Gli Usa pongono come condizione preliminare alla ripresa dei negoziati di pace che Arafat esca di scena. Alcuni alleati occidentali si allineano a un diktat che finirà per rafforzare l'anziano presidente proprio quando, al contrario, importanti settori della società civile palestinese pongono il problema di una nuova leadership, autorevole e democratica.
"Noi palestinesi non avremmo dovuto militarizzare l'intifada. Noi dovevamo utilizzare le forme di lotta della prima intifada: disobbedienza civile, manifestazioni nonviolente. Io difendo il popolo palestinese e le sue aspirazioni. Ma allo stesso tempo posso essere critico nei confronti della leadership di Arafat, del modo in cui ha condotto i negoziati e del modo in cui gestisce i rapporti con Israele". A parlare così è Manuel Hassasian, vicepresidente dell'Università di Betlemme e già negoziatore per conto dell'Autorità nazionale palestinese. Hassasian è anche tra i primi firmatari di un appello, ormai sottoscritto da oltre un migliaio di personalità palestinesi, che condanna gli attentati terroristici contro Israele. Finalmente senza ambiguità. "Credo ci sia bisogno di un cambiamento molto netto nella nostra leadership ha ancora affermato perché quella attuale è miope; ha puntato sulla tattica. Mentre doveva guardare alla strategia e guardare al futuro". Parole pesanti. E le parole di un così autorevole intellettuale palestinese, che per altro ha condiviso delle responsabilità con l'Autorità nazionale, danno la misura di un problema molto serio che sbaglieremmo a sottovalutare: la propaganda violenta e distruttiva delle fazioni radicali del movimento nazionale palestinese sta distruggendo la società civile, sta militarizzando la sua anima ed il suo cuore. Per averne una conferma basta girare per la città di Gaza o di Betlemme, visitare un campo profughi come quello di Aida, osservare i disegni dei bambini e le cartine della "Palestina" affisse alle pareti: l'immagine dominante è quella degli shaid, dei martiri dell'intifada, sia i "laici" delle brigate Al Aqsa, sia i fondamentalisti di Hamas o della Jihad islamica. Sono loro i nuovi eroi di questa intifada del tritolo, ragazzi ritratti con un fucile e sullo sfondo della Cupola della roccia di Al Quds, Gerusalemme in arabo.
Di fronte a queste immagini, truci ed ingenue allo stesso tempo, si capisce bene che esiste un problema di leadership politica e culturale. Che cosa si dice a questi ragazzi soggiogati da una attiva propaganda? Li si blandisce, li si porta in trionfo, si sostengono le loro famiglie? Ci si limita a dire che sono il frutto di un'occupazione altrettanto violenta e brutale degli attentati terroristici?
Il rischio è che l'Autorità nazionale palestinese quel poco che ne resta non riesca a dire niente: che non abbia la forza di condannarli esplicitamente né l'autorevolezza necessaria a indicare una diversa strategia politica. La questione della leadership palestinese, insomma, è tutt'altro che astratta o inattuale. Il problema è che è stata posta nel modo peggiore e nel momento più sbagliato: Bush, infatti, ed i suoi alleati più fedeli tra i quali a giorni alterni appare anche il premier italiano, pretendono l'uscita di scena di Yasser Arafat: troppo vecchio, troppo condizionato dal passato, dalla sua divisa militare, dalla sua kefiah e dalla sua storia politica e personale. Tutto vero, ma imporre per decreto della Casa Bianca l'uscita di scena dell'uomo che negli ultimi trent'anni ha rappresentato la "causa palestinese" nel mondo, significa proprio rafforzarne ruolo e carisma.
La costruzione di una leadership lucida ed autorevole è operazione difficile per una democrazia; figurarsi per uno stato nascente, provato dalla guerra e dalle sconfitte, dall'occupazione militare e dalla corruzione di interi apparati amministrativi. Ai palestinesi il diktat americano su Arafat appare l'ennesima ferita alla propria dignità nazionale e finirà per produrre effetti contrari a quelli auspicati; soprattutto quando da parte israeliana emergono assai deboli segnali politici e si privilegia il confronto militare; e quando la comunità internazionale non riesce ad imporre alle parti una piattaforma negoziale.
Il disorientamento e le divisioni insorte nella leadership palestinese dimostrano che il tempo di Arafat volge al termine, ma non è detto che sia finito. Il compito della comunità internazionale sarebbe quello di aiutare una nuova leadership a emergere, a legittimarsi di fronte a masse sempre più esasperate e sempre più vittime di parole d'ordine sbagliate, distruttive, controproducenti. Questa leadership non potrà nascere "prima" del negoziato e prima che nuovi accordi di pace abbiano prodotto effettivi risultati: in un certo senso, se la comunità internazionale e la controparte israeliana sapranno conquistare la fiducia di consistenti settori della società palestinese, la legittimazione di una nuova leadership potrà essere il primo frutto di un accordo, sia pure parziale. Invocarla prima di allora è inutile e controproducente e quindi politicamente sbagliato. Viene da pensare che anche in Medio oriente c'è chi vuole che tutto cambi perché nulla cambi.
Paolo Naso