E le lacrime segnano le sue guance

Rapporto della visita ecumenica in Israele e nei Territori palestinesi promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia
(7-13 giugno 2002).

Dal 7 al 13 giugno del 2002 una delegazione ecumenica promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche ha visitato Israele e i Territori palestinesi di Cisgiordania e della Striscia di Gaza occupati da Israele nel 1967.
Della delegazione facevano parte il pastore Gianni Genre, moderatore della Tavola valdese; la pastora Anna Maffei, vicepresidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia; Renato Maiocchi, segretario esecutivo della Federazione delle chiese evangeliche in Italia; Paolo Ricca e Daniele Garrone, docenti alla Facoltà valdese di teologia; il pastore Eugenio Bernardini, direttore del settimanale evangelico Riforma; Brunetto Salvarani, teologo cattolico e direttore della rivista Qol; il giornalista Luigi Sandri, corrispondente dall'Italia dell'agenzia ecumenica internazionale Eni e redattore di Confronti; Paolo Naso, direttore di Confronti e della rubrica televisiva Protestantesimo (Raidue); Lucia Cuocci, dell'Ufficio programmi di Confronti. La delegazione era seguita anche da una troupe di Protestantesimo.
La visita è stata ecumenica in un doppio senso: perché all'interno della delegazione vi erano due fratelli cattolici, ma soprattutto perché abbiamo intenzionalmente voluto incontrare le diverse comunità cristiane di Israele e dei Territori, convinti che di fronte a una situazione così tragica come quella che vive quella regione del mondo, le differenze confessionali siano secondarie rispetto alla comune vocazione alla pace, alla giustizia e alla riconciliazione.
In questo senso, grati per l'attenzione ricevuta dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) riguardo alla nostra visita ecumenica, nella sua autonomia e specificità la consideriamo un contributo all'iniziativa complessiva del Cec riguardo al Medio oriente.
Gli obiettivi della visita erano stati espressi in una lettera dei responsabili delle Chiese evangeliche italiane inviata alle diverse comunità locali lo scorso 5 aprile: "esprimere solidarietà alle vittime israeliane e palestinesi; sostenere le forze attivamente impegnate per la pace sia in Israele che nei Territori palestinesi; invocare un immediato e completo cessate il fuoco che fermi al tempo stesso le azioni terroristiche e gli interventi militari; esprimere la fraterna solidarietà in Cristo alla minoranza cristiana che vive in Israele e nei Territori palestinesi".
Per realizzare questi obiettivi, la delegazione ha incontrato varie personalità politiche e religiose, sia israeliane che palestinesi; ha visitato familiari delle vittime dell'una e dell'altra parte; si è recata, oltre che nel territorio dello stato di Israele, a Gaza e in Cisgiordania; ha incontrato gruppi ed associazioni attivamente impegnati nel campo della pace; ha ascoltato decine di testimonianze "sul campo".

Ricordiamo gli incontri con:
David Cassuto, membro del Likud, già vicesindaco di Gerusalemme ed ex presidente della comunità ebraica italiana di Gerusalemme;
Yehezkel e Dalia Landau, educatori di pace alla Open House di Ramle;
Naomi Chazan, membro della Knesset, partito Meretz (opposizione pacifista);
Zeev Boim, membro della Knesset, presidente del gruppo del Likud;
Yehuda Stolov, già direttore dell'Associazione interreligiosa israeliana ed attualmente responsabile della Interfaith Encounter Association;
S. B. Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme;
H. G. Riah Abu El Assal, vescovo anglicano di Gerusalemme;
R. R. Munib Younan, vescovo luterano di Gerusalemme;
S. E. Swerios Malki Murad, vescovo siro-ortodosso di Gerusalemme;
Bernard Sabella, responsabile dell'ufficio rifugiati del Middle East Council of Churches;
Claudette Habbesh, direttrice della Caritas di Gerusalemme;
Manuel Hassasian, vicepresidente dell'università di Betlemme e membro della delegazione negoziale palestinese nominata dall'Anp (Autorità nazionale palestinese).

