Ero forestiero e mi avete respinto

Una brutta legge, incapace di risolvere i problemi legati all'immigrazione nel nostro paese. La storia dell'emigrazione italiana all'estero non sembra avere insegnato molto a chi ha delineato la nuova legge. Soprattutto rischia di avallare atteggiamenti semplificatori e xenofobi.

Mentre andiamo in stampa, il testo del disegno di legge 795 B è ancora in discussione in aula al Senato. Ma da qui a pochi giorni, dopo un ulteriore eventuale e rapido passaggio alla Camera, la nuova legge sull'immigrazione, la "Bossi-Fini", diventerà legge dello Stato e questo significa che molte parti del testo unico 286/98 – in vigore dopo che nel marzo dello stesso anno era stata approvata la legge 40, "Turco-Napolitano" – saranno sostituite dalla nuova normativa.

Abbiamo detto e scritto tante volte che questa legge non ci piace e continueremo a ripeterlo. Non ci piace per i principi che l'hanno ispirata, ma anche per le conseguenze che avrà, contraddittorie con gli stessi obiettivi che si è proposto chi l'ha voluta e votata.

Pensiamo che legare il permesso di soggiorno esclusivamente all'esistenza di un contratto di lavoro, contraddice le stesse regole del mercato del lavoro, negando ogni dinamica relazionale tra chi domanda e chi offre occupazione, e questo provocherà l'elusione della legge o nuovo traffico di braccia in mano a nuovi mercanti di schiavi.

Ma, ancora, pensiamo che l'immigrazione non possa essere considerata né solo risorsa materiale (forza lavoro), né tantomeno minaccia. La nostra storia di emigranti dovrebbe averci insegnato molte cose: che, ad esempio, la "chiamata" nel paese di accoglienza è una catena di solidarietà che si mette in moto tra parenti e amici della stessa comunità di origine, la cui forza vitale è disposta a sfidare blocchi e divieti; che il ricongiungimento familiare non solo non costituisce minaccia, ma è garanzia di un equilibrio di vita della persona immigrata... "Ero forestiero e mi avete accolto...". Invece noi ci sentiremo dire "ero forestiero e mi avete respinto".

Non solo, ma in epoca di globalizzazione sono sempre di più quelli che pensano sia legittima la mobilità di merci e risorse finanziarie , ma non di persone. Di fatto rifiutiamo di condividere il nostro benessere con coloro che già oggi con il loro lavoro nero e sommerso contribuiscono, davvero come nuovi schiavi, a procurarcelo. E chi ha proposto e sostenuto questa legge, mentre l'ha assunta come bandiera della lotta alla clandestinità, non propone di fatto alcun provvedimento efficace per superarla e per combattere alla radice il traffico di esseri umani che la criminalità organizzata a livello internazionale (anche questa figlia della globalizzazione) continuerà a praticare. Le espulsioni e il riaccompagnamento coatto alla frontiera sono legittimi, vanno fatti, ma non possono diventare il metodo quotidiano della gestione di un fenomeno divenuto ormai strutturale e non solo legato ad emergenze congiunturali internazionali. Se solo pensiamo ai costi di queste operazioni che coinvolgono marina militare, forze di polizia e compagnie aeree, varrebbe la pena di fare qualche riflessione sul rapporto costi/benefici.

Vanno sicuramente rafforzate relazioni e specifici accordi di partnership con i paesi di provenienza, ma gli accordi di partnership non possono essere a senso unico, compiendo di fatto una selezione di mano d'opera funzionale a favorire il nostro mercato del lavoro, senza favorire, contemporaneamente e in altro modo, lo sviluppo di quei paesi e di quei popoli. E, ancora, vanno rafforzate in Italia reti civili di accoglienza e di inserimento sociale nelle comunità locali che considerino cittadini, con i quali condividere i nostri standard di welfare, anche coloro che per un periodo più o meno lungo della loro vita si trovano a condividere con noi pane e lavoro.

Il giudizio espresso su questa legge ci obbliga da qui in poi ad un più di responsabiltà: sia nei confronti degli immigrati, ma anche nei confronti degli italiani che rischiano una regressione xenofoba, davvero pericolosa per la nostra cultura democratica.

Soana Tortora