Credenti di diverse tradizioni e laici a confronto sul tema del paradiso tra suggestioni letterarie, testi sacri, dialogo interreligioso. Promosso dall'Enel, a Roma il 6 maggio si è svolto il convegno "Il paradiso degli altri". Il bisogno ed il rischio di guardare in alto perché si ha paura di quello che c'è in basso.
L'uomo antico che viveva nella società più sviluppata del suo tempo, la Mesopotamia, non credeva nell'aldilà e tantomeno nel paradiso. E infatti "quando gli dei crearono l'umanità, essi assegnarono la morte per l'umanità, tennero la vita nelle loro mani. Così Gilgamesh ammoniva una voce dall'alto riempi il tuo stomaco, giorno e notte datti alla gioia, fai festa ogni giorno. Giorno e notte canta e danza, che i tuoi vestiti siano puliti, che la tua testa sia lavata
gioisci del bambino che tiene stretta la tua mano, possa tua moglie godere al tuo petto". Ma questa visione della morte e dell'aldilà non durò a lungo. Di lì a poco, proprio nelle terre di Gilgamesh, fiorirono altre idee, altre speranze, altre raffigurazioni che giungono sino a noi.
E noi sembriamo avere un grande bisogno del paradiso, di un'idea assoluta di perfezione, bellezza, equilibrio, giustizia, pace. Ne abbiamo bisogno perché, sia pure chiamandolo in modi diversi, ne parlano tutte le grandi tradizioni religiose e perché è possibile fondare persino un'idea laica del paradiso. Forse ne abbiamo bisogno perché la vita alla quale ci costringiamo assomiglia troppo a un inferno carico di violenze, tensioni, insoddisfazioni. E che la suggestione del paradiso, meglio dei paradisi, sia viva e forte lo si è visto in un recente convegno promosso dall'Enel: "Il paradiso degli altri", appunto, svoltosi a Roma all'inizio di maggio. Un titolo enigmatico, che ci costringe ad assumere che non esiste solo un paradiso, il nostro, ma ve ne sono anche altri. Il plurale esprime così una coralità di idee, teologie, metafisiche di quello che vi è al di là della nostra vita. L'indagine su questa pluralità è una grande avventura culturale e spirituale; in una società sempre più articolata anche sotto il profilo religioso diventa uno strumento essenziale a qualificare e arricchire la convivenza delle diversità.
Lo si è visto in occasione di questo convegno, realizzatosi nella splendida cornice di palazzo Colonna dove tra stucchi, affreschi ed arazzi che spesso raffigurano uomini in armi e celebrano grandi vittorie militari, si sono invece ritrovati uomini e donne intenzionati a condividere alcuni dei valori più alti delle proprie tradizioni: cattolici e protestanti, ebrei e musulmani, induisti e buddhisti, ortodossi e laici, moderati da uno studioso dell'antico mondo mesopotamico, Giovanni Pettinato, docente all'università "La Sapienza" di Roma.
Adamo ed Eva nel giardino
È proprio dell'ebraismo il concetto di Gan Eden, il giardino dell'Eden, un luogo che nella tradizione e nella Scrittura di Israele si contrappone alla Geenna, luogo di morte e violenza. Come noto, nella Genesi si narra della cacciata di Adamo ed Eva dal giardino ma come ha spiegato la scrittrice ebrea Giacoma Limentani quell'allontanamento non è definitivo. Se saprà fare tesoro dei suoi errori, infatti, il genere umano, potrà farvi ritorno. Grazie alla teshuvà generalmente tradotta con pentimento il definitivo e paradisiaco giardino dell'eden si configura allora come un mondo a venire corrispondente a un'era messianica in cui le leggi decadranno. "C'è comunque chi dice ha concluso la Limentani che anche in paradiso i giusti non facciano altro che studiare come in qualsiasi accademia talmudica, e anche qui con un'unica differenza: siccome finalmente arrivano a capire appieno sia quello che studiano sia quanto si dicono l'un l'altro, concordano sempre e nessuno più si accapiglia".