La delegazione ha anche incontrato:
Yitzhak Frankental, dell'associazione Parent's Circle (genitori delle vittime), padre di una ragazza rimasta uccisa in un attentato suicida palestinese a Gerusalemme;
i genitori di Malki Roth, rimasta uccisa durante un attentato suicida palestinese a Gerusalemme;
la moglie di Abu Halib, un giovane pastore sordomuto ucciso a Gaza dai soldati israeliani per non essersi fermato all'alt;
Rauhijneed, un giovane palestinese di Gaza di 24 anni che ha perso una gamba in seguito all'esplosione di un proiettile israeliano;
i responsabili della Society of Remedial Education Center di Gaza, una associazione senza fine di lucro che opera con i bambini che hanno subito traumi;
l'ospedale di Beit Jalla (Betlemme) visitando diversi feriti;

La delegazione ha anche visitato:
la chiesa luterana di Gerusalemme, partecipando al Culto con santa Cena di domenica 8 giugno;
le parrocchia cattolica di Gaza, incontrando il parroco padre Emanuel Musallam;
la chiesa luterana e l'International Center di Betlemme, incontrando il suo direttore, pastore Mitri Raheb;
la parrocchia cattolica di Santa Caterina di Betlemme, incontrando il suo parroco, il francescano padre Amjad Sabbara;
il campo profughi di Aida, Betlemme;
Yad Vashem, memoriale della Shoà;
l'insediamento di Efrat (vicino a Betlemme).

La delegazione ha trascorso l'ultima giornata in Galilea, dedicando il proprio tempo al raccoglimento, alla preghiera ed alla riflessione biblica. In particolare, sul luogo che la tradizione indica come la Montagna delle Beatitudini (dove Gesù avrebbe pronunciato le "Beatitudini"), Paolo Ricca e la pastora Maffei hanno commentato il brano di Matteo 5, 3-11.
Dovunque siamo stati accolti con grande calore e con la massima disponibilità a rispondere a domande anche difficili e dirette. Siamo convinti che la disponibilità a incontrarci e a dialogare con interesse e partecipazione sia stata favorita dal comune riconoscimento e dall'apprezzamento per l'attività di Confronti che, negli anni, ha stabilito importanti canali di dialogo sia in campo israeliano che palestinese, grazie ai seminari itineranti "Sulle frontiere della pace più difficile" ed ai programmi di scambio "Semi di pace" realizzati in Italia con la partecipazione di educatori dell'una e dell'altra parte. Tuttavia abbiamo anche avuto l'impressione che da una parte e dall'altra ci fosse una grande volontà di parlare, di "tirare fuori" paure e speranze, di rompere la sensazione di isolamento che gli uni e gli altri si sentono addosso.
In particolare, visitando Israele e i Territori ci ha colpito visitare città talora deserte, sofferenti e segnate da una palpabile tensione, assolutamente prive di pellegrini e turisti: un dato che non ha conseguenze solo economiche ma anche umane e sociali.
Ci è venuto in mente quel versetto delle Lamentazioni in cui si afferma: "È stata proprio abbandonata da tutti la città prima tanto popolata! Era così rinomata tra le nazioni, e ora è come una vedova…Passa le notti a piangere e le lacrime rigano le sue guance…" (Lamentazioni 1, 1-2).
L'esperienza fatta in Israele e nei Territori ci ha aperto importanti orizzonti di riflessione; ha aumentato la nostra coscienza della gravità del conflitto e delle pericolose ripercussioni che una sua ulteriore escalation potrebbe avere anche fuori dal Medio oriente; ci ha consentito di acquisire moltissime informazioni di prima mano e quindi ci aiuta a individuare un possibile programma di lavoro sia per noi che per le nostre Chiese.

Sia pace a Gerusalemme
In tutti i colloqui abbiamo sentito nelle persone un grande senso di sfiducia reciproca e di paura. Gli ebrei israeliani vivono sotto l'incubo di nuovi attentati suicidi da parte dei palestinesi, che in un baleno distruggerebbero la propria famiglia e i propri figli. I palestinesi temono che si ripeta nella loro casa quello che tante volte è già accaduto al loro vicino: l'arrivo dei soldati israeliani, gli spari, l'abbattimento della loro casa, e spesso senza aver accertato un effettivo coinvolgimento in azioni terroristiche. Tra i nostri interlocutori palestinesi è stata unanime la denuncia delle umiliazioni continue e quotidiane imposte alla popolazione dei Territori, dai quali dopo gli accordi di Oslo (1993) vi era stato un parziale ritiro delle truppe israeliane. I palestinesi, ad esempio, devono attendere per delle ore prima di poter transitare attraverso le centinaia di posti di blocco israeliani che impediscono la normale circolazione della popolazione; spesso, inoltre, i criteri di passaggio appaiono arbitrari e vessatori.

