Ai primi di aprile l'arcivescovo di Bologna è tornato sul tema del rapporto con l'islam in Italia auspicando che i ragazzi musulmani frequentino l'insegnamento religioso confessionale cattolico. È una falsa questione: il tema vero ed urgente è quello del riconoscimento dell'islam come una delle componenti culturali della società italiana di oggi. Ma l'intesa resta lontana, forse anche grazie agli allarmi sociali lanciati dal cardinale Biffi.
In un pamphlet del 1727 Jonathan Swift proponeva di mangiare i bambini per risolvere il problema della fame. Ai primi di aprile nella sua Bologna, alla inaugurazione della Fiera del libro per ragazzi, anche il cardinal Giacomo Biffi ha espresso la sua modesta proposta per ovviare alla presenza dei bambini musulmani: impartire loro la catechesi cattolica attraverso la partecipazione all'insegnamento religioso confessionale. Già meglio della sorte toccata ai marrani nella Spagna del Cinquecento, costretti al battesimo tout court, ma certo siamo ancora lontani da un modello di società accogliente e pluralista.
Ma non è il caso d'indugiare nel tono swiftiano del reciproco affronto provocatorio: ci si dovrebbe aspettare da uomini di fede non una sfida misurabile in quantità di ore di religione, come qualcuno ha fatto, ma un invito alla riflessione sulla educazione "spirituale" del minore nella scuola italiana.
Del resto non sono solo i musulmani ad essere presenti come "problema" (ci sono anche bambini ebrei, buddhisti, indu e testimoni di Geova etc etc). Il cardinal Biffi però nella sua esternazione, come di consueto, ha tralasciato l'aspetto "religioso" riconducendoci sul piano dei doveri a suo avviso imposti della comune cittadinanza. Probabilmente va ricercata nella equivoca dimensione dell'inserimento nella società italiana la causa delle tante incomprensioni; mentre nessuno si sognerebbe di contrastare le leggi che tutelano oggi le minoranze etniche "storiche", gli altoatesini ad esempio, nei confronti dei residenti di recente immigrazione si tende spesso ad assumere intenzioni di rigida assimilazione; è l'imitazione di quanto è accaduto nei decenni passati in Francia e in Germania con risultati discutibili.
Si dovrebbe invece cercare di non dilatare le fratture della nostra fragile unità nazionale, una "italianità" che in ogni caso esiste e viene espressa nei fatti anche da coloro che vogliono radicarsi sul nostro territorio. Ma nessuno sembra accorgersi di questa volontà di progetto esistenziale ed anche dell'"affetto" verso il paese ospitante da parte di coloro che vi rimangono: in una parola la psicologia della minoranza non è tenuta in alcun conto dall' ossessione identitaria che pare colpire alcuni intellettuali e qualche figura delle gerarchie cattoliche. Si registra invece un clima che purtroppo pare seminare tempestosi malintesi.
Come minoranza islamica in Italia abbiamo più volte manifestato - le rare volte che ce ne è stata data occasione - di non volerci "recintare" in una sorta di ostile "enclave" (anche se in materia di diritti, la reciprocità da qualcuno talvolta richiesta ai paesi islamici di fatto "dimezza" i cittadini italiani di religione musulmana) e di apprezzare pienamente la laicità, testimoniando fra l'altro che l'islam può prosperare anche quando non è "dominante".
Naturalmente quando la laicità non venga appiattita su un anticlericalismo di maniera o peggio ancora non finisca per tradursi di fatto in una irreligiosità. I musulmani si vogliono riconoscere nella Repubblica, nel suo ordinamento, poiché solo attraverso quella laicità, nel senso di imparzialità, lo stato è in grado di rapportarsi a una società che ha ormai tutti i connotati della multiculturalità e della multireligiosità e che deve sviluppare politiche di convivialità e di garanzie dei diritti di sicurezza e dignità per tutte le minoranze.
Ma le politiche di integrazione delle comunità degli immigrati e in particolare di quelle islamiche hanno mostrato parecchie lacune: l'Italia, come spesso accade, si è collocata su posizioni avanzate nelle affermazioni di principio, ma dà l'impressione di perdere le occasioni di una reale interazione con le culture e religioni diverse che sono presenti ormai da qualche decennio nella penisola e non costituiscono più un fenomeno passeggero. Bisogna superare questo stallo. Infatti se è giusto cercare di comprendere l'essenza del paese ospitante - l'italianità cara al cardinale Biffi - occcorre però allo stesso tempo predisporre le risorse e gli strumenti operativi affinche ad impegnarvisi in piena autonomia sia la stessa minoranza islamica. L'ultimo numero di Civiltà Cattolica (marzo 2001) sembra raccogliere alcune di queste istanze ad esempio la necessità di favorire l'edificazione di "vere" moschee, quando siano gestite in maniera affidabile ed aperte alla realtà italiana sul modello di quanto svolto a Napoli dall'associazione Zayd ibn Thabit.
Da parte loro molte comunità (ad esempio quella marocchina, l'albanese o la somala - con il caso a parte dei senegalesi) stentano ad organizzarsi: questa difficoltà - motivata anche dal riflesso della precarietà legislativa italiana verso gli immigrati anche da lungo tempo insediatisi in Italia - rallenta il rafforzamento delle istituzioni islamiche più equilibrate.
Saranno capaci i musulmani d'Italia di negoziare una Intesa con lo stato italiano più leggera di quelle finora circolanti, e che oltre a ricevere delle garanzie dalla Repubblica, sia soprattutto in grado di fornirle nel quadro degli interessi nazionali? E sarà lo stato pronto ad affrontare la questione islamica in tutta la sua complessità?
Omar Camiletti