La coalizione di governo sembra aver dimenticato il principio ispiratore del suo nome: la libertà. A partire dalla libertà religiosa, la prima che, da Locke in poi, i liberali considerano fondamentale per la convivenza civile. Ma la Casa delle libertà non la pensa così, ed ha rinviato - a quando? - l'approvazione della legge sulla libertà religiosa. Confondendo l'islam con il terrorismo di matrice islamica e l'ordine pubblico con la libertà di vivere la propria fede.
Partiamo da Locke e dal suo famoso principio di tolleranza. Dopo che per decenni, cattolici e protestanti si erano scannati per riaffermare il primato della propria fede, scrisse un trattatello nel quale, con geniale pragmatismo affermava che "un papista, se crede che sia veramente il corpo di Cristo ciò che un altro chiama pane, non arreca nessun torto al suo concittadino". Così come "un ebreo se non crede che il Nuovo Testamento sia parola di Dio, non altera i diritti civili". E persino "un pagano - annotava il filosofo nel 1685 - se ha dubbi sull'uno e sull'altro Testamento, non per questo deve essere punito come cittadino disonesto". È per frasi come queste che Locke viene considerato un maestro del pensiero laico e liberale: nell'Europa delle guerre di religione, arrivava difatti a sostenere che la convivenza era possibile nella diversità delle espressioni religiose. Il magistrato - oggi diremmo il potere politico - doveva garantire il bene comune e quindi quella libertà religiosa che avrebbe consentito a tutti di sentirsi membri della medesima comunità civile a prescindere dalla propria identità confessionale. È anche per questo che si dice che quella religiosa è la prima di tutte le libertà: non perché sia più importante di altre ma perché è a partire da essa che si è concepita la possibilità di convivere nella diversità.
Con questa premessa, veniamo alle nostre afose giornate di fine giugno, quando il Parlamento avrebbe dovuto approvare una legge sulla libertà religiosa che ormai da anni si trascina di legislatura in legislatura. Come sappiamo la legge era giunta alla Camera già infarcita di emendamenti restrittivi che ne facevano, più che una legge sulla libertà religiosa, uno strumento di politica teso al controllo delle comunità di fede non tutelate da altri strumenti come le intese. Sulla progressiva degenerazione di questa legge, i nostri lettori ricorderanno i numerosi interventi di Domenico Maselli nella sua rubrica "Osservatorio di libertà". Ma al peggio non c'è limite.
Nel giorno in cui la Guardia di finanza provvedeva all'arresto dell'imam di Gallarate (Milano), la Lega nord ha negato che vi fossero le condizioni per approvare quel testo che essa stessa aveva emendato in Commissione affari costituzionali. E come al gioco dell'oca, il provvedimento ha fatto ritorno alla Commissione dove potrebbe essere definitivamente affossato. Non si vede, infatti, quale sia il senso di questa retromarcia in una "casella" dalla quale era già transitata.
La posizione della Lega, del resto, è assolutamente chiara: no al provvedimento perché se ne avvantaggerebbe l'islam che è una religione compromessa con violenza e terrorismo. Prima chiudiamo le moschee e poi riparliamo di libertà religiosa.
Con questo la Lega fa il suo mestiere di partito che agisce sulle emozioni, sul pregiudizio, sull'intolleranza e persino sulle spinte razziste. Non ci stupiamo. Stupisce di più il resto della Casa delle libertà. Sorprende il silenzio dei "liberali" che pretendono di affollarla e che invece in questa occasione hanno fatto quadrato attorno all'islamofobia di Bossi. Così facendo la Casa ha perso una libertà, la prima libertà nel senso che abbiamo rievocato: la libertà di vivere ed esprimere la propria fede anche quando questa sia diversa da quella della maggioranza, anche quando sia la fede di un milione di immigrati che vivono in Italia e che, sempre di più, saranno italiani a tutti gli effetti. Non abbiamo alcun titolo per dare consigli a una forza politica ma riteniamo che almeno su questo tema la Casa delle libertà non avrebbe dovuto lasciare il campo a Bossi. Almeno in questa occasione avrebbe dovuto ricordarsi del suo nome e della cultura di alcuni suoi uomini. Avrebbe dovuto ricordarsi del monito del loro maestro Locke, quando ammoniva che i magistrati badassero "soprattutto di non commettere abusi in nome dell'utilità civile per sopprimere la libertà di qualche Chiesa". Ed invece è esattamente quello che sta accadendo: nel nome della lotta al terrorismo, si sta limitando la libertà di espressione della fede islamica.
Sia chiaro: sappiamo bene che il terrorismo di matrice islamica esiste ed è una minaccia per la convivenza democratica, come tutti i terrorismi, tutti i fondamentalismi religiosi, del resto. Magistratura e forze dell'ordine intervengano quindi per reprimerlo. Se stanno agendo in questa direzione, bene. Ma l'islam è un'altra cosa: è la fede di milioni di persone, è una alta tradizione di pensiero, è la vita di tante persone che arricchiscono la cultura e la società occidentale. Confondere il terrorismo di matrice islamica con l'islam tout court è l'errore più grave che si possa compiere: il fondamentalismo è la patologia di alcune società islamiche, non è la terapia che le può sollevare dalla crisi in cui versano. Una società autenticamente liberale sa distinguere tra gli orientamenti ed i valori di una comunità religiosa ed i deliri antisemiti e guerrafondai di alcuni suoi esponenti. Non generalizzare, evitare gli stereotipi, garantire i diritti senza negare le libertà: ecco le prime virtù del pensiero liberale.
Il processo non è né semplice né lineare ma è l'unico sostenibile. La grande moschea di Roma ha rimandato a casa il suo imam che aveva avuto espressioni violente e intolleranti contro i non musulmani. È un buon segnale, un buon inizio. Evidenzia un processo interno alla comunità islamica che inizia a porsi il problema di una "selezione" dei suoi esponenti ed a comprendere che il suo radicamento nella società italiana ed europea passa per la condivisione dei valori comuni del dialogo, del pluralismo, della libertà di coscienza. È un processo, niente affatto scontato o indolore, ma è l'unico sostenibile.
Un governo sapiente e liberale lo incoraggia e lo sostiene. Al contrario, è difficile considerare liberale quel governo che grida contro i "nuovi turchi", nega una legge sulla libertà religiosa ed affonda le carrette del mare cariche di disperati che cercano di attraccare a Lampedusa. Almeno cambi nome.
Paolo Naso