Le cause della violenza
Le cause e la responsabilità della violenza sono oggetto di contrapposte interpretazioni. Il governo israeliano, ma anche una parte importante dell'opinione pubblica di Israele, ritiene che la causa dell'esplosione della violenza sia la politica dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), e, in particolare, del presidente Arafat. L'Anp, in altre parole, da una parte fingerebbe di voler aprire trattative diplomatiche per arrivare a un accordo di pace, mentre dall'altra incoraggerebbe i movimenti estremisti e gli attentatori suicidi.
I palestinesi sostengono invece che la madre di tutte le violenze è l'occupazione militare israeliana dei Territori. Tra i palestinesi, in proposito, abbiamo registrato vari punti di vista: secondo alcuni è la disperazione, non vedere un futuro, a spingere dei giovani a considerare loro dovere "sacrificarsi per la patria"; altri invece, pur non escludendo questa interpretazione, ci hanno ripetuto che gli attentatori suicidi arrecano un danno gravissimo e irreparabile non solo a se stessi e alle loro vittime, ma alla stessa causa palestinese. Questi ultimi ci hanno fatto notare, infatti, che ogni attentato è pagato duramente dalla popolazione palestinese a causa della soverchiante reazione militare israeliana; sul piano politico, inoltre, ogni attentato finisce per rafforzare la politica del premier Sharon e per alienare dai palestinesi la solidarietà internazionale. Altri ancora, infine, esprimono una ferma critica politica e morale agli attentati terroristici, ritenendo che questi offendano la stessa dignità della causa palestinese.
In questo quadro, per molti israeliani tutti o quasi i palestinesi sono terroristi, potenziali terroristi o loro complici; in ogni caso la grande maggioranza di essi sarebbe giunta, secondo molti israeliani, ad accettare il terrorismo come arma legittima di lotta contro l'occupazione militare. Tuttavia abbiamo raccolto anche qualche testimonianza di parte israeliana secondo cui la logica della ritorsione militare indiscriminata, gli attacchi contro la popolazione civile palestinese, lo stesso prolungarsi dell'occupazione militare offendano "l'anima di Israele" e la natura democratica dello stato; allo stesso tempo lo costringono all'isolamento nell'area mentre la sua politica dovrebbe essere tesa a consolidare relazioni di amicizia e partnership con i paesi circostanti.
In campo palestinese, invece, anche quelli che non criticano il sostegno politico e religioso che alcuni movimenti estremisti garantiscono agli uomini bomba, rilevano come sia altrettanto e ancora più terroristica la politica del governo israeliano che, con il pretesto di vendicare gli attentati, si abbatte implacabile anche sulla popolazione civile, uccidendo, distruggendo case e infrastrutture, sradicando migliaia di alberi da frutto e mettendo in ginocchio l'economia dei Territori.

L'uso di stereotipi
Abbiamo rilevato un uso schematico e talora provocatorio di stereotipi o comunque definizioni improprie per "etichettare" la parte avversa. Così, ad esempio, alcuni palestinesi dicono "ebrei" per intendere "israeliani", arrivando quasi a un'identificazione per cui tutti gli ebrei del mondo sarebbero israeliani. Sul fronte israeliano, invece, abbiamo notato la tendenza a considerare tutti i palestinesi "musulmani", ignorando così la piccola ma importante minoranza cristiana, e quasi considerando tutti i musulmani come potenziali terroristi. Molti interlocutori palestinesi, non solo musulmani, hanno denunciato il rischio che si alimenti una vera e propria "islamofobia", sia tra gli israeliani che nell'opinione pubblica internazionale.
Tutti i nostri interlocutori ci hanno parlato di attese tradite rispetto al Processo di pace avviato il 13 settembre 1993 a Washington, con la firma degli accordi preparati a Oslo fra Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Gli israeliani, salvo qualche rara eccezione, attribuiscono ai palestinesi la responsabilità per il fallimento di quegli accordi; i palestinesi ne danno la colpa agli israeliani. Nonostante queste accuse speculari, diversi interlocutori hanno pronunciato parole durissime contro i propri leader politici, accusandoli di essere essi stessi i responsabili del fallimento degli accordi e della fine di tante speranze.
Abbiamo constatato che il riferimento alle Scritture ebraiche, cristiane e musulmane è importante per molti; per alcuni è anzi il punto di riferimento essenziale della propria vita. In tale contesto abbiamo preso maggiore coscienza dello scandalo costituito dai riferimenti al nome di Dio per benedire la guerra o la violenza. Ma allo stesso tempo in diversi colloqui abbiamo anche rilevato la consapevolezza di questo scandalo e la esplicita coscienza che il nome di Dio può essere invocato solo per promuovere la pace, la giustizia e la riconciliazione. Se per alcuni la base del conflitto israelo-palestinese è la religione, per altri questa è vista soltanto come un mantello usato da molti per coprire i nodi reali della contesa, e cioè la spartizione della stessa terra rivendicata da due popoli e i modi per giungere a un possibile compromesso.