Nella tradizione cristiana, pur assumendo il racconto biblico della Genesi, l'idea di paradiso si associa necessariamente alla predicazione di Gesù. Fu lui a dire "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà per causa mia e del vangelo, la salverà", come si legge nel libro di Marco (8:35) e dunque ha affermato il teologo della Pontificia Università lateranense Piero Coda "la morte non interrompe definitivamente la comunione con Dio; è interruzione sì, tragica, ma che apre un varco verso una pienezza sconosciuta, desiderata e promessa di tale comunione". Ma allora che cos'è il paradiso per la tradizione cattolica? Molte le indicazioni suggerite da Coda: "Casa del Padre", come si legge nell'evangelo di Giovanni, ma anche "Nuovi cieli e nuova terra" o "la nuova Gerusalemme" come indica l'Apocalisse. "Il Paradiso ha quindi concluso non è stasi immutabile, ma sempre nuovo evento d'amore. E allora, per dirla con Ireneo di Lione che visse nel II secolo, "anche nel Regno di cui siamo in attesa Dio avrà sempre qualcosa da insegnare e l'uomo qualcosa da imparare da Dio". Insomma un luogo dinamico, in cui l'uomo costruisce una relazione profonda ed assoluta con Dio.
È un'idea nella quale sembrano riconoscersi anche altre teologie cristiane, sia pure con accentuazioni diverse. Per Hans Michael Uhl, pastore della Chiesa luterana, ad esempio, il paradiso è soprattutto il luogo della grazia di Dio. "La morte in Cristo non è vera morte ma un sonno piacevole, dolce e breve ha affermato citando Martin Lutero in cui noi
dobbiamo riposare dolcemente finché Dio ci risveglierà e ci chiamerà alla sua eterna maestà". Il grande merito del riformatore di Wittemberg fu insomma quello di liberare l'uomo medioevale dall'angoscia della morte, vissuta come pena e colpa; a quell'idea cupa e violenta egli oppose la forza della grazia di Dio. "Questa riscoperta costituì una svolta nella storia della cultura e segnò l'inizio dell'età moderna, in cui l'uomo si può finalmente rivolgere alla vita, al mondo e al presente perché non è più soggiogato dalla paura della morte e del giudizio". Paradiso come luogo della grazia di Dio, potremmo dire.
Un'idea ovviamente condivisa da Paolo Ricca, l'altro teologo protestante intervenuto al convegno, che però ha centrato il suo intervento sulle metafore bibliche. Innanzitutto ha rilevato che nel testo sacro del Paradiso si parla all'inizio, nel libro della Genesi, ed alla fine, nell'Apocalisse. Nel primo caso la metafora suggerita è quella del giardino, l'eden; nel secondo quella della città, la Gerusalemme celeste. Qual è il senso di questo passaggio da una metafora all'altra? "Azzardiamo ha risposto Ricca due risposte: la prima è che il paradiso finale non è il ritorno a quello iniziale, non è la semplice riproduzione di una situazione ideale originaria. Dal giardino l'uomo e la donna escono e non vi tornano. Il paradiso ultimo è una novità, un inedito. Dio crea, non clona. La seconda risposta è che la città, a differenza del giardino, è costruita dall'uomo; nel caso della Gerusalemme celeste, potremmo dire dall'uomo e da Dio. Vuol dire che il paradiso non è semplicemente, come il giardino, un posto nel quale si viene messi ma è un luogo che l'uomo contribuisce a costruire: un luogo di sorprese nel quale vedremo cose che ci stupiranno come quei famosi publicani e quelle prostitute che precederanno i giusti ed i pii, come scrive Matteo (21,31)".
