Dalla fine della guerra contro l'Iraq, hanno acquistato una prevedibile centralità politico-religiosa. Sono i musulmani sciiti, maggioranza sia in Iraq che, come noto, in Iran. Le radici teologiche e storiche del loro protagonismo politico.
Scica *, letteralmente, significa "partito", "fazione", ma anche "setta"; in senso più ampio lo sciismo si riferisce alla dimensione religiosa e politica del "partito di cAli" scicat cAli (cugino e genero del Profeta Muhammad, padre dei suoi soli nipoti sopravvissuti).
I parenti stretti del Profeta, ossia la sua Famiglia, così come il Profeta stesso, non potevano accedere alla "decima canonica" (zakat); in compenso erano legittimati a godere di una parte del khums, la quinta parte del bottino di guerra riservato al Profeta, e di qualche altra entrata. Col primo califfato di Abu Bakr i beni della Famiglia del Profeta furono confiscati e venne abolito il privilegio che le riservava uno status speciale, nonostante la dura protesta dei Banu Hashim (la dinastia del Profeta) e il loro rifiuto di appoggiare e legittimare la nomina di Abu Bakr come califfo per ben sei mesi. Al di là dell'odio inestinguibile che cA'isha (la moglie prediletta del Profeta) riservò per cAli, il declassamento di ahl al Bayt (la Famiglia del Profeta) dopo la morte di Muhammad fu in realtà non solo la scintilla che provocò la contrarietà e la ribellione dei Banu Hashim, ma la causa principale della nascita della scica.
A capo della dinastia dei Banu Hashim spiccava indubbiamente la personalità di cAli, cugino di Muhammad: per la sua stretta parentela col Profeta, per il suo matrimonio con sua figlia Fatima e per i servigi che rese alla causa dell'islam fin dalla sua nascita. cAli era considerato dai suoi seguaci (scicat cAli) la figura più prestigiosa e più degna dei musulmani dopo il Profeta, ed era acclamato perfino dai poeti, e indicato dalla maggioranza dei credenti come il wasi naturale e legittimo, successore e legatario, di Muhammad.
Tali pretese, oltre a mettere in discussione la legittimità dei califfi suoi predecessori, portarono il conflitto con i suoi avversari ad una dimensione religiosa oltreché politica. I suoi oppositori parlarono infatti, in occasione della "Battaglia del Cammello", della "religione di cAli" (din cAli), accusa che il cugino del Profeta rigettò con profondo disdegno, dichiarando di seguire e rappresentare solo e unicamente la religione di Muhammad.
Forte era il contrasto e dura era la lotta per il potere. Ciò nonostante cAli non si avventura in atti sconsiderati né si sbilancia più di tanto; anzi, non perde occasione per elogiare la rettitudine e la condotta morale dei primi due califfi, Abu Bakr e cUmar, e ammonire i loro denigratori. Riserva però le sue aspre e più severe critiche alla politica corrotta e nepotistica del terzo califfo cUthman, alla sua cattiva gestione del potere e lo accusa apertamente di avere provocato lui stesso la ribellione che portò al suo assassinio. Per di più si rifiuta di condannare i suoi assassini.
Alla morte di cUthman, cAli reclama per sé il diritto negato alla successione in base agli elementi appena elencati. L'intera Comunità dei Credenti manifesta il suo profondo rammarico e la sua più amara delusione per la mancata designazione di cAli a succedere a Muhammad e impone la sua nomina a califfo. Per contro, cAli ritorna a chiedere che ai discendenti della Famiglia del Profeta venga riconosciuta la legittimità di guidare la Comunità dei Credenti finché esisterà uno solo di loro in grado di recitare il Corano, di conoscere la sunna (la tradizione del Profeta) e di seguire l'esempio di Muhammad.
Le pretese di scicat cAli prendono però forma plausibile nel corso del tempo come legittimazione di un diritto talmente controverso da essere negato, nei fatti, per più di vent'anni, visto che cAli viene eletto quarto califfo solo nel 656, e che per tutto questo periodo i suoi sostenitori non mettono in scena atti di ribellione né opposizione di grande rilievo. Quando cAli venne assassinato dopo appena cinque anni di califfato (661), i suoi seguaci a Kufa pensarono che solo un discendente della Famiglia del Profeta potesse essere l'unico legittimato a succederlo. E la scelta cade, ovviamente, su al-Hasan, primogenito di cAli e nipote di Muhammad.
Ciò non significa affatto che le regole della successione siano già codificate, bensì che una buona parte del partito di cAli vede in al-Hasan il nuovo capofamiglia, quindi l'imam. Al-Hasan, diverso dal padre per carattere e spirito combattivo, vive ritirato a Medina e, per una serie di intrighi, congiure di palazzo, accordi sotto banco, ma fors'anche per la promessa di un consistente risarcimento materiale alla Famiglia, al-Hasan abdica a favore dell'umayyade Mucwiya, anche se veniva formalmente riconosciuto quale legittimo imam.
