Bisogno d'Europa

Intervista a
Romano Prodi

In un sistema sempre più globale, i singoli stati non sono in grado di dare risposte efficaci ai problemi dell'economia, della sicurezza, dell'immigrazione. Per questo occorre "più Europa". L'importanza del pluralismo delle culture e delle fedi. La polemica sulle "radici cristiane" dell'Europa.

In Europa crescono gli antieuropei. Li abbiamo visti in Francia, sotto le bandiere neonazionaliste e fascisteggianti di Le Pen; li abbiamo visti anche in Olanda, dove il fenomeno Fortuyn ha dimostrato quanto persino nel paese di Maastricht siano numerosi e convinti gli euroscettici. Quanto ai paesi del nord Europa, non da oggi l'opinione pubblica pone interrogativi di fondo sulla natura e i poteri dell'Unione. Le paure antieuropee dei sudditi di Sua maestà britannica sono ben note e conclamate. In Italia sappiamo come vanno le cose: le denunce leghiste contro "Forcolandia", il brusco congedo del ministro Ruggiero, l'esplicita polemica contro Bruxelles del ministro Martino, gli strali di An contro gli eurocrati indicano la povertà degli umori europeisti dell'attuale governo. Certo, negli ultimi mesi, da quando il premier è anche ministro degli Esteri, i toni polemici si sono abbassati ma pare difficile parlare di una "conversione" europeista. Diciamo che siamo di fronte a un atteggiamento di vigilanza critica. Nonostante il successo dell'euro, nonostante i primi sforzi tesi a dimostrare che l'Unione ha un'anima e un ruolo politico, insomma, in vari paesi dell'Unione sembrano consolidarsi alcune isole di euroscetticismo ed eurodiffidenza. Parte da qui la nostra intervista a Romano Prodi, presidente della Commissione dell'Unione.

Presidente, siamo ancora alla vecchia definizione dell'Europa di "gigante economico e nano politico"?

Non la condivido ma alla fine l'accetto perché riconosce che è un gigante economico. E non è vero che è un nano politico. È un ragazzo che sta crescendo; certamente non è una struttura completa, perché l'abbiamo costruita con una serie di passi successivi. Adesso finalmente le si chiede di darsi una costituente, composta da parlamentari anche di paesi che spero entreranno presto nell'Unione. E a questo punto si sta ridiscutendo tutta la base politica dell'Unione. Qualcuno vuole che essa diventi anche un gigante politico; altri sono più prudenti. A mio avviso, però, se non diventa un gigante almeno riguardo a certi temi, saranno gli stati membro a soffrirne. È un errore intellettuale da parte di alcuni pensare che l'Europa sia contro gli stati mentre ci sono delle funzioni che oggi, nel mondo globalizzato, i singoli stati non sono in grado di fare. Sono troppo piccoli.


Quello che lei descrive è il vecchio euroscetticismo, quello di matrice inglese per intenderci. La Francia e l'Olanda, però, di recente hanno mostrato un nuovo atteggiamento antieuropeo, assai più aggressivo e militante. Lei è preoccupato?

Sono preoccupato perché è un po' cresciuto. Questa espressione politica, che in gergo si chiama "fascia lunatica", è sempre esistita. Abbiamo sempre avuto una parte di parlamentari europei antieuropei. Ora questa posizione ha assunto un ruolo più forte anche perché ci sono delle paure. La prima è quella di perdere l'identità con l'immigrazione, l'angoscia di sparire in qualcosa che non si conosce. E qui, invece che perdersi in tante belle prediche, si tratta di dare una risposta politica. Questi problemi non si risolvono creandosi un nemico ma dando loro una risposta. E la risposta è estremamente chiara: passa attraverso l'Europa, perché l'economia è sempre più globalizzata, perché la congiuntura va su e giù, perché siamo sempre più legati. Vuol dire che di fronte all'angoscia che avanza, bisogna dare una forte risposta politica. Si tratta di rovesciare il punto di vista. Insomma sono preoccupatissimo, però so che noi possediamo una risposta che è quella di andare avanti. Noi siamo in una situazione difficilissima perché questo è il posto al mondo nel quale stiamo tentando dei cambiamenti radicali. Ad esempio, il cambiamento del concetto di stato moderno, per cui il cittadino avrà una doppia fedeltà non contraddittoria tra la propria nazione e l'Europa. Egli avrà una grande lealtà nei confronti della propria nazione ma sa che alcune funzioni non potranno che ricadere a livello europeo. È una grossa rivoluzione per chi ritiene che la fedeltà sia una sola, che il riferimento sia uno solo, la bandiera sia una sola.


Molte paure sono indotte ed ingigantite dai fenomeni migratori. Si accusano le istituzioni europee di essere troppo "buoniste".

