Profondamente cristiana e profondamente aperta al dialogo con le altre fedi. È questo il ritratto di Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei focolari, che emerge da questa intervista esclusiva a "Confronti". Un movimento in crescita, ecumenico e carismatico.
Semplicemente Chiara. La chiamano così i due milioni di aderenti al movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich, a Trento, nel 1943. La data è convenzionale, è quella della coscienza della propria vocazione al servizio cristiano: non era tempo di sogni quello, tanto meno di ambiziosi progetti ecclesiali. Era tempo di sofferenze e, come si legge nelle biografie a lei dedicate, in quei giorni Chiara avvertì "la chiamata ad abbracciare il dolore dell'umanità". Quando Trento fu bombardata, decise di non sfollare ma di condividere rischi e destini della sua città costituendo un piccolo gruppo di donne che, Vangelo alla mano, cercavano di aiutare chi soffriva. Una "divina avventura", come la Lubich ha voluto definire quel tempo di povertà e dolore, nel quale però maturava un progetto destinato a crescere. In breve, attorno a quel piccolo gruppo di donne, si raccolse un nutrito numero di sacerdoti, religiosi e laici che scelsero di condividere i loro beni ed i loro doni spirituali. L'idea di fondo fu, subito, quella di un movimento caratterizzato da una forte spiritualità, dalla vita in comune e dalla ricerca di unità. Unità nella chiesa e nella società, unità tra i popoli e tra le grandi tradizioni religiose. Al centro di tutto, come all'inizio, i "focolari", queste comunità di vita e di preghiera che ancora oggi costituiscono la vera ossatura del movimento. Come tutte le comunità che propongono una identità forte, a taluni sono apparse chiuse, troppo esigenti ed esclusive. In realtà la "cifra" del movimento sembra essere, invece, quella dell'accoglienza e del dialogo. Negli ultimi anni è divenuta una vera e propria linea di marcia, sostanziata dai numerosissimi incontri che Chiara Lubich ha avuto con comunità e leader religiosi di tutte le fedi. In un album virtuale di Chiara Lubich ci sono foto che la ritraggono accanto al Dalai Lama ed ai patriarchi della Chiesa ortodossa, al Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra o alla grande moschea di Harlem, quella di Malcolm X per intenderci. Chiara Lubich ha insomma teso la mano a molti, e la sua apertura è stata prontamente ricambiata, se si considera che alcune decine di migliaia di aderenti e simpatizzanti del movimento non appartengono alla Chiesa cattolica ma a altre comunità di fede, e non solo cristiane. Insomma un movimento comunitario, carismatico, in dialogo. Sicuramente in crescita. Inizia da queste considerazioni la nostra intervista a Chiara Lubich.
Il primo passo per partecipare al movimento è vivere l'amore evangelico. L'amore evangelico ama tutti ed invita all'amore reciproco. E questo amore reciproco, se vissuto in tutta la sua pienezza, esprime una grandissima realtà, quella che Gesù Cristo ha richiamato quando ha detto che "là, dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro". La ricchezza del movimento è tenere sempre Gesù in mezzo a noi. Come lei sa, siamo presenti in 182 nazioni: ovunque, l'idea che ci ha mosso era che non fossimo noi ad andare ma che Gesù ci chiamasse. Noi ci sentiamo come dei tralci uniti ad una vite. Mantenendo sempre questa unità a Cristo abbiamo una grazia speciale e particolare.
Noi insegniamo ad amare e questo insegnamento lo portiamo in tutto il mondo. E tutti coloro che si sentono amati rimangono impressionati, toccati, perché accade raramente di sentirsi amati ed accolti. Talvolta ci vengono chieste delle spiegazioni, ci interrogano alla ricerca della radice di questo amore, ci chiedono di venire a Roma per conoscerci, oppure ci invitano nelle loro strutture, paesi, chiese.
Noi stessi siamo stati invitati in Giappone a Tokyo, dove ho avuto la fortuna ed il piacere di parlare a migliaia di buddhisti, i quali volevano conoscere semplicemente la mia esperienza cristiana, poiché avevano capito che questo amore arriva da lì, e ne sono rimasti entusiasti.
Ricordo l'impressione che hanno avuto quando ho affermato che Gesù disse: "Anche i capelli che avete sul vostro capo sono contati". Ho ricordato che Gesù è morto per tutti, quindi anche per loro.
Anche in Thailandia, dove abbiamo avuto un incontro più approfondito, due grandi maestri del buddhismo theravada ci hanno conosciuto e successivamente sono venuti a trovarci in Italia, a Loppiano (vedi articolo più avanti, ndr) dove abbiamo la nostra "città del Vangelo", come noi la chiamiamo. Uno di loro disse: "Io non volevo vedere Gesù Cristo, perché è brutto, pieno di sangue. A noi piace il Buddha, che è solare e bello; però oggi ho capito chi è Gesù Cristo. È il super amore, quello che voi cercate di vivere". Quell'uomo oggi, pur rimanendo buddhista e quindi senza essersi convertito, è un apostolo nel senso che comunica tutte idee cristiane. Grazie ad incontri di questo tipo oggi abbiamo un grande movimento di buddhisti amici dei cristiani. Sono in un cammino che si concluderà come Dio vorrà.
