schieramento di carri armati, della Cisgiordania e, in particolare, delle sue maggiori città - Ramallah, Betlemme, Jenin - per stroncare alle radici il terrorismo palestinese. In effetti, il 27 marzo, proprio alla vigilia di Pesah, la Pasqua ebraica, un kamikaze si era fatto saltare in aria in un ristorante di Netanya, a nord di Tel Aviv, provocando 22 morti (un successivo attentato, quattro giorni dopo, provocherà 14 vittime).
Per snidare i "covi" dei kamikaze l'esercito israeliano ha occupato le maggiori città palestinesi, distruggendo infrastrutture civili e abbattendo case, portando la gente alla fame, e anche impedendo gli aiuti umanitari e l'assistenza sanitaria. E uccidendo molte persone. Nel campo profughi di Jenin c'è stata una strage, anche se al momento è difficile quantificarla (un "centinaio" di vittime, come dicono gli israeliani, o "cinquecento", come dicono i palestinesi?). Visitando la zona il 18 aprile, l'inviato dell'Onu in Medio Oriente, Terje-Roed Larsen, ha definito quella di Jenin "una pagina vergognosa nella storia d'Israele".
Per quanto riguarda i kamikaze, noi ripeteremo ancora una volta: la scelta di immolarsi, immolando (assassinando) con la propria vita quella di civili innocenti, peggiora la causa - la libertà della Palestina - che si vorrebbe servire, semina odio, distrugge vite umane, non risolve nessun problema politico o sociale, e tutti li aggrava. Chi percorre questa strada porta il futuro della Palestina in un mortale vicolo cieco. Né questo vicolo è meglio illuminato o moralmente più giustificabile se ci si suicida, e si uccide, in nome di Allah.
Ribadito tutto ciò, la domanda inevitabile è: la strada scelta da Sharon e dal suo governo (con i "distinguo" del ministro degli esteri laburista Shimon Peres, pronto infine ad allinearsi al premier) debellerà il terrorismo, ed aprirà le porte della pace? I fatti smentiscono la tesi del premier. Secondo dati ufficiali del governo israeliano, dal 29 settembre 2000 (il 28, con la provocatoria visita di Sharon alla Spianata delle moschee, a Gerusalemme - ma allora era premier il laburista Ehud Barak) al 12 aprile 2002 le vittime israeliane - in maggioranza civili, ma anche soldati - di attentati kamikaze, o anche di sparatorie, sono state 468; i feriti un migliaio. Di queste vittime, una cinquantina "prima" del 6 febbraio 2001, circa 420 "dopo". In quel 6 febbraio, eletto premier direttamente dal popolo, Sharon annunciò che con il "pugno di ferro" avrebbe schiacciato i terroristi palestinesi (al cui vertice lui poneva il capo dell'Olp, Yasser Arafat), nel contempo garantendo la sicurezza degli israeliani. I fatti dimostrano che, se ha "quasi" mantenuto la prima promessa, ha fallito la seconda.
Dal 28 settembre 2000 (inizio della seconda intifada) al 18 aprile 2002 le vittime palestinesi della repressione israeliana sono state, secondo fonti palestinesi, 1336 (di cui 186 dal 29 marzo scorso in poi - ma il numero potrebbe salire quando saranno accertati i morti di Jenin); i feriti 18.000; centinaia le case e le infrastrutture civili distrutte, 112mila gli ulivi abbattuti dai soldati.
Colpendo alla cieca - profittando della propria superiorità militare - tanto i terroristi reali o potenziali che masse di palestinesi inermi, Sharon ha seminato una volontà di vendetta inestinguibile. La sua politica è stata tanto brutale che perfino il presidente George W. Bush il 6 aprile aveva chiesto al premier di ritirare i suoi carri armati dai Territori. Sharon a risposto picche; Bush ha fatto finta di arrabbiarsi; e i carri armati sono rimasti fino a nuovo ordine (di Sharon).
Il premier ha dato uno schiaffo all'Unione europea, rifiutandosi di incontrare il "ministro degli esteri" europeo, Javier Solana, venuto a Gerusalemme per incontrare lui e, a Ramallah, Arafat, da quattro mesi praticamente tenuto prigioniero in un palazzo circondato dalle forze israeliane.
