L'integrazione è possibile?

"Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fare di voi una comunità unica. [...] Fate a gara nel compiere il bene.Un giorno ritornerete a Dio, ed allora Egli vi illuminerà sulle ragioni per cui siete diversi".

L'integrazione con i musulmani è possibile oppure lo scontro di civiltà è inevitabile? A questa domanda ho cercato di rispondere insieme agli ottanta ragazzi che hanno partecipato al seminario itinerante dal titolo "La presenza araba nel passato e nel presente della Sicilia", ideato ed organizzato dalla rivista di dialogo interreligioso Confronti con il patrocinio del Comune di Città di Castello.

La Sicilia è stata, infatti, fin dall'antichità terra d'incontro di popoli e di culture diverse, ed è opportuno ricordare che la presenza musulmana in Italia non è un fenomeno solo recente, ma c'è stata anche in passato. Gli Arabi hanno, infatti, regnato in Sicilia per circa 250 anni (827-1072), incidendo profondamente sulla vita sociale, politica e culturale. E anche dopo la conquista dell'isola da parte dei Normanni, hanno continuato a svolgere un ruolo molto importante. Il re normanno Ruggero II, ad esempio, era circondato da studiosi e intellettuali musulmani, tanto che fu definito "re semipagano". La Sicilia fu un regno cristiano molto particolare e aperto, sorprendente per molti aspetti: alte cariche politiche e amministrative, nonché commercio e agricoltura erano in mano ai musulmani.

Nel contesto contemporaneo, la presenza dell'islam è dovuta al flusso migratorio verificatosi a partire dagli anni '70, in particolar modo in provenienza dai paesi del nord Africa. Per approfondire la conoscenza dell'islam, il seminario ha fatto tappa alla moschea di Palermo per un incontro con l'imam di questa comunità. Senza dubbio l'incontro è stato utile per chiarire alcuni temi sui quali la nostra attenzione si è concentrata specialmente dopo l'11 settembre. Inoltre l'imam ci ha invitato alla conoscenza e al rispetto della religione islamica. Questo invito è una sorta di ritornello che si sente ormai ripetere piuttosto frequentemente, ma che andrebbe, una buona volta, messo in pratica. E non solo attraverso una conoscenza teorica delle principali leggi e norme della religione musulmana, ma con delle iniziative concrete. Perché si fa presto ad affermare di conoscere e rispettare l'islam tanto quanto a dire, senza tanti giri di parole, "rimandiamoli tutti a casa loro". Oppure ad assicurare che i musulmani, sì, hanno una loro religione e una loro cultura, ma che questa è senza dubbio inferiore alla cultura cosiddetta "occidentale".

Giudizio, questo, espresso qualche tempo fa anche dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e nel quale mi auguro che non si riconosca la maggioranza degli italiani, che lo ha votato. Perché la nostra cultura è forse addirittura in debito nei confronti di quella araba, che ha apportato contributi determinanti in una lunga serie di discipline: astronomia, medicina, filosofia, geografia, matematica... e non merita certo la classificazione di cultura di "serie B".

Altra tappa significativa è stata l'incontro con gli studenti del liceo scientifico "G. Ballatore" di Mazara del Vallo. In questa città è presente una comunità tunisina, tra le prime sorte in Italia, di circa cinquemila persone (regolarmente registrate) ed è quindi stato interessante vedere da vicino questa realtà. La classe che abbiamo incontrato ha seguito un progetto dal titolo "Noi e gli arabi" e preso parte ad uno scambio culturale con gli alunni di una scuola tunisina: un'iniziativa lodevole sotto ogni punto di vista. Ci viene poi spiegato che, nelle scuole elementari pubbliche mazaresi, ci sono alcune classi il cui programma di studi proviene dal ministero della Pubblica Istruzione tunisino, e si parlano solo il francese e l'arabo: sinceramente mi è sembrato uno strano modo di favorire l'integrazione.

Infine, ci viene riferito che nessuno studente musulmano è iscritto a scuola e che, forse, l'immagine più esatta per descrivere i rapporti tra la comunità tunisina e gli italiani è quella di due binari che corrono paralleli. In effetti gli immigrati, in maggioranza, hanno un basso reddito e lavorano come pescatori. Vivono nel centro della città che gli italiani stanno spopolando a favore delle moderne zone residenziali: senza un adeguato supporto da parte dello Stato e delle istituzioni competenti. Difficile dunque che i figli d'immigrati, finita l'istruzione obbligatoria, proseguano gli studi per migliorare la propria condizione di vita ed entrare a far parte integrante della vita sociale e politica del nostro paese.

Nella nostra cultura prevale ancora la concezione dell'età medievale come periodo buio della storia, ma la Sicilia in quell'epoca fu scenario, grazie ad un'eccezionale apertura mentale, di una società quanto mai multiculturale e multietnica, che a distanza di quasi un millennio ha ancora molto da dire e da insegnare. Mi auguro che questa lezione non sia dimenticata da una cultura "moderna", "civile" e "avanzata" come la nostra.

Marco Montedori