Molta paura qualche speranza

Tutto è fluido e incerto. Ma il barometro mediorientale non sembra tendere alla pace. La crisi di fiducia tra israeliani e palestinesi è gravissima; quanto alle leadership appaiono incerte e divise. Come la comunità internazionale, incapace di sciogliere il "nodo" Arafat.

La situazione in Medio Oriente è in continua ebollizione e, quando il lettore avrà ricevuto questo numero, altri eventi saranno accaduti a complicare una situazione già intricatissima.
Della complessità della situazione, e della nostra "impotenza" per risolverla, ci siamo resi conto personalmente, ancora una volta, avendo Confronti inviato tre dei suoi a Gerusalemme, dal 7 al 13 giugno, nell'ambito della delegazione ecumenica promossa dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. Ci ha tuttavia rincuorati il fatto che i nostri interlocutori – israeliani e palestinesi; ebrei, cristiani e musulmani – hanno apprezzato il nostro sforzo. "L'oceano è fatto di tantissime piccole gocce", ci ha detto a Gerusalemme un vecchio amico, per confermare che la nostra modesta ma sincera iniziativa (come altre similari: ricordiamo qui quella organizzata in maggio da Pax Christi italiana) andava nel senso giusto.

Nel Rapporto redatto a conclusione della visita ecumenica, il lettore troverà le nostre impressioni, sofferenze, speranze. Un "insieme" che si situa, ovviamente, nel contesto della cronaca spesso tragica e della "macro-politica" del e sul Medio Oriente.
Accenniamo solo agli ultimi eventi: i nuovi attentati suicidi di uomini-bomba palestinesi contro civili israeliani; la decisione del governo di Ariel Sharon di ri-occupare militarmente con i carri armati molte città palestinesi, a tempo indeterminato, al fine – a suo giudizio – di sradicare così i "covi dei terroristi"; la decisione israeliana di assediare di nuovo Yasser Arafat a Ramallah perché, secondo Sharon, egli sarebbe il vero mandante dei "kamikaze" che formalmente si rifanno invece al movimento di resistenza islamica di Hamas; le "esecuzioni mirate" di presunti terroristi palestinesi; gli scontri tra la polizia palestinese ed i seguaci di Hamas che protestavano perché Arafat ha posto agli arresti domiciliari lo sceicco Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas; il "fermo" all'aeroporto di Tel Aviv, a fine giugno, di molti pacifisti italiani costretti dalle autorità israeliane a tornare a casa.

E, ancora, in campo palestinese, il dibattito pubblico, doloroso ma assolutamente necessario, sugli attentati suicidi. L'appello con cui oltre un migliaio di intellettuali palestinesi (vedi scheda a pagina 17) dicono il loro esplicito "no" morale, umano e politico a questo tipo di lotta rappresenta una grande novità e segna uno spartiacque che potrebbe forse schiudere idee nuove su temi caldissimi come "terrorismo", "diritto di resistenza", "nonviolenza", "lotta per l'indipendenza".

Infine, il "piano americano" annunciato il 24 giugno da George W. Bush: sì ad uno Stato palestinese, prima "provvisorio", fra tre anni, a condizione che Arafat esca di scena, e che una nuova leadership "non compromessa con il terrorismo" assuma il potere nei Territori. A Sharon, invece, Bush non ha posto condizioni cogenti, salvo quella di ritirare l'esercito entro la linea antecedente il 28 settembre 2000 (inizio della seconda "intifada"), ma non entro i confini del 1967. Perciò Sharon ha lodato il "piano Bush", criticato invece dal ministro degli Esteri Shimon Peres, che ha giudicato un "errore fatale" liquidare Arafat. Anche molti leader europei hanno ribadito che spetta ai palestinesi scegliere la loro leadership. Da parte sua, Arafat ha annunciato nuove elezioni politiche (e presidenziali), per gennaio, nei Territori. Altri palestinesi hanno detto di non capire come mai la Casa bianca "ripudi" Arafat, e l'Olp debba invece accettare come partner nelle trattative Sharon, a suo tempo "responsabile indiretto" delle stragi di Sabra e Shatila (Beirut, settembre '82).

I governanti giordani ed egiziani hanno giudicato "equilibrata" la proposta di Bush, ma precisando che spetta ai palestinesi scegliere il loro "rais". Gelo, invece, negli altri stati arabi. Da parte sua, Kofi Annan, si è chiesto: se nelle nuove elezioni palestinesi la gente sceglierà "democraticamente" una leadership più radicale, che si farà? Infatti, ha lasciato intendere il segretario dell'Onu, nei Territori occupati, proprio perché occupati, cresce la rabbia della gente, e dunque l'influenza dei gruppi più radicali.

Speranze, contraddizioni, timori, paure segnano dunque il quadro medio-orientale. È possibile la pace, ma anche un tremendo bagno di sangue (oltre all'aggravamento del conflitto israelo-palestinese incombe un attacco statunitense all'Iraq). Per questo, chi vuole la pace deve dedicarsi con tutte le sue forze a questa missione. Così impossibile. Così necessaria.

David Gabrielli