Lo afferma un documento recentemente scritto dalle chiese del Sud del mondo, e rivolto a quelle del Nord: l'ingiustizia economica è "una violazione dei principi fondamentali della nostra fede comune". La Federazione delle chiese evangeliche italiane ha aderito al "Genoa Social Forum", il "controsummit" promosso in occasione dell'incontro del G 8 a Genova. Il pastore valdese Franco Giampiccoli spiega le ragioni di questa adesione.
La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e, a livello regionale, la Federazione delle chiese evangeliche di Liguria e Piemonte meridionale, hanno aderito al Genoa Social Forum, rete di organizzazioni e movimenti "anti-globalizzazione" costituitasi in vista dell'incontro del G 8 nel capoluogo ligure. Sulle motivazioni dell'adesione delle chiese evangeliche e sul loro impegno concreto nel Genoa Social Forum, abbiamo interpellato il pastore valdese Franco Giampiccoli, coordinatore della Commissione "Globalizzazione e ambiente" della Fcei.
Recentemente le chiese del Sud del mondo hanno indirizzato una lettera alle chiese del Nord rivolgendo loro "un appello per un'azione urgente da parte vostra per fare pressione sui vostri governi e sulle vostre istituzioni che disegnano e mettono in opera l'attuale progetto di globalizzazione" e concludendo: "L'ingiustizia economica è una violazione dei principi fondamentali della nostra fede comune. Facciamo appello perché vi uniate a noi nel confessare che l'economia è una questione di fede". Già da tempo l'Alleanza riformata mondiale e il Consiglio ecumenico delle chiese hanno lanciato un programma di coscientizzazione delle chiese sui problemi che riguardano l'ingiustizia economica e la distruzione del creato. Il fulcro di questo programma è proprio questo: l'economia è una questione di fede, nel senso che la confessione della fede in Gesù Cristo oggi non può prescindere dai problemi economici.
In questo contesto si situa l'impegno che le chiese che fanno parte della Federazione sentono nei confronti di temi come la globalizzazione economica e l'ambiente. Si tratta di una consapevolezza che si sta rapidamente allargando, visto che una Conferenza distrettuale delle chiese valdesi e metodiste ha votato recentemente un atto di adesione al Genoa Social Forum motivato tra l'altro dalla "inadeguatezza degli strumenti democratici esistenti di fronte al crescente potere delle multinazionali".
Nella situazione mondiale attuale l'economia è sfrenata e praticamente ubbidisce solo alle leggi del mercato e del profitto. Mentre negli ultimi due secoli le lotte sociali nell'Occidente hanno costretto i poteri economici a mettere in conto salvaguardie sociali e un quadro di controllo democratico dell'economia in un contesto nazionale, oggi ci troviamo in un contesto mondiale in cui le salvaguardie sociali sono praticamente inesistenti e in cui i poteri economici (come l'Organizzazione mondiale del commercio, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) non hanno di fronte alcuna istanza di controllo sovranazionale. O se c'è - l'Organizzazione delle Nazioni Unite - è quasi del tutto esautorata e inesistente. Questa è anche la ragione per cui ci si oppone al G8, in un movimento che in due anni - da Seattle 1999 a Genova 2001 - è cresciuto enormemente: si contesta il fatto che la riunione dei 7-8 grandi della terra decida per sé e per la miriade dei piccoli, esautorando di fatto l'Onu e prescindendo perciò da ogni controllo democratico.
Si tratta di partecipare al vasto movimento che preme perché i poteri economici adottino dei codici di comportamento etico molto più esigenti di quelli modestissimi già in essere nei rapporti commerciali con i paesi più poveri. Da tempo, per esempio, ci si batte perché l'Organizzazione mondiale del commercio includa nella regolamentazione degli investimenti una "clausola sociale" che tuteli nei paesi che ricevono investimenti i livelli minimi salariali, i diritti civili fondamentali relativi all'educazione, alla sanità, senza cui non esiste sviluppo possibile. Finora questa "clausola sociale" è stata rifiutata. È in atto, per fare un altro esempio, un'azione perché sia introdotta nei contratti stipulati sul mercato globale un'"eccezione sanitaria" che subordini il criterio del massimo profitto al diritto alla salute, ad un accesso cioè ai farmaci essenziali che sia reso possibile anche ai paesi più poveri.
(Intervista a cura del Nev)
La mobilitazione per il vertice del G8 di Genova vede impegnati anche tanti, e diversi, gruppi del "mondo cattolico". Tra questi, Pax Christi, il Gruppo Abele, i Beati i costruttori di pace, la rivista Nigrizia, il Centro di documentazione missionari comboniani, la sezione italiana di "Noi siamo Chiesa", le Acli Lega consumatori, la comunità di san Benedetto al Porto di don Gallo, la Comunità papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Il dibattito sulla globalizzazione trova proprio nei cattolici, nei diversi orientamenti e anime, una delle sponde più sensibili. Ma esiste un punto di vista "cattolico" sulla globalizzazione? Da questo interrogativo è partito il convegno "I cattolici e la globalizzazione" organizzato a Roma (6 giugno) dalle Edizioni Lavoro e dal Gruppo di Lugano. Alberto Cuevas, della Cisl, ha ricordato come le conferenze dei vescovi di Asia, Africa e America latina abbiano preso più volte una posizione (critica) nei confronti della globalizzazione. Secondo Cuevas, lo stesso Giovanni Paolo II avrebbe, il 27 aprile scorso, manifestato una visione della globalizzazione "radicale, severissima". Alla plenaria della Pontificia accademia delle scienze, infatti, il papa ha riaffermato il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale. L'etica rimane il terreno fondamentale delle riflessioni in ambito cattolico: ciò significa affermare il valore inalienabile della persona umana e quello delle diverse culture, per evitare che la globalizzazione diventi "un nuovo tipo di colonialismo". Ettore Masina, giornalista ed ex parlamentare, ha presentato, invece, un'altra faccia della Chiesa cattolica rispetto ai grandi processi di cambiamento economico. A suo avviso, vi sarebbe una "discrasia" tra quello che dice il papa, quello che pensa la curia, quello che pensa la comunità ecclesiale. E, a titