In Occidente l'uomo moderno ha perso il valore dell'assoluto ed il senso di Dio. Se per l'islam Dio è il Vero, il Giusto ed il Misericordioso, i musulmani non possono accettare una relativizzazione della verità, del bene e della giustizia. D'altra parte Dio non ha fatto dell'umanità una sola comunità e non le ha dato una sola fede. Ed infatti il Corano invita a gareggiare "in opere buone". Un altro punto di vista islamico sul tema della verità, è stato pubblicato sul numero 6 di "Confronti" (giugno 2001) a firma di Mario Scialoja.
Viviamo in tempi di continua, pervicace relativizzazione dell'assoluto. L'umanissima propensione a trovare giustificazioni e scuse all'imperfezione, all'incompletezza, alla caducità dell'esistenza terrena, negli ultimi anni si è spinta davvero a livelli preoccupanti.
In Occidente, parafrasando atrocemente quella che per noi musulmani è la prima espressione della fede e della sottomissione (non c'è divinità all'infuori di Dio), l'uomo moderno (e postmoderno ormai) è vieppiù convinto che non ci sia divinità all'infuori di se stesso.
Forse a causa di una religione dominante che riassume in Gesù figlio di Maria (pace su entrambi) il piano umano con quello divino e di una cultura veterotestamentaria che ha attribuito ai profeti colpe anche gravi e menzogne, si giunge infine a questa triste quotidianità di "autonomia" spirituale ed etica.
Ostinarsi a pensare che la grandezza dell'umana condizione derivi da un'intrinseca specificità di cui solo il soggetto portatore sia origine e referenza, non può non condurre alle peggiori aberrazioni dell'egoismo privato e collettivo, alla legittimazione dell'uso della forza economica, mediatica e militare per giustificare i propri interessi prevaricando quelli di tutti gli altri e imponendo una certa visione del mondo.
Se l'io di un abitante del Sahel africano valesse in termini oggettivi quanto quello di un canadese o di un francese, se i diritti realmente riconosciuti a questi soggetti fossero sostanzialmente gli stessi, sia in termini di fruizione di beni e servizi, che di opportunità di realizzazione culturale e sociale, allora potremmo accettare pacificamente tutto il pluralismo, tutte le verità. Sarebbe infatti operante il regno della Verità con la V maiuscola e della giustizia.
Ma ben diversa è l'attuale condizione dell'umanità e la tecnologia delle comunicazioni ha fatto sì che ognuno di noi ne sia al corrente. Malattie dell'abbondanza affliggono i relativamente pochi abitanti del mondo ricco, quelle della miseria i restanti quattro quinti dell'umanità.
E allora perché mai sono i ricchi ad animare e sostenere il dibattito in favore della relativizzazione della verità? Perché è dalle culture già totalmente cristiane dell'Occidente che emerge questo senso di privatizzazione della verità?
Forse perché i poveri non hanno tempo per queste sfumature, tanto impegnati come sono a sopravvivere? Forse perché il ricordo delle intolleranze del passato (extra Ecclesia nulla salus) spinge potente ad eccessive accondiscendenze? Forse perché è in nome della tradizione, della "verità" e della certezza dottrinale che sono stati perpetrati diversi tra i peggiori crimini mai commessi?
Ci sarà del vero in tali risposte, ma sono convinto che alla base di queste problematiche ci sia una concezione di Dio sufficientemente dissociata da generare nei più disorientamento e ansia.
Nella concezione islamica Egli è il Vero (al-haq), il Giusto (al-adil) ma è soprattutto il Misericordioso (ar-rahman), ed è nella comprensione di questi tre attributi che si costruisce il rapporto con Lui.
Quando la vita religiosa individuale o collettiva non è profondamente permeata della misericordia conduce ad atteggiamenti d'incomprensione e intolleranza e non ci troviamo di fronte ad una fede vera e profondamente vissuta e testimoniata. D'altra parte, non c'è corretto rapporto con il Vero quando si prescinde dalla ricerca del Giusto e si confonde un coerente percorso religioso con vaghe forme di spiritualità dissociate da un contesto di azione continua e positiva.
Va da sé che nell'utilizzazione politica dell'identità cultural-spirituale dei popoli e della religione come instrumentum regni c'è raramente posto per la misericordia. Quello che più viene messo in evidenza è un "noi" generalmente assunto come pregno di positività e un "loro" carico di negatività.
In questo tempo di dilagante islamofobia ci sembra che la condizione della nostra minoranza sia paradigmatica di tutto ciò.
Per resistere a una tendenza che ci colpisce, per contrastare un odioso malcostume culturale potremmo mai accettare una relativizzazione della verità, del bene, della giustizia?
Credo che tutti i sinceri credenti, nell'attaccamento alla loro propria religione, alla loro tradizione e al loro rito, abbiano in comune con tutti gli altri uomini bonae voluntatis, tesori di valori condivisi sul piano etico e comportamentale. Non serve rinunciare alla propria specificità dottrinale e culturale per incontrare quella degli altri e riconoscervi quei valori comuni, anzi, è proprio l'uomo che è cosciente di quello che è, e di ciò di cui è portatore, ad essere maggiormente disponibile a percorsi d'interazione sulla via del bene.
Dice Allah nel Santo Corano: "Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto avrebbe fatto di voi una sola comunità Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone, tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose su cui siete discordi" (Corano 5, 48).
Hamza R. Piccardo