Al-Hasan muore nel 669 o 671, si dice avvelenato per mano di una delle sue mogli su istigazione dello stesso Mucawya, e gli sciiti indicano in suo fratello minore al-Husayn il naturale successore. La successione di al-Husayn tuttavia comporta diverse implicazioni, non ultima quella relativa al ruolo di Fatima, sua madre.
Fatima è figura centrale nella storia sciita: oggetto di culto in quanto componente della Famiglia del Profeta, composta appunto dal Profeta, da cAli, dai suoi due figli al-Hasan e al-Husayn, e da lei stessa. Fatima è una delle poche donne che abbiano segnato la storia dell'islam in generale e la storia dello sciismo in particolare. Per i sunniti come per gli sciiti Fatima è la donna esemplare, come figlia, come moglie e come madre. In ambiente sciita però le si attribuisce la prerogativa di trasmettere legittimamente ed esclusivamente, pur se femmina, quel qualche cosa che determina la natura profetica (nur Muhammad). Ma, al di là del culto, Fatima resta sempre la chiave di volta del sistema successorio dei discendenti di ahl al-bayt, secondo l'impalcatura della "dottrina" sciita. Fatta la debita e doverosa distinzione, il culto di Fatima presso gli sciiti può essere in qualche misura paragonato a quello mariano, se non addirittura superiore.
Il culto di Fatima non è comunque un fatto isolato, anche perché, a differenza del sunnismo, lo sciismo conosce una mediazione politica femminile, su cui si fonda il dato cultuale. Basti ricordare il culto di Zaynab, la sorella di al-Husayn, la cui tomba è contesa fra Damasco e il Cairo. Il santuario di Zaynab, a Damasco come al Cairo, è oggetto di devozione popolare e di incessante pellegrinaggio, e non sono certo pochi quelli che vanno a invocare la sua intercessione per ottenere grazie. Analogo è il culto dell'altra Fatima, sorella dell'ottavo imam, morto esule in Iran nei pressi di Tus. Si racconta che questa Fatima, nel tentativo di raggiungere Tus (816/17) si ammala strada facendo e decide di morire a Qum. A lei infatti è dedicato il santuario di Qum, il centro più antico e prestigioso dello sciismo in Iran.
Comunque sia, i notabili di Kufa invitano al-Husayn a raggiungere Kufa per l'ufficiale investitura a succedere a suo fratello. Per la strada di Kufa però al-Husayn e più di venti membri di ahl al-bayt, figli di al-Hasan, discendenti dei fratelli di cAli, cAkil e Giacfar, fratelli e figli di al-Husayn, vengono massacrati a Karbala' il 10 muharram 61 (10 ottobre 680) in una trappola organizzata dal governatore di Kufa cUbayd Allah bin Ziyad, con la connivenza dei capi tribù locali che tradirono la causa di al-Husayn dopo avergli promesso sostegno e protezione.
Per un decennio, dalla morte di cAli fino alla morte di al-Hasan, la scica tace; ma la morte violenta del nipote del Profeta a Karbala' e il tradimento della gente di Kufa ebbero un impatto tale sugli sciiti al punto che concetti come la passione, il richiamo al pentimento e al martirio divennero aspetti permanenti della loro spiritualità. Infatti, come reazione immediata, un movimento di penitenti (tawwabun), pronti a sacrificarsi e vendicare il sangue di al-Husayn, ebbe grande diffusione fra scicat cAli. Il dieci del mese di muharram diventa così per gli sciiti l'occasione annuale per commemorare l'uccisione di al-Husayn a Karbala', ma anche un giorno di pentimento, di flagellazione e di digiuno facoltativo. Tale ricorrenza è viva pure nella memoria dei sunniti che attribuiscono un particolare significato ai tragici fatti del giorno di cashura' (dall'arabo cashr "dieci"), il dieci (per antonomasia) di muharram, che viene solitamente celebrato dai più anche con il digiuno.
Queste, in sintesi, sono le vicende storiche che renderanno poi lo sciismo l'espressione religiosa minoritaria dell'islam, anche se, è bene sottolinearlo, fenomenologicamente lo sciismo nasce nell'islam e con l'islam fin dalle origini.
La "dottrina" sciita, anche se poco si discosta da quella sunnita, presenta tuttavia aspetti di differenze sostanziali che mal si conciliano con la "dottrina" musulmana complessiva. Di sicuro gli atti o i cinque pilastri attraverso cui il credente musulmano si qualifica come tale sono comuni a sciiti e sunniti: professione di fede, preghiera rituale, digiuno nel mese di ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca e la zakat (la decima canonica da devolvere alla comunità).
Data però la vasta articolazione politica dello sciismo, alcuni di questi atti vengono duramente contestati. Alcuni ad esempio considerano inutile, se non addirittura empio il pellegrinaggio alla Mecca e il culto della Kacaba. Anche per la jihad le posizioni sono le più varie: alcuni la considerano "guerra santa", anzi l'unica guerra legittima; altri la assumono semplicemente come dovere individuale, cioè lotta intima contro le proprie passioni. A livello di principio la jihad è radicalmente rifiutata dallo sciismo ismailita, che sostiene invece che l'unica guerra che il fedele deve combattere è quella che avviene all'interno del propio "io". In realtà il rifiuto di certi riti si deve essenzialmente alla natura stessa dello sciismo, sentito appunto come opposizione e vissuto come situazione di oppressione.
