Se Cristo è un "evento" che accade e che sorprende, come è possibile identificarlo con la verità assoluta? Proprio perché la verità di Gesù è storica, determinata nel tempo, coesiste con altre verità in una tensione escatologica irrisolta. L'autore è docente di Filosofia della religione presso l'Istituto universitario di studi filosofici Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Sì, uno dei possibili effetti perversi del dialogo tra le religioni potrebbe anche essere quello di enfatizzare a tal punto il ri-conoscimento e la messa a punto dell'identità dei singoli colloquianti da produrre un quadro in cui ciascuno finisce per difendere soltanto la "propria" verità. Con il crudele esito di "estraniare", anziché avvicinare e con-fondere, le prospettive degli interlocutori che, pure, si erano proposti di entrare in dialogo. Ma, a ben vedere, questa non è l'unica conseguenza. La ricerca, perfino l'enfasi sulla propria identità religiosa, piuttosto che estenuare il dialogo e distanziare le prospettive, potrebbe in qualche modo lasciarle essere tutte insieme. Tutte contemporaneamente ma non per motivi esclusivamente statistico-sociologici. A condizione di trovare una prospettiva religiosa il cui statuto non sia quello di sequestrare per sé tutta la verità, da intendere non come pura dottrina o mera indicazione morale: ipotesi sempre nuova di compenetrazione tra parola e vita, in cui una parola eterna sia veramente in grado di farsi continuo accadimento temporale e storico.
Qualcosa di più rispetto ad un semplice incontrarsi sul terreno dell'etico e del pre-politico. E, paradossalmente, tutto questo senza compiere neppure un passo indietro rispetto alle singole ansie di verità degli interlocutori. Senza arretrare al preteso fondo di tutte le differenze, in una sorta di minimo comun denominatore veritativo che tutti accomunerebbe sulla base di una convinzione che nessuno potrebbe mai negare assenso alla forza di una ragione che mostri-dimostri l'esserci di una Verità mai detta e mai posseduta da nessun esistente finito, al di qua di ogni successiva differenza. Siffatto movimento all'indietro, peraltro, è stato già tentato autorevolmente nella storia del pensiero occidentale, proprio da quel Tommaso d'Aquino campione della teoria della verità come adaequatio, che peraltro è ben altro della "correttezza" a cui l'hanno ridotta certi interpreti del XX secolo. Proprio Tommaso, nella Summa de veritate catholicae fidei (quasi un "catechismo della verità cattolica" ante litteram), argomentava anch'egli circa la necessità di qualcosa di anteriore rispetto alle differenze ed alle divaricazioni tra le singole posizioni religiose: "Con quelli che non accettano né l'Antico né il Nuovo Testamento, è necessario dunque ricorrere alla ragione naturale, cui tutti sono necessitati a piegarsi". A ben vedere, riferirsi ancora a qualcosa di più accomunante, di un ragionevole - ed "illuministico" - denominatore comune, significa ripetere per la verità, nella stagione "surmoderna", quello che per Tommaso era il concetto stesso di "ragione naturale". Ma ogni tentativo di tornare al fondamento, di arretrare per appianare e quasi rimescolare le dissomiglianze, non porta da nessuna parte, neppure se si optasse per una verità qualificata dal "fare" anziché dal "pensare".
Una corretta riflessione sulla verità in orizzonte dialogico mi pare si debba, ostinatamente, cercare ancora all'interno dell'orizzonte religioso di ciascuno, soprattutto di chi è cristiano. Ma la cultura cristiana oggi è troppo appiattita sull'Uno e su Dio, cioè in buona compagnia con una concezione ancora "greca", che preferiva navigare alla luce di categorie atemporali, facendo della verità la dimensione di ciò che è immutabile ed eterno, divino ed atemporale, precedente ogni differenza storica. Che un cristiano oggi si chieda "che cos'è la verità" e poi distolga lo sguardo da Gesù di Nazaret per posarlo altrove, foss'anche il concetto stesso di verità o la sua prassi storica, senza attendere dalla fede in lui alcuna risposta in merito ad un tale domandare, ebbene questo dovrebbe sorprendere e anzi lasciare sgomenti. Alètheia chiede di essere ascoltata, più che vista, per poter sprigionare tutta la carica del proprio accadere nel nostro tempo umano, a condizione, però, che la domanda sia posta di nuovo ed in maniera inedita a quel Gesù Cristo che sembrerebbe soltanto scandalo e follia, dunque elemento divaricatore. Occorre ripensare la verità scrutando ancora Cristo come persona veritatis, con il chiaro intento di consentirgli di liberare tutta la sua forza, anche speculativa, cioè di abbandonare finalmente le catene cui anche il pensiero prodotto da cristiani l'avevano avvinghiato: "È dalla persona, dall'evento Gesù Cristo e pertanto dalle sue parole come dai suoi gesti strettamente compenetrati
che deve assolutamente procedere l'impegno di intelligenza" della verità, ha scritto recentemente Andrea Milano in Quale verità (Dehoniane, Bologna 2000). Uno scandagliare che comporta il crollo di tutti i paradigmi astratti finora escogitati per mantenere la pretesa tipica di Cristo di essere, ad un tempo, la verità in persona e, insieme, di lasciar essere tutte le differenze e tutte le plurali verità delle altre concezioni, religioni, fedi e credenze. Un percorso che rende stretti l'esclusivismo, l'inclusivismo, perfino il pluralismo. Stretti perché forieri di integrismo, dunque d'intolleranza nei confronti delle verità degli altri, rendendo di fatto inutili tutte le prospettive "altre" a vantaggio di una sola.
La figura di verità, esibita da Cristo nel medesimo vangelo in cui Pilato pone, senza risposta, la domanda sull'essenza della verità, è davvero paradossale. Avanza pretese di assolutezza e di esclusività, poiché il Nazareno dichiara non solo di essere la verità in persona, bensì il metodo secondo cui introdursi da capo in essa e comprenderla. Eppure, proprio perché esibisce una verità storica, determinata, singolare, dunque mai compiuta nel tempo, e insieme realizzantesi nel suo essere nel mondo, "non può non implicare", osserva ancora A. Milano, "nello stesso tempo, pure lo stare fianco a fianco con altre pretese di verità, in una tensione "escatologica" sempre irrisolta sino alla fine dei tempi tra il "già" del suo essere accaduta e il "non ancora" della sua fulgente manifestazione". La via della riflessione alla luce di Cristo, anch'essa non assolutizzabile perché finita e limitata, ma neppure da abbandonare come irrimediabilmente inutile, manifesta insomma un possibile oltre della verità. Un altro modo - paradossale, in quanto fuori di una logica disgiuntiva d'intenderla -, ma restando all'interno di una particolare identità religiosa. Un modo che può davvero farsi nuovo criterio per un dialogo tra le verità religiose, che lasci coesistere tutte le differenze, non soltanto teoriche, ma esperienziali, pratiche ed operative, oltre che politiche.
Una verità che non precede, non sta a fondamento, bensì attende nel futuro i dialoganti. Da parte sua il Nazareno, nella sua non-risposta a quel non cristiano che è Pilato - che potrebbe finanche personificare la condizione stessa di chi non crede in Cristo ma che cerca comunque il vero - sembra voler segnalare che chi preferisse ancora attestarsi sulla quiddità e l'essenza della verità, non sarebbe lontano dal vero, ma probabilmente ancora troppo lontano dalla verità.
Pasquale Giustiniani