Il 27 marzo, a Beirut, accogliendo la proposta dell'Arabia saudita, la Lega araba si era detta pronta a riconoscere lo Stato d'Israele nei confini del 1967 (quelli antecedenti la "guerra dei sei giorni", e dunque dovendo Israele ritirarsi dai Territori arabi occupati in seguito a quella guerra). Era, questa proposta, importantissima, e capace - se concretamente attuata - di aprire uno scenario nuovo, aperto alla pace, in Medio oriente. Ma Sharon l'ha respinta, giudicandola una "base insufficiente".
In sostanza, il premier israeliano non ha alcuna intenzione di ritirarsi dai Territori occupati (non parliamo del ritiro della operazione militare avviata a fine marzo, ma proprio del ritiro tout court, il che implica in prospettiva la fine degli insediamenti ebraici in Cisgiordania ed a Gaza). E, vi è da aggiungere, il rabbinato ufficiale in Israele nulla ha da ridire quando gruppi di coloni affermano che non si ritireranno mai dai Territori occupati perché "questa è la terra promessa che Dio ha dato a noi ebrei".
A metà aprile il segretario di stato americano Colin Powell è andato in Medio Oriente, incontrando anche Sharon ed Arafat. Ma - a parte una parvenza di ritiro da alcune città - nulla Powell ha ottenuto da Sharon, che esige, per trattare, la fine politica di Arafat, da lui considerato la "mente" dei terroristi. Arafat, da parte sua, ribadisce che la radice della violenza è l'occupazione militare e coloniale dei Territori. D'altronde, Sharon ha detto che, in eventuali trattative (una conferenza a Washington, presenti i paesi arabi moderati, ma non l'Onu!), lui non accetterebbe che la delegazione palestinese fosse guidata da Arafat. Ma potranno mai i palestinesi accettare un tale diktat?
In prospettiva, comunque, deve essere ben chiaro che non vi è alternativa alla pace in Medio oriente al di fuori della formula: "la pace in cambio della terra". Ciò significa: ritiro israeliano dai Territori palestinesi, smantellamento degli insediamenti, smantellamento dei "covi" dei kamikaze palestinesi, Gerusalemme città condivisa, capitale dello Stato d'Israele e dello Stato di Palestina (Stato vero, non alcuni piccoli e fragili San Marino controllati dagli israeliani).
Per questo, inchinandoci con rispetto su ogni vittima, e su ogni sofferenza, e sulle paure degli uni e degli altri, da ambedue i lati del conflitto, noi diciamo: "Israele deve vivere", ma subito e insieme aggiungiamo: "La Palestina deve vivere". Quali che siano le "ecumeniche" intenzioni personali, infatti, affermare pubblicamente solo una di queste parole, non esplicitamente e contemporaneamente accompagnata dall'altra, umilia e fa disperare chi è dimenticato; e dunque non favorisce la pace.
Infine, se ai palestinesi non si offre speranza e non si permette una vita - relativamente - normale, come si potrà ipotizzare che spunti la pace nella giustizia in Medio Oriente? Alta meta per il cui inveramento bene fanno i credenti - ebrei, cristiani, musulmani - a pregare Iddio; ma se invece Lo invocano per benedire la prepotenza e la violenza, essi compiono sacrilegio.
Malgrado la tremenda difficoltà dell'ora, anzi, soprattutto per questo, noi, nel nostro piccolo, continueremo ad aprire ponti tra le parti, sostenendo quanti lavorano per la pace a Gerusalemme: gli obiettori di coscienza israeliani al servizio militare nei Territori; i pacifisti israeliani che in queste settimane sono andati a portare viveri e medicinali ai palestinesi assediati; gli intellettuali israeliani che con estrema lucidità ripetono che la sicurezza d'Israele è la sicurezza dei palestinesi, non la loro disfatta; quei palestinesi che sinceramente sostengono "Due popoli, due Stati"; coloro, in Italia, che non cedono, come mai si deve cedere, alla tentazione dell'antisemitismo; coloro che cercano di ascoltare le ragioni dell'altro, per trarre da questo ascolto motivi nuovi di consapevolezza, e l'audacia di fare i passi (ed i sacrifici) di cui la pace nella giustizia si nutre.