Al di là delle diversificazioni politiche interne nello sciismo - zaydismo, ismailismo, imamismo o sciismo duodecimano - i criteri di valutazione delle forme sciite si articolano non solo in termini religioso-culturali (necessità della permanenza di un intermediario tra Dio e l'uomo anche dopo la scomparsa del Profeta), ma anche teologico-giuridici (interpretazione da dare al Corano come fondamento della Legge), oltre che politici (contestazione delle istituzioni preposte al potere).
Svariate sono le differenze sostanziali fra sciismo e sunnismo, la principale è la concezione duale della visione profetica su cui si poggia tutta la struttura dello sciismo. Per lo sciismo, accanto all'Inviato di Dio che riceve il Divino Messaggio, e porta quindi la Legge ed è di conseguenza "loquente", esprimente la volontà divina, esiste anche l'Amico di Dio, l'imam, colui che, ispirato, conosce la segreta essenza del reale, di cui è testimonianza potenziale e "prova". Quando la presenza di questo Amico di Dio, o imam, è concomitante a quella del Profeta, o quando la stessa funzione imamica assiste a un processo di duplicazione, egli è il "silente". Per questa sua natura gli viene attribuito il potere di interpretare la Legge al di là della lettera, cioè oltre l'esplicita manifestazione dei principi che tale Legge informano.
L'imam in questione, in quanto persona storica, scompare visivamente dal mondo in un determinato momento che si suole stabilire approssimativamente intorno al 868/69. Resta però sulla terra, nascosto o in occultazione (ghayba) e riapparirà (ragica' "il ritorno"), così si dice e si crede, alla fine dei tempi per fungere da Mahdi, cioè Messia. Il suo ruolo vacante, o in certo senso sospeso, di interprete della Legge, viene in qualche modo assolto con la costituzione di un corpus di specialisti che traducono in norma lo spirito della Legge.
Per di più, nella visione sciita il periodo che va dal 622 (emigrazione di Muhammad da Mecca a Medina) fino alla fine del califfato di cAli nel 661 è considerato l'età d'oro dell'islam, e rappresenta quindi il vero modello di sperimentazione, con cAli, cioè nella realtà, quello che è per loro l'ipotesi di uno Stato perfetto e di un capo perfetto.
Oltre al binomio che fonda storicamente lo sciismo (Muhammad, il Profeta - cAli, suo cugino e genero, l'Amico di Dio), il Corano, che per i sunniti è Parola di Dio rivelata al Profeta Muhammad in forma immutabile, è considerato dallo sciismo come creato, venuto in essere nel tempo, sia pure con le stesse prerogative. A sua volta il tempo non può essere concepito senza un imam. L'imam quindi è la figura storica, centrale, attorno alla quale ruota tutta la "dottrina" sciita. Anzi, l'imam assume nello sciismo una dimensione divina, se non altro per la necessità di essere riconosciuto dai suoi fedeli, alla stregua cioè di Dio: come Dio chiede agli uomini di essere riconosciuto quale loro Signore, così anche l'imam. Ma la continuità temporale costituisce un grosso ostacolo a tale pratica, poiché l'atto di riconoscimento, collocandosi appunto nel tempo, e dovendosi ripetere di volta in volta per ogni imam, determina l'arresto, il fermarsi, wuquf, su un personaggio storico, e di questo l'ultimo imam. Così ad esempio l'imamismo, che riconosce dodici imam, in successione diretta, sostiene che il dodicesimo discendente di cAli, nel ramo husaynide della Famiglia, il Signore del tempo (sahib az-Zaman), resterà in ghayba, occultato, fino alla vigilia della fine del mondo. Concetto per altro comune alle varie correnti sciite.
Queste ed altre, non meno importanti, sono, sommariamente, le differenze dottrinali e politiche che dividono, all'interno dell'islam, il mondo sciita da quello sunnita. E pare ovvio che ogni avvenimento che riguarda l'arcipelago sciita debba essere interpretato alla luce di questo intreccio indissolubile fra dottrina religiosa e politica, che vede in cAli, l'Amico di Dio, la guida o l'imam perfetto e nell'età d'oro il modello sublime di Comunità (o Stato) da instaurare dovunque.
Ma quanti sono gli sciiti? Secondo stime abbastanza accreditate, su un miliardo e passa di musulmani sparsi per il mondo, all'incirca un centinaio di milioni, pari al 10-11% sono sciiti, variamente distribuiti: circa 45 milioni su una popolazione di 55 milioni in Iran; quasi 18 milioni in Iraq dove rappresentano quasi il 60% della popolazione; un milione e passa in Libano, pari ad un terzo dell'intera popolazione; più o meno 12 milioni in Pakistan. La presenza sciita si segnala anche in Afghanistan, nelle Repubbliche dell'ex Unione Sovietica, in Africa, in Asia, in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo Persico.
Mahmoud Salem Elsheikh