Li abbiamo incontrati in diverse occasioni e sempre ricordandoci che siamo figli dello stesso padre. A New York i musulmani mi hanno invitata ad Harlem ad andare nella loro moschea: erano migliaia, e tutti stupiti quando nel mio discorso mi capitava di citare qualche passo del Corano. Io simpatizzo per tutta la verità e dovunque essa sia contenuta. Da quell'incontro è nata un'amicizia, ed oggi in tutti gli Stati Uniti ci sono decine di moschee aperte alla testimonianza di fede dei cristiani. Anche in India abbiamo avuto esperienze dirette di dialogo interreligioso: i guru induisti credono che Dio sia amore e quindi è più facile trovarsi in sintonia con loro. Spesso vengo invitata a raccontare le mie esperienze di cristiana e loro sono ben contenti di conoscere le "nostre" verità.
Vede, nei libri sacri delle diverse religioni ricorre sempre la stessa regola d'oro: non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te. Quindi tratta bene il tuo prossimo, stai attento al prossimo
Il fondamento evangelico dell'amore si può ritrovare anche nei testi delle altre religioni, sia pure con formule diverse.
Io ombre non ne vedo. Guardi, l'amore è esigentissimo da una parte e dall'altra.
Il fondamentalismo si presenta in minima misura. E presto si spegnerà.
Perché non si è capito chi è Dio e chi è Gesù Cristo. E perché l'uomo cerca tutte le scuse per poter fare la propria volontà.
È una spiritualità tipicamente cristiana, quella che Karl Rahner chiama "spiritualità comunitaria". La nostra è personale e comunitaria insieme. Anche Paolo VI ha detto che ci saranno sempre i singoli santi, cioè i perfetti singoli; però ha anche sottolineato che ormai andiamo verso una santità di popolo, che è quella che si sta verificando nel nostro movimento. Abbiamo circa dodici persone che si stanno avviando verso la santità e siamo nati solo poco più di cinquanta anni fa.
È dunque una spiritualità personale e comunitaria, che punta su dei cardini particolari. Il primo è credere che Dio è amore. È la verità che ci è apparsa luminosa durante la seconda guerra mondiale. Il secondo cardine è fare la volontà di Dio, soprattutto nel presente. Poi è vivere la Parola, e fra le parole simpatizzare per l'amore verso il prossimo, per arrivare a quell'unità che genera la presenza di Cristo.
Il segreto di questa spiritualità è Gesù crocefisso e abbandonato, il quale nel suo grido di abbandono paga con la redenzione per unirci con il Padre. È questo il centro della nostra spiritualità.
Nel 1961 mi trovavo a Darmstadt dove c'erano le suore evangeliche che avevano espresso il desiderio che io raccontassi qualcosa della nostra esperienza. Erano presenti anche tre pastori che si sono interessati molto all'incontro: li colpì che noi non "leggessimo" ma "meditassimo" e "vivessimo" il Vangelo. Da lì nacque una relazione che mi ha portato a molti altri incontri. Oggi ci sono anche numerosi evangelici legati al movimento dei focolari. Percorsi analoghi si sono sviluppati con gli anglicani e gli ortodossi.
Abbiamo scoperto che tutti abbiamo delle cose in comune a cui spesso non facciamo caso: non pensiamo a sufficienza, ad esempio, al battesimo, ai primi concili, alla bibbia. Si può dunque vedere la bottiglia mezza vuota o mezza piena e noi la vediamo mezza piena. In comune abbiamo tantissime cose.
Da queste constatazioni, da questo vivere insieme le realtà che già abbiamo e tramite la nostra spiritualità che ci aiuta è nato un nuovo dialogo che la Chiesa conosce, che tutti conosciamo.
Io e un evangelico abbiamo Gesù in mezzo a noi, perché tutti e due siamo battezzati. È Gesù stesso che ci aiuta.
L'eucaristia deve essere l'espressione dell'unità e anche del cammino verso l'unità. Le dico questo: nel nostro dialogo e all'interno del nostro movimento la sofferenza per la separazione eucaristica è molto attutita perché c'è piena coscienza della presenza di Cristo in mezzo a noi, e questa presenza ci dà la forza di andare avanti e di credere e di esporre anche a quelli che devono decidere queste cose come bisognerebbe vivere l'amore della comunione. Anche nei colloqui bilaterali si comincia a cercare di mettere al centro la presenza di Cristo, perché lui è luce e illumina gli uni e gli altri: è questo a sostenere un'enorme speranza anche per l'unità visibile della chiesa.
Lo vedo con grandissima simpatia: è stata una cosa veramente eccezionale. Direi che è stato mosso anche da esperienze come la nostra che, avendo già creato una unità di popolo, fa sì che non ci si trovi più bene separati, ma che almeno le manifestazioni che possiamo fare insieme vengano fatte realmente insieme.
Io, una persona.
Il nostro movimento era scritto in cielo, e noi siamo stati la "circostanza", come ho raccontato ai fratelli evangelici. Circostanza che ci ha dato l'occasione di metterci di fronte a nuove strade, con altri. Cosa succederà domani? Io conosco il programma del nostro movimento e so quello che è; quello che sarà lo dirà Dio attraverso le circostanze e attraverso la voce di qualcuno.
(intervista a cura di Paolo Naso)