Rilanciamo la proposta di Amos Luzzatto, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane: un forum delle religioni che faciliti il dialogo e il confronto a servizio della convivenza e della pace.
Anche in Italia.
A metà giugno, mentre infuriavano le polemiche sull'imam della grande moschea di Roma che aveva invocato la Guerra santa contro i nemici dell'islam, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia Amos Luzzatto ha lanciato una proposta: "I nemici del dialogo - affermava in una intervista al quotidiano la Repubblica - vanno contrastati con le leggi, ma anche con operazioni di prevenzione culturale. È per questo che proponiamo un forum internazionale delle religioni".
Nel fragore della polemica - che come noto si è conclusa con la decisione della dirigenza della moschea di Roma di allontanare un imam così poco rispettoso della linea di moderazione e dialogo della massima parte della comunità islamica che vive in Italia - le parole di Luzzatto rischiano di perdersi, mentre a nostro avviso meriterebbero grande attenzione.
Mille volte su queste pagine abbiamo ribadito l'importanza di un passaggio culturale e sociale di cui ancora non vi è piena consapevolezza: sotto il profilo religioso anche l'Italia si avvia ad essere un paese pluralista, nel quale la religione della maggioranza è chiamata a convivere con molte altre espressioni di fede. Tutte visibili, radicate nella nostra società e quindi desiderose di un pieno riconoscimento giuridico: è il tema che affrontiamo in un altro dei nostri editoriali.
L'espressione "Italia cattolica" va quindi spiegata ed articolata: non è più un assunto immediatamente eloquente. Lo dicono i modesti dati sulla partecipazione degli italiani alla vita parrocchiale, il loro basso grado di adesione a dogmi e direttive della Chiesa, la libertà con cui affrontano i problemi di ordine etico.
Ma, insieme a tutto questo, c'è anche la varietà di altre risposte religiose: dai testimoni di Geova ai buddhisti, dai musulmani agli ebrei, dagli ortodossi agli evangelici e così via. Il dato numerico dei "non cattolici" resta quantitativamente poco rilevante - due milioni circa di persone - ma è invece molto significativo sul piano qualitativo: in massima parte si tratta di persone determinate ad affermare la specificità della propria fede, presenti ed attive nella scena pubblica. Il sistema della comunicazione si guarda bene dal registrare queste presenze: le ignora o le pone in un cantuccio. Si pensi alla Rai che, nel giugno scorso, ha istituito una nuova struttura, "Rai vaticano", destinata ad occuparsi delle "religioni". Difficile dire se si tratti di una penosa gaffe o di una discutibile partnership tra l'azienda radiotelevisiva pubblica ed una particolare confessione di fede. Fatto sta che è del tutto risibile contrabbandare per apertura al pluralismo religioso una linea editoriale sin dal nome centrata esclusivamente sul mondo cattolico. Ma anche se non appare, il pluralismo religioso esiste ed è destinato a diventare un tratto sempre più rilevante della società italiana. Come in Europa, del resto.
Detto questo, le diverse comunità di fede presenti in Italia hanno storia e strategie di presenza nel paese assai diverse tra loro: c'è chi punta all'intervento culturale, chi soprattutto al sociale, chi promuove soprattutto il proselitismo; così come c'è chi si pone in un atteggiamento di dialogo con la società italiana e chi invece si chiude dentro la propria comunità; c'è chi punta alla "italianità" della propria confessione e chi invece cerca di mantenere e sviluppare relazioni spirituali, organizzative e finanziarie con le più diverse "case madri"; c'è chi guarda ai principi di laicità come a una garanzia della propria libertà di culto e chi invece li considera una pericolosa minaccia alla spiritualità della fede.
Questa eterogeneità ha una valenza sociale e pubblica; non è affatto irrilevante rispetto alla costruzione di una società pluralista e conviviale in cui - come scriviamo sulla copertina di Confronti - molte strade concorrono a costruire una città. Insomma, il pluralismo confessionale non è ancora a servizio di una società plurale, del bene comune, della convivenza e della pace.
Ecco perché l'idea di Amos Luzzatto ci piace e crediamo debba essere discussa. Il presidente degli ebrei italiani pensa a una struttura internazionale: noi ci chiediamo se non sarebbe utile, magari cogliendo l'opportunità del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, di partire dall'Italia. Non pensiamo al forum come a un organismo di dialogo interreligioso: ve ne sono altri e fanno bene il loro lavoro. Lo immaginiamo piuttosto come una sede "civile" e "laica" di incontro, conoscenza e riflessione sul modello di società che insieme le diverse comunità di fede vogliono contribuire a costruire.
La cultura della convivenza e della pace non si improvvisa: si costruisce. In questo ha ragione Luzzatto: non bastano le leggi, occorre l'abito mentale.
Ci dispiace che, ad oggi, la proposta del forum non abbia raccolto significative adesioni: per parte nostra la rilanciamo e, per quello che possiamo, invitiamo le diverse comunità di fede a valutarla. Il pluralismo non è solo un diritto. È anche una responsabilità che impegna tutti a costruire una città conviviale. E conoscenza, confronto e collaborazione sono le sue fondamenta.