Il silenzio delle colombe nell'ora dei falchi

Venti di guerra sul Medio Oriente. Di fronte ad una grave escalation del conflitto, il fronte moderato e pacifista di Israele appare relegato in un angolo, isolato ed incapace di levare la sua voce. Quanto alla leadership politica palestinese risulta bloccata da pesanti contraddizioni interne. Eppure l'unica soluzione realistica del conflitto è un accordo di compromesso che, fatalmente, partirà da dove è fallito il processo di pace nato ad Oslo nel 1993.

Non vi ho scritto per un lungo tempo perché speravo di comunicarvi qualche notizia positiva. Ed invece vi scrivo solo oggi per dirvi che le cose vanno sempre peggio e non so come finiremo". Iniziava così una lettera che ho trovato nella mia casella di posta elettronica proprio nel giorno della Pasqua cristiana: mi arrivava da Mitri Raheb, pastore luterano a Betlemme ed animatore del "Centro internazionale", un luogo di incontro e confronto che, negli anni, ha ospitato israeliani e palestinesi: ebrei, cristiani e musulmani; falchi e colombe. Il cuore dell'attività del Centro internazionale sono i giovani: "Saranno loro a costruire una vera democrazia - ci siamo sentiti ripetere molte volte al Centro internazionale - e per questo occorre aiutarli a costruire i loro valori, a comunicare, ad esprimersi con creatività". E infatti il centro investe importanti risorse nell'arte, nella musica, nel recupero delle tradizionali attività dell'artigianato palestinese. Per svolgere un lavoro di questo tipo, su una frontiera così difficile, bisogna essere eccezionalmente determinati, e nutrire grande fiducia nella propria strategia: colpisce, quindi, che oggi da persone come Mitri Raheb arrivino parole così tristi e povere di speranza.

A pochi giorni dalla lettera di Raheb ho ricevuto un altro documento, "80 tesi per un nuovo campo della pace", elaborate da Gush Shalom, una piccola organizzazione pacifista israeliana: e sin dalle prime parole si capisce quale sia lo spirito che anima il documento: "Il processo di pace è finito e ha trascinato con sé il fronte pacifista di Israele".

Anche qui, dall'altra parte della barricata, prevalgono sfiducia e pessimismo. Non potrebbe essere altrimenti: sono giorni di guerra, e non solo in Israele e nei Territori palestinesi. E come sempre accade quando si combatte, i fronti si compattano, le fila si rinserrano, non c'è più spazio per le posizioni "libere", critiche, fuori dal coro. E infatti, di fronte all'escalation del governo Sharon nella repressione della seconda Intifada, il silenzio più rumoroso ed inquietante è stato quello delle forze moderate israeliane: alcuni dei loro esponenti, come il premio Nobel per la pace Shimon Peres, si sono impegnati a "moderare" la strategia del premier ma è da vedere con quali effettivi risultati; altri ne subiscono la dura determinazione, altri ancora hanno scelto la strada del silenzio. Per ragioni diverse, se non tutti molti degli interlocutori di pace israeliani oggi tacciono: ma se non parlano oggi, sarà difficile che possano essere ascoltati e creduti domani.

Nelle ultime settimane i raid aerei sul Libano, i bombardamenti su Ramallah, Betlemme e Gaza, la chiusura ermetica dei Territori, il rifiuto di compiere un qualsiasi gesto di apertura nei confronti delle rivendicazioni del "nemico" con il quale, peraltro, si continua a trattare, il ricorso a una reazione militare "sproporzionata" - l'espressione è del sottosegretario americano Colin Powell - hanno segnato una escalation che in brevissimo tempo nessuno potrebbe più controllare. E queste sono responsabilità israeliane.

E poi ci sono quelle palestinesi, intrecciate a grandissime contraddizioni interne. In poche settimane l'Intifada ha cambiato obiettivi e natura; non è più stata un'insurrezione più o meno spontanea tesa ad attirare l'opinione pubblica mondiale sullo stallo del processo di pace; è divenuta un'operazione militare, se non comandata quantomeno legittimata dai vertici dell'Autorità nazionale palestinese. E così mentre alcuni stavano realmente cercando una soluzione al conflitto altri, magari formalmente della stessa parte politica, pensavano di poter utilmente cavalcare le frange estreme dell'ondata della protesta antisraeliana per rafforzare la propria posizione nell'establishment palestinese.

Se la pace è un fiore che può sbocciare anche nel deserto - come varie volte abbiamo affermato su queste pagine - è però vero che deve essere annaffiato con grandissima cura. Non si può schiaffeggiare la controparte con cui si sta negoziando, minacciarla o umiliarla e poi lamentare che non era onesta nelle sue intenzioni. E invece è quello che è accaduto: Sharon ha voluto dimostrare quello che aveva sempre affermato e cioè di non sentirsi legato neanche a quello che restava del processo di pace di Oslo e di non considerare Arafat un partner di pace; l'articolata e non sempre lineare leadership palestinese ha pensato di potere trarre dei vantaggi dalle manifestazioni popolari, ignorando che alcune di esse in realtà denunciavano insoddisfazione e critiche proprio contro l'Autorità nazionale palestinese, i suoi metodi di governo e la corruzione di alcuni suoi alti esponenti; e sottovalutando la capacità del fronte estremista di prendere la testa delle manifestazioni e quindi di imprimergli un carattere nettamente contrario ad ogni compromesso con il nemico.

Finite in un angolo le colombe, anche per loro responsabilità, è il giorno dei falchi, dei ranghi stretti, delle solidarietà contrapposte. Come sappiamo per averle già subite nei decenni scorsi, costituiscono un'opzione distruttiva e, nonostante appaia il contrario, irrealistica.

Quello attuale dovrebbe essere il momento dell'autocritica, della riflessione severa sul perché a pochi passi dall'accordo la situazione sia esplosa: erano sbagliate le premesse? Nessuno dei negoziatori era realmente disposto a pagare il prezzo della pace? Nessuno dei due popoli in realtà si fida dell'altro? Esiste uno scollamento tra la volontà di pace della maggioranza dei due popoli e le leadership che li rappresentano?

È da questi interrogativi radicali che occorre ripartire per ricostruire una strategia di pace sostenibile. Oggi, nella polvere dei bombardamenti e degli attentati, non si distingue nessuna strategia di pace. Ma appena si sarà posata, vedremo tutti meglio che la strada è quella che era stata intuita oltre dieci anni fa: e passa per la sicurezza di Israele, per il riconoscimento di un vero stato palestinese che abbia come capitale una Gerusalemme in qualche modo condivisa con Israele, per lo smantellamento degli insediamenti nei Territori occupati, per la garanzia del diritto al ritorno per alcune migliaia di profughi palestinesi e una compensazione per gli altri, per la tutela dell'assoluta libertà di accesso ai luoghi santi per ciascuna delle comunità di fede che vivono in Israele e nei Territori: il tutto per costruire un nuovo Medio Oriente in cui, come sogna l'antica profezia biblica di Isaia, Israele sia davvero "terzo con l'Assiria e con l'Egitto".

La forma e la misura di questi obiettivi costituiscono l'agenda del negoziato di pace. E lo sanno bene anche quelli che sembrano voler stracciare gli accordi raggiunti in dieci anni di fatiche, paure e speranze.

Paolo Naso