Iran. Difficile prova di democrazia

Intervista a
Enzo Pace

L'Iran oggi è attraversato da una profondissima crisi. Neanche l'operazione moderata di Katami, di liberare il sistema politico dalla cupola del potere clericale, ha funzionato. C'è una parte del mondo degli Ayatollah, apertamente critica, che vuole far fuori la classe dirigente al potere perché sta distruggendo quel poco di religioso che resta in quel paese. Insorgono anche gli studenti per chiedere libertà e democrazia. Dicono che con i mullah non si può più andare avanti.
Enzo Pace è sociologo dell'università di Padova.

Molti movimenti del riformismo e del risveglio islamico, che credevano e credono tuttora nell'utopia di uno stato etico islamico, hanno guardato all'islam sciita "iraniano" attraverso la rivoluzione del 1979 come ad un laboratorio a cielo aperto per la realizzazione di questo progetto. Ma la rivoluzione di Khomeini ha disatteso le aspettative di molti iraniani. I cambiamenti che ha portato sono, oggi, alla base di una situazione molto critica dal punto di vista politico, sociale ed economico. I recenti eventi di guerra in Iraq avranno sicuramente dei risvolti sull'Iran. Per avvicinare questa realtà, abbiamo intervistato il sociologo Enzo Pace che da anni segue con interesse le vicende legate al mondo sciita iraniano.

Professor Pace, perché la rivoluzione iraniana del '79 non ha funzionato?

La rivoluzione iraniana è frutto di un movimento collettivo di amplissima portata che conteneva varie anime e tendenze e rappresentava diversi interessi socioeconomici e culturali. Il suo fallimento è dovuto sostanzialmente ad una lotta interna.
Una parte consistente di questo movimento collettivo pensava di abbattere la dittatura dello Scià. Voleva instaurare una democrazia, senza però contrastare la modernizzazione culturale, giudicata positiva per alcuni aspetti come, ad esempio, l'emancipazione della donna.
Questa anima - in nome di un islam letto con una prospettiva umanistica - pensa di poter fare una democrazia che attinga dal patrimonio tradizionale religioso dello sciismo dei valori quali la giustizia sociale e la promozione dei diritti. Questa corrente era storicamente incarnata dall'ex presidente Bani Sadr. La sua corrente sognava una democrazia fondata sui valori dell'islam ma senza uno stato etico. In questo progetto era appoggiato da esponenti del "clero" sciita.


Ma la corrente forte di Khomeini lavorava per uno stato teocratico.

Per Khomeini, qualsiasi compromesso con la modernizzazione che la democrazia avrebbe fatto avanzare sarebbe stato un ulteriore cedimento ad un processo che mira a "togliere la pelle dell'identità culturale del popolo iraniano". Per evitare ciò aveva bisogno di uno strumento forte che plasmasse, da un punto di vista anche religioso, la società. Lo strumento sono i guardiani della causa di Dio. Ciò per evitare un processo di modernizzazione che consegna il paese in mano all'Occidente.


Khomeini è riuscito quindi a eliminare politicamente Bani Sadr.

Queste due correnti principali si scontrano e, nel giro di due anni dalla rivoluzione, si consuma una frattura interna: Bani Sadr si dimette e va in esilio. Si rafforza invece un ceto dentro il mondo degli Ayatollah iraniani convinti che ormai si debba fare una Costituzione: una specie di ibrido fra l'ordine religioso sciita e un regime repubblicano.
Dopo un anno al potere, Khomeini si rende conto che questa non è la via per ristabilire l'ordine religioso, che secondo lui dovrebbe salvaguardare l'identità sciita, ed inventa di sana pianta la teoria della guida dei dotti, una istituzione sottratta a qualsiasi controllo democratico.


Khomeini si legittima politicamente attraverso dogmi sciiti?

Nella tradizione sciita, l'Ayatollah è la persona che vive spiritualmente, in modo molto più forte dell'uomo comune, l'attesa del ritorno dell'Imam scomparso. Questo significa, a livello dell'esegesi scritturale, che solo lui è in grado di leggere i segni di Dio, di interpretare il senso nascosto del Corano. Su questa base Khomeini ha cercato di trasportare un dogma religioso dentro una costituzione politica.
Non si capiva più, però, se chi stava al potere, governava con gli strumenti tecnici del potere, o se era lì per estrarre, ogni giorno, dal senso nascosto dei testi sacri, le regole che dovevano valere in economia e in politica o occuparsi, invece, della lunghezza della barba o di quella del chador delle donne.


È riuscito quindi a strumentalizzare la religione per fini politici.

Khomeini riusciva a forzare la parola di Dio volgendola in termini politici.
Il caso più clamoroso è quello dei ragazzini iraniani, dai dodici ai quindici anni, mandati al fronte, nella guerra contro l'Iraq, per fare i martiri.
Nello sciismo più che nel sunnismo l'idea del martirio è un'idea sacra perché legata al martirio dell'imam Hussein (Al Husayn, secondo la traslitterazione adottata nel precedente articolo, ndr). Khomeini ha preso questa categoria del martirio e l'ha messa a frutto dentro un conflitto bellico per dimostrare strumentalmente che lo sciismo si salda all'identità nazionale, alla patria che va difesa e si fa garante di questa operazione. Si sottrae a qualsiasi controllo ideologico religioso e morale. Da lì è cominciata la degenerazione e il fallimento della rivoluzione iraniana.