Gerusalemme
In campo cristiano, poi, abbiamo visto come sia complesso il rapporto che i cristiani arabi hanno con l'Antico Testamento e cioè con i libri sui quali molti ebrei fondano la rivendicazione, in nome delle promesse divine, di tutta la terra di Israele (e cioè non solo dell'attuale stato di Israele ma anche dei Territori). Più in generale, richiamando anche la nostra esperienza di chiese occidentali, abbiamo verificato quanto sia importante approfondire il legame tra la chiesa e Israele e dunque tra l'esperienza cristiana e le sue radici ebraiche.
Città simbolo per ebrei, cristiani e musulmani, Gerusalemme ci è apparsa come il luogo di una contesa aspra, drammatica e quasi insolubile. Molti responsabili di chiese, ma anche semplici cristiani, ci hanno espresso il sentimento di amarezza che li pervade perché vivono un tempo di grande solitudine. "Siamo la chiesa madre, ma siamo la chiesa dimenticata", ci ha detto il leader di una chiesa cristiana di Gerusalemme. Ma proprio a Gerusalemme abbiamo incontrato testimonianze ed esperienze di riconciliazione e di dialogo tra israeliani e palestinesi che ci hanno dato motivo di sperare per il futuro.

Il peso della memoria
In molti incontri abbiamo constatato il peso della memoria. Senza consapevolezza di quanto è accaduto in passato ai popoli in conflitto in Medio Oriente è impossibile comprendere aspetti fondamentali dell'aspra situazione di oggi. D'altra parte, abbiamo raccolto l'impressione di un uso spesso retorico e ideologico della storia ("abbiamo narrazioni diverse e inconciliabili di quello che è accaduto" ci ha detto una deputata israeliana) che finisce per essere una gabbia che impedisce il confronto e il dialogo con le posizioni dell'avversario. Visitando Yad Vashem, siamo stati invitati a riflettere sulla devastazione che si può compiere quando si perdono di vista i valori umani fondamentali diventando prede cieche del razzismo, dell'odio etnico o dell'antisemitismo. Il ricordo del passato va tradotto in impegno costante di vigilanza perché non risorga l'antisemitismo e per stroncare sul nascere ogni tentazione di razzismo, di presunta superiorità culturale o etnica, di disprezzo per gli altri.
In conclusione ci sembra di poter dire che la situazione è quanto mai drammatica. Eppure, da una parte e dall'altra, cresce il numero di chi ritiene che il conflitto si possa risolvere solo con un pressante intervento della comunità internazionale che spinga verso l'attuazione di principi ormai da molti riconosciuti almeno in linea generale, e cioè:

Per perseguire con efficacia questi obiettivi, ribadiamo che ogni tipo di violenza, terrorismo, prepotenza non risolverà nessuno dei problemi sul tappeto ma li aggraverà tutti. Israeliani e palestinesi, pertanto, dovranno comprendere che l'unica strada percorribile è quella della trattativa diplomatica e politica. La nostra volontà di individuare le vie della pace nella giustizia è stata rafforzata da piccoli ma importanti segni che abbiamo trovato, sia in Israele che nei Territori: iniziative di dialogo, di ascolto reciproco, di aiuto morale, spirituale e materiale fra uomini e donne delle due parti. Questi virgulti, talora tenerissimi, per crescere hanno bisogno della nostra solidarietà e della nostra attenzione.

Che cosa possiamo fare
A partire da queste considerazioni auspichiamo che le nostre chiese assumano la pace tra israeliani e palestinesi come un aspetto importante della loro vocazione e della loro testimonianza. Questo impegno, concretamente, può esprimersi in forme diverse che ciascuna comunità è chiamata a definire sulla base dei suoi talenti, del contesto in cui opera, delle proprie specifiche sensibilità. Ci sembra utile, tuttavia, indicare alcune strade da percorrere:

Nel perseguire questi obiettivi ci ispira e ci guida la promessa di Dio che "la terra diventerà un giardino, e il giardino una foresta, e in essi regneranno la giustizia e il diritto. Poiché ognuno farà quel che è giusto, ci sarà pace e sicurezza per sempre" (Isaia 32, 15-17).

Gerusalemme, 13 giugno 2002