Io parto dal punto di vista che questa emigrazione c'è, e sono molto irritato con chi combatte l'immigrazione di giorno e poi cerca gli immigrati di notte perché ne ha bisogno: quelli che non vogliono gli immigrati ma poi li cercano quando hanno un parente anziano. Però so benissimo che non si può dare ai popoli un peso più grande di quello che loro possono sostenere. E allora che cosa significa questo? Occorre riconoscere che l'immigrazione deve avere dei limiti numerici, deve essere dosata perché bisogna costruire un nuovo soggetto che poi si fonde. Emigrando, gli italiani hanno arricchito molti paesi. Hanno arricchito anche la loro felicità perché si sono fusi. Ma ora dobbiamo fare qualcosa di più. Nei paesi di provenienza dei flussi migratori dobbiamo creare dei centri di formazione per cui i ragazzi che, ad esempio, vogliano venire in Italia dall'Ucraina trovino delle opportunità di formazione. E giungano qui con una loro dignità, con un lavoro, un mestiere. È questa la fase attiva che deve avere l'immigrazione.


Tra i soggetti attivi nell'Unione vi sono anche le chiese. Come valuta il loro ruolo rispetto alle istituzioni europee?

Positivamente, e soprattutto valuto positivamente questa fase storica di grande cooperazione tra le chiese protestanti e le chiese cattoliche. Qui a Bruxelles c'è un lavoro quotidiano straordinario. Quante volte ho ricevuto insieme delegazioni di protestanti e cattolici per affrontare insieme i problemi... C'è una collaborazione attiva, non passiva. Nella collaborazione attiva stanno entrando anche gli ortodossi.
Più complesso il confronto con la religione islamica. Stiamo lavorando moltissimo per evitare lo scontro culturale. Recentemente abbiamo promosso un convegno al quale hanno partecipato esponenti di diverse religioni; ne abbiamo fatto uno mettendo insieme cristiani, ebrei e musulmani. Certo, è ancora un discorso d'élite, ancora limitato, ma è in questa strada che vogliamo andare avanti. Penso a incontri riservati ai giovani, agli operatori dei mass media, per incominciare a parlarci e cercare di risolvere insieme problemi, prima che esplodano.


In Italia lei ha conosciuto un protestantesimo di minoranza. Come vede il protestantesimo nel contesto europeo?

In Italia il protestantesimo è un fatto di nicchia, un elemento di diversità. In Europa abbiamo un protestantesimo che è maggioranza in vari paesi e che fa sentire la sua voce. Sempre discretamente. Soprattutto sulle questioni etiche, sui problemi di frontiera tra la vita e la morte, sul progresso della scienza. Su questi temi le chiese protestanti hanno un ruolo molto importante. Vorrei che fossero più presenti anche nel dialogo tra civiltà, in modo che sia un discorso diffuso dal basso, all'interno di tutte le comunità cristiane.


Soprattutto da parte cattolica, sono giunte severe critiche al testo della Carta europea dei diritti fondamentali: si lamenta l'assenza di una citazione esplicita delle radici cristiane del vecchio continente.

Onestamente si è un po' ingrandito un problema esistente. Il fatto che nella Carta dei diritti fondamentali non vi sia una esplicita menzione della religione cristiana è dispiaciuto anche a me. Ma è stata una scelta necessaria perché alcuni paesi dell'Europa esprimono un laicismo formale. Allora io ho fatto, con me stesso e con altri, questo ragionamento: leggiamo questi principi della carta. Sono principi cristiani. Ma cristiani, cristiani cristiani… E allora: è l'etichetta con il nome di Dio o il contenuto che conta?


A conclusione della crisi della Basilica della Natività, a Betlemme, qualcuno ha detto che l'Europa cattolica aveva avuto un ruolo positivo di accoglienza; non così l'Europa protestante.

Quando ho letto l'articolo [apparso sul Corriere della sera il 14 maggio 2002, ndr], ho pensato che fosse intelligente. Ma forse troppo, perché non regge alla prova del nove. La Francia non si è lasciata assolutamente coinvolgere in questa vicenda, eppure era stata chiamata la figlia prediletta della Chiesa. No, più che altro hanno giocato elementi geografici, ha giocato il Mediterraneo, dove il problema palestinese è sentito come problema "di casa".


Presidente, sul suo tavolo di lavoro vedo "Resistenza e resa" di Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante morto in un campo di concentramento nazista. È lì per caso?

No, lo tengo sempre. Nei momenti dell'Europa sfasciata, quando la tragedia europea era più profonda, Bonhoeffer aveva ben saldi questi concetti di costruzione dell'unità: quando tutto era odio, sangue. Lo ritengo uno dei padri della ricostruzione europea. Se vogliamo andare al cuore dell'Europa, dobbiamo andare a Dietrich Bonhoeffer.


(a cura di Paolo Naso, per concessione della rubrica "Protestantesimo")