Dopo più di 23 anni dalla rivoluzione, come si presenta oggi la situazione in Iran?

Oggi, il panorama politico è composto, da un lato, dal clan Khomeinista ancora al potere, in mezzo c'è il presidente Katami che cerca di mediare, e dall'altro lato c'è una parte del mondo degli Ayatollah, apertamente critica, che dice: "Basta, questo tipo di struttura va smantellata perché sta distruggendo quel poco di religioso che resta in questo paese chiamato Iran".


Fallita la rivoluzione che preoccupava l'Occidente, l'Iran è considerato un paese nemico; per quale motivo?

Il regime al potere in questo paese ha appoggiato movimenti di resistenza armata in giro per il mondo, tra cui gli Hezbollah libanesi e altri movimenti in Algeria e in Afghanistan. Questa politica è durata fino allo scoppio della guerra in Afghanistan.
Un altro problema importante è che l'Iran poteva costituire un elemento di instabilità in quella regione, perché se il regime fosse stato in grado di esportare l'idea rivoluzionaria - dell'utopia dello stato etico - altrove, come nel sud dell'Iraq dove la popolazione è sciita, questo avrebbe destabilizzato quell'area. Ecco perché gli Usa e una parte degli europei hanno pensato che fosse opportuno armare Saddam Hussein e incoraggiarlo a reprimere tutto ciò che di sciita si muoveva nel paese e poi a fare la guerra al regime khomeinista. Si pensava che questa operazione avrebbe indebolito, come di fatto è successo, l'Iran.
Oggi è un errore pensare all'Iran come una minaccia. I dati che abbiamo ci dicono che è un paese attraversato da una profondissima crisi. Neanche l'operazione moderata di Katami, di liberare il sistema politico dalla cupola del potere clericale, ha funzionato.


Il 9 luglio del 1999 c'è stata la prima insurrezione degli studenti in Iran. Oggi sono l'unica categoria sociale a scendere in piazza per chiedere libertà e democrazia.

La partita della democrazia si riapre in modo drammatico. Bisogna vedere cosa succederà nei prossimi mesi.
Le notizie che ho, attraverso i canali iraniani, sono che gli studenti di varie città sono in movimento e che la repressione è stata pesantissima attraverso azioni terroristiche da parte del regime, per isolare il movimento, che però sembra resistere ancora.
Non è chiara però la posizione del gruppo sociale cosiddetto del "bazar" (la lobby dei commercianti) che fa riferimento a Rafsangiani, "il re dei pistacchi", che, appena finita la guerra dell'Iraq, è tornato alla ribalta e si è molto timidamente proposto come il punto di mediazione tra le spinte radicali dal basso e l'arroccamento estremo del regime.
Sotto le pressioni americane e di altri paesi, l'Iran dovrà trovare una qualche soluzione che dia una parvenza di nuova democrazia. Rafsangiani potrebbe essere il candidato che piace agli Usa. Ma questo non risolverà il problema.
Ho tastato il polso negli ambienti universitari in Iran e l'atteggiamento che si respira è una definitiva convinzione che con i mullah non si possa più andare avanti. Le parole d'ordine sono libertà e giustizia, una democratizzazione che sopprima il potere degli Ayatollah. È una situazione molto incerta e il livello di scontro sociale politico ed ideologico in questo paese è altissimo e lascia pensare ad una escalation di scontri e di violenza.


Un eventuale intervento diretto da parte dell'Occidente in questo paese che conseguenze può avere?

Sarebbe molto negativo perché, se c'è una cosa che può permettere agli iraniani di ricomporsi al di là di tutto, è il fatto di sentirsi comandati dall'esterno: l'orgoglio nazionale, che deriva dal fatto che l'Iran non è mai stato realmente e fisicamente colonizzato, potrà ricomporre le fila. Un intervento e una pressione esplicita dell'esterno rischiano di congelare il conflitto e quindi di offrire al potere l'opportunità di reprimerlo.


L'opposizione si mobilita all'estero a volte anche con metodi di lotta politica poco convenzionali: il caso dei Mujiahidin ad esempio. Come valuta questa situazione?

La questione dei Mujiahidin è complessa. Sono stati perseguitati dal regime iraniano, fuggiti in Iraq e protetti da Saddam. In Iraq ci sono ancora parecchie migliaia di Mujiahidin che, fino a poco tempo fa, si addestravano. Quando sono arrivati gli americani li hanno disarmati ponendo loro due soluzioni: diventare prigionieri o collaborare. Cosa vuol dire collaborare? Vuol dire, forse, fare azione di disturbo e di guerriglia ai confini dell'Iran? Questo sarebbe un errore grave.
L'uscita del governo francese di arrestare alcuni esponenti del movimento, dopo che per vent'anni nessuno li ha disturbati, cosa vuol dire? Vuol dire di nuovo un conflitto fra Usa e Francia che hanno interessi contrastanti in Iran?


Come viene valutato il modo di lotta politica dei Mujiahidin che, per protesta, si danno fuoco?

Non è molto condiviso, perché secondo molti iraniani danneggia sia il movimento interno che quello esterno dell'opposizione, che si vanta (anche quello degli studenti) di essere un movimento pacifico non violento. L'opposizione cerca di creare una corrente di simpatia in Europa e in Usa utile per fare pressione sul regime di Teheran.


(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)