Le violenze sessuali sui bambini sono davvero in aumento? Come combatterle? Come prevenirle? Risponde Claudio Foti, psicoterapeuta e presidente del Centro studi Hänsel e Gretel di Torino. La famiglia sotto accusa: nella maggioranza dei casi, le violenze sui bambini sono compiute dai genitori.
Una volta c'era soltanto Lolita. Oggi la cronaca ha portato all'attenzione di tutti il maltrattamento e la violenza sessuale ai danni dei minori, fenomeno da sempre sottovalutato e che ora viene a galla con i contorni del problema sociale. Mentre si cerca di costituire le prime commissioni interdisciplinari sull'abuso, come ad Alessandria, c'è chi chiede il trattamento farmacologico per l'abusante recidivo, come l'ex ministro della Sanità Umberto Veronesi, e chi, d'altro canto, fa dell'amore per i fanciulli una questione culturale e parla di "orgoglio pedofilo". A tutto questo si aggiunge lo sconcertante dato sul maltrattamento e sulla violenza sessuale all'interno della famiglia: infatti nella maggior parte dei casi sono proprio i genitori ad abusare dei loro bambini (39% il padre, 32% la madre, solo il 5% un estraneo, secondo i dati del Telefono Azzurro), spesso per anni.
Ne discutiamo con Claudio Foti, psicoterapeuta, presidente del Centro studi Hänsel e Gretel e direttore scientifico dell'Associazione "Rompere il silenzio".
Il Centro è nato nel 1988 a partire da una riflessione sui libri della psicoterapeuta zurighese Alice Miller, e in particolare dalla tesi che la sofferenza mentale non nasce da ingorghi pulsionali, come sostiene l'ortodossia freudiana, ma dall'ambiente che circonda il bambino; i comportamenti inconsapevoli dei genitori possono produrre disastri mentali nel bambino che, da adulto, li farà scontare alle generazioni successive.
Lo scopo che ci siamo prefissi è proprio di occuparci della sofferenza dei bambini indotta da cause mentali e relazionali, stimolando tutta la comunità adulta a mettersi in discussione a proposito delle esigenze dei bambini. È fondamentale responsabilizzare gli adulti ad un maggiore ascolto dei bambini, ad una capacità di empatia con le varie forme di sofferenza minorile. Vogliamo infatti verificare in che misura questa comunità, che negli intenti si dichiara protettiva verso i minori e ne mette in primo piano i diritti, privilegi poi effettivamente l'interesse dei bambini nelle scelte istituzionali.
Cambiando prospettiva e cercando di capire che se ha di fronte un bambino per esempio irrequieto, o triste, o taciturno, il problema non è del bambino ma della relazione fra lui - l'adulto - e il bambino. Permane invece negli adulti la tendenza a non mettersi in gioco ma ad effettuare una delega all'esperto, prete, giudice o psicoterapeuta che sia; una ricerca della "ricetta" universale, propria di una cultura medicocentrica. Per favorire questo processo di responsabilizzazione e di riflessione sulla relazione, il Centro Studi Hänsel e Gretel ha utilizzato il sistema del piccolo gruppo, in cui un ristretto numero di genitori discute delle proprie esperienze in un clima di comprensione e non di giudizio: con questo progetto nel 1989 a Torino, nel quartiere Mirafiori Sud, siamo riusciti a coinvolgere duemila genitori.
L'intervento professionale in questi casi è molto più complesso, perché non ci troviamo di fronte l'adulto motivato ad aiutare il bambino, ma contesti di violenza da cui emergono realtà così dolorose che lo stesso psicologo ha la tentazione di voltare la testa dall'altra parte. È questo il problema fondamentale riguardo alla pedofilia come fenomeno sociale: da un lato l'indifferenza e dall'altro l'incredulità delle persone, che si trasforma in distanziamento emotivo, rimozione e negazione, pronto a creare il "mostro" da prima pagina su cui scaricare ogni responsabilità. Io credo che l'abuso dei bambini presenti molte analogie con i lager nazisti: all'origine hanno l'indifferenza della maggioranza e quando finalmente se ne parla compare sempre un revisionista pronto a minimizzare. Non basta una minoranza di sadici, ci vuole una maggioranza di indifferenti.
Innanzitutto, come dicevo, perché l'abuso non è pensabile, e poi perché non è visibile: si pensi al fatto che la maggior parte dei casi avviene all'interno della famiglia, e non si tratta sempre di famiglie disagiate. Proviamo a dirla così: per accettare che un bambino abbia subito violenza devo condividerne la sofferenza, facendo i conti spesso con la mia impotenza e i sensi di colpa; devo avvicinarmi alla confusione in cui è immerso, in una realtà che mescola sesso e tenerezza, odio e amore, bambina e donna, ruoli di genitore, figlio, amante; devo constatare che il mondo non è ideale come la mia mente desidera, ma che è crudele, come forse lo sono io; e infine devo sapere che come psicologo o insegnante pagherò dei prezzi, che andrò incontro a degli attacchi.
