Il capro espiatorio della fame nel mondo

Ripensando al Vertice di giugno dei capi di stato sul problema della fame nel mondo, si ha la netta impressione che politici e media abbiano cercato un capro espiatorio. La responsabilità della tragedia di oltre ventimila persone che quotidianamente muoiono di fame non sarebbe dei governi e delle macropolitiche economiche che essi adottano ma della Fao, ovvero dell'agenzia delle Nazioni Unite chiamata a monitorare il problema e ad indicare le politiche necessarie a superarlo.

Apocalisse significa togliere i veli. Il Vertice dei capi di stato sull'alimentazione, svoltosi a Roma all'inizio di giugno per verificare se si stiano mantenendo gli impegni (presi cinque anni fa dal primo vertice) per combattere la fame nel mondo, ha svelato le intenzioni dei paesi ricchi. Grazie al vertice abbiamo potuto capire che i paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) intendono continuare innanzitutto a proteggere i propri interessi – anche se questi vanno a scapito dei poveri e possono aumentare la fame, rendendoli ancora più poveri – e poi a non rispettare quegli impegni presi decenni fa di spendere almeno lo 0,7% del proprio Prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo. Al massimo si parla di concedere, come un gran regalo, qualcosa intorno allo 0,3%. Grazie al vertice abbiamo appreso che il 70% dei poveri del mondo deriva la propria sussistenza dall'agricoltura e che negli ultimi dieci anni gli aiuti concessi dai paesi donatori e dalle istituzioni finanziarie internazionali a tale settore sono diminuiti del 50%.

Grazie al vertice sappiamo ora anche che i paesi dell'Ocse concedono in media 12 mila dollari l'anno di sussidio a ciascuno dei loro agricoltori, mentre forniscono circa 6 dollari per ciascun agricoltore dei paesi in via di sviluppo tramite gli aiuti allo sviluppo. Grazie al vertice, i media di tutto il mondo per una settimana hanno fatto riflettere e discutere l'opinione pubblica internazionale sulle cause della fame nel mondo e sulle misure necessarie per combatterla.

E poi lo chiamano un vertice fallito, uno scacco della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione. Alla Fao era stata data la responsabilità nel 1996, durante il primo Vertice mondiale sull'alimentazione, del monitoraggio della messa in atto del Piano di azione allora concordato per raggiungere l'obbiettivo di ridurre della metà il numero di 800 milioni di denutriti nel mondo entro il 2015. La Fao è un'agenzia di assistenza tecnica, non un organismo finanziario o un donatore. Il Vertice del '96 aveva chiaramente indicato che per raggiungere l'obbiettivo unanimemente concordato da 180 paesi, era necessaria una maggiore volontà politica e un maggior impegno finanziario della comunità internazionale – paesi ricchi in primis, ma anche governi del sud – della società civile e del settore privato. Quando la Fao, nel suo ruolo di monitoraggio, si è resa conto che con il trend attuale gli obbiettivi stabiliti nel '95 non solo non sarebbero stati raggiunti nel 2015, ma sarebbero stati addirittura posticipati di vari decenni, ha lanciato il suo grido d'allarme convocando in anticipo il secondo vertice.

Al secondo vertice dei capi di stato sull'alimentazione, convocato dalla Fao per suscitare un maggiore impegno nei confronti degli stessi obbiettivi stabiliti nel 1996 per il 2015, tra gli ottanta capi di stato/governo presenti solo due erano del Nord del mondo: il primo ministro spagnolo José Maria Aznar, il cui paese ha in questo momento la presidenza dell'Unione europea, e Silvio Berlusconi, capo del governo del paese ospitante il vertice (che lo scorso autunno aveva suggerito di spostare il vertice in Africa, dato che la fame è un problema che riguarda gli africani e non noi). Al summit hanno partecipato circa 4000 persone, rappresentanti 180 paesi. La notizia che 24 mila persone sono morte ieri di fame, altrettante ne muoiono oggi e ne moriranno domani non è stata considerata sufficientemente grave da indurre i capi di stato/governo dei paesi Ocse a venire a Roma per affrontare il problema, come invece si erano sentiti di fare molti di loro poco prima per partecipare al vertice Nato sul terrorismo.

La principale ragione della persistenza della fame nel mondo, ha denunciato la Fao durante il summit, è la mancanza di volontà politica e conseguentemente delle risorse necessarie per rispettare gli impegni presi nel '96. Grazie al vertice abbiamo anche capito che gli impegni presi a Doha (nel 2001) dall'Organizzazione mondiale del commercio relativi al libero mercato e all'abbattimento delle barriere doganali valgono solo per i paesi poveri. Anche secondo l'organizzazione non governativa Oxfam, "il costo globale delle barriere doganali messe in piedi dai paesi ricchi contro i paesi in via di sviluppo si innalza a 100 miliardi di dollari per anno, cioè il doppio dell'aiuto fornito". A ciò si aggiunga il fatto che i prodotti degli agricoltori del sud non possono competere con i prezzi dei prodotti degli agricoltori europei e americani, supersovvenzionati dai loro stati, che inondano i mercati dei paesi in via di sviluppo e gettano sul lastrico i produttori locali.

In molti hanno gridato al fallimento del vertice e dell'impegno mondiale per ridurre la fame nel mondo e ne hanno addossato la responsabilità alla Fao o anche, personalmente, al suo direttore generale, Diouf. Lo stesso Berlusconi, nella conferenza stampa conclusiva, gli ha detto "aiutati che Dio ti aiuta", spiegando che se il Nord del mondo è ricco è perché si è rimboccato le maniche, che i paesi ricchi non sono responsabili della povertà del Sud del mondo e che perlomeno, se anche Diouf non ha saputo vincere la fame nel mondo, almeno sa parlare bene le lingue. Rattrista che alcune Organizzazioni non governative si siano messe dalla parte di coloro che hanno sparato a zero sulla Fao invece di capire il coraggio che ha avuto questa organizzazione a lanciare il suo grido di allarme sugli obbiettivi che si allontanano e di accusa a chi non mantiene i propri impegni.

Cercare nella Fao il capro espiatorio su cui far gravare una responsabilità che grava invece sulla comunità internazionale, e sui paesi del G8 e dell'Ocse innanzitutto, non fa che allontanare la possibilità di salvare da un destino di fame, di miseria e di morte centinaia di milioni di esseri umani.

Maria De Facci Negrati