Più assoluto e celeste il paradiso indicato dal teologo ortodosso Traian Valdman: "La fede nel paradiso relativizza la storia ha affermato , la rende realtà penultima. La vita futura sarà così una domenica senza fine, la luce dell'ottavo giorno in cui Dio sarà tutto in ogni cosa". E pare di vedere i riflessi dorati di tante icone che suggeriscono questa idea di perfezione assoluta e preziosa, pura. E proprio all'iconografia padre Valdman ha voluto dedicare un passaggio del suo intervento ricordando una scena degli affreschi del monastero di Voronetz, in Romania. Tra l'altro, in una scena del paradiso, vi sono dipinti alcuni musulmani con i turbanti: è la prova che anche tra i turchi, i nemici di quel tempo, vi sono persone buone che meritano il paradiso. E i musulmani sembrano ricambiare questa "apertura". Come ha affermato Mahmoud Salem Elsheikh, infatti, il paradiso islamico "si apre a tutti coloro che credono e operano il bene". Così infatti si legge nel Corano, che peraltro dedica molte pagine a descrivere questo luogo in cui "l'acqua fluisce, zampilla e gorgoglia deliziando l'udito". L'acqua: il principio della vita, il bene prezioso di ogni civiltà nomade e desertica. Se l'acqua è l'elemento dominante del paradiso nella tradizione islamica, ampio spazio è anche dato alle descrizioni del cibo ed al piacere dei sensi. "I giusti non sono mai soli ha precisato Elsheikh ma condividono la loro felicità con fanciulle dallo sguardo modesto, mai toccate da uomini". Ma attenzione, nel paradiso non sono ammessi "discorsi sciocchi o frivoli o eccitazioni al peccato, ma solo pace, pace, pace!. I giusti non udiranno parole vane ma solo pace, come afferma il Corano".
Il sole è uno
Anche l'oriente guarda al paradiso, anche se con espressioni diverse da quelle delle religioni abramitiche: "Nella nostra tradizione, ad esempio, ha spiegato il maestro Yogananda Giri, dell'Unione induista Italiana il morente prega :dove la luce infallibile brilla sempre, dove dimora il sole, in quel mondo immortale, ponimi o purificatore, oltre il pericolo. Nel terzo dei cieli, dove vi sono regni pieni di luce, in quel radioso mondo, rendimi immortale".
Più difficile anche solo accennare all'idea buddhista del paradiso. Il maestro Fausto Taiten Guareschi del monastero Sobozan Fudenji di Salsomaggiore, ha offerto qualche spunto sottolineando la paradossalità dell'aldilà buddhista. "Terra d'incontaminazione, regno di Buddha ha affermato il paradiso è là dove rinascono gli uomini buoni, e a più forte ragione i peggiori peccatori. Un luogo dove non ci si attende che tu faccia nulla, dove non devi fare nulla per guadagnarti la felicità". Una storia della tradizione buddhista illustra bene questo paradosso. Un santo buddhista sale al cielo meritato. Il suo grande desiderio è vedere il Maestro. Sale per tutti i cieli del Nirvana e finalmente arriva al settimo. Aperte le porte smania per vedere il Buddha ma non lo trova e si dispera. Spunta allora una ninfa che lo guarda stupita. "Cerco il grande Buddha", le dice. E lei risponde: "Ma tu non sai quel che cerchi. Il vero Buddha non è mai venuto qui, è rimasto tra gli uomini e vi rimarrà finché l'ultimo essere senziente non sarà arrivato al Nirvana". Insomma il Buddha lo si trova sulla terra, tra gli uomini. Come il paradiso, del resto. Almeno secondo Margherita Hack, la nota astrofisica, che ha proposto la sua visione laica del paradiso: "Per un credente ha detto è evidente che Dio abbia concepito l'universo su misura per l'umanità. Una scienziato laico, invece, immagina che questo non sia altro che un universo tra tanti e ciascuno con proprietà diverse dall'altro. Quindi questa è l'aspirazione del paradiso dei laici: "arrivare a conoscere scientificamente e razionalmente il nostro universo; poter rispondere a quelle domande a cui ancora non siamo in grado di rispondere".
Il paradiso, molti paradisi; una verità e le sue molteplici facce: è impossibile farne una sintesi che finirebbe per distruggerle; d'altra parte non ha senso separare e dividere ciò che, nell'espressione di ciò che è giusto e buono, tende necessariamente all'unità. È una contraddizione insolubile. Proviamo ad assumerla facendo nostre le parole del libro induista dei Veda, ricordate dal maestro Yogananda Giri: "Vedo l'unità nella diversità: l'uno divino appare nelle molte forme, immensa è la sua vastità, indescrivibile la sua gloria
Accesa in varie forme, l'eterna fiamma è Una. Illuminando il mondo con i raggi dorati all'alba, dipingendo le nubi della sera con cangianti colori, il sole è Uno".
Paolo Naso