La presenza di una contesa giudiziaria può aumentare i rischi di fraintendimenti e false accuse; tuttavia gli avvocati difensori tendono a dire con leggerezza che l'abuso è inventato quando si è in presenza di una separazione.
Il pedofilo in senso stretto è un perverso che si eccita sessualmente soltanto con i bambini. La perversione sta nell'usare l'altro come un oggetto: quel che eccita il pedofilo è proprio la disparità di potere nella relazione con il bambino, una relazione sempre imposta e violenta, anche quando il minore viene convinto con le lusinghe o la tenerezza, proprio perché manca una reciprocità paritaria. Ci sono poi i soggetti che pur non limitandosi ai rapporti sessuali con i bambini, non li disdegnano: è il caso, per esempio, dei clienti delle prostitute adolescenti. Anche in questo caso, si tratta di persone che hanno bisogno di esercitare potere, di impostare la relazione sessuale su un piano di disparità.
La sessualizzazione perversa è tipicamente maschile ed è un modo di reagire a una disgregazione mentale, dove il sesso viene usato sistematicamente come puntello dell'equilibrio: il perverso ha bisogno del bambino come l'alcolista del vino. Alcuni se ne rendono conto: noi al Centro prendiamo in cura genitori maltrattanti, quando però sono già passati attraverso la sanzione giudiziaria.
È molto difficile stabilirlo, proprio perché stiamo parlando di un fenomeno quasi completamente sommerso: credo alcune decine di migliaia di pedofili. E poi ci sono i soggetti non strettamente pedofili di cui accennavo prima. Con un'immagine si potrebbe allora dire che se i pedofili si costituissero in partito e tutti gli abusanti li votassero, sicuramente raggiungerebbero il quorum.
Quello che cambia non è il fatto, ma la sua percezione sociale: si stanno riducendo l'insensibilità e la sordità all'abuso, che pure persistono. Certo non si può negare la presenza di fattori che stimolano una crescita del fenomeno: alla caduta dei valori tradizionali si è sostituita l'etica del piacere individuale svincolato da una riflessione sul rispetto per l'altro, ed è chiaro che in questo contesto le violenze sui più deboli possono prosperare. La pedofilia, inoltre, è anche un affare di miliardi di dollari e oggi video e internet rendono la perversione globalizzata.
Certamente: per ora non è emerso chiaramente, se si esclude un paio di segnalazioni in Campania e in Sicilia, ma gli operatori che lavorano in questo campo hanno già subito minacce all'incolumità personale e pressioni a diversi livelli. Le organizzazioni malavitose sono in crescita perché sale la domanda di materiale pedopornografico e il mercato è potenzialmente infinito. Non sono i gruppi che rivendicano l'orgoglio pedofilo, come quello della recente inchiesta romana, a farmi paura: in ogni città ci sono gruppi simili, protetti dall'insensibilità delle persone; il problema drammatico è piuttosto quando la pedofilia si unisce al business, soprattutto a fronte di uno stato che è completamente disorganizzato, come lo era un tempo, anche culturalmente, di fronte alla mafia. È questa sproporzione di forze tra il pericolo e gli strumenti per combatterlo che dovrebbe spaventarci: i vari "Fronte di liberazione pedofili" sono soltanto la punta dell'iceberg.
Il Centro studi Hänsel e Gretel (la sede è in corso Roma 8, Moncalieri, Torino, tel. 011.640.55.37) è un'associazione senza fini di lucro composta da diversi professionisti (psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti, insegnanti, educatori, operatori sociali, giudici onorari del Tribunale per i minorenni) e impegnata dal 1988 nella prevenzione del maltrattamento dei bambini, tramite iniziative culturali e formative oltre che di cura e trattamento dei minori e di sostegno delle loro famiglie.
A partire dalla riflessione sul pensiero della psicoterapeuta zurighese Alice Miller, centrato sul valore basilare del rispetto del Sé e sull'attenzione per le esigenze del singolo sul piano psicologico, educativo e politico, il Centro ha promosso in questi anni iniziative a favore di una cultura della responsabilizzazione degli adulti nei confronti delle necessità di protezione e crescita dei bambini, occupandosi in particolare dell'abuso psicologico, fisico e sessuale a danno dei bambini. Nel 1997 ha contribuito alla nascita dell'associazione nazionale "Rompere il silenzio" e del suo progetto di prevenzione della violenza e di sensibilizzazione all'ascolto dei minori vittime di maltrattamento e abuso; l'associazione (www.rompereilsilenzio.it), che ha la sede nazionale a Grugliasco presso la scuola elementare Francesco Baracca, in via don Borio 11, si impegna a realizzare nei fatti i principi sanciti dalla Convenzione dell'Onu del 1989.
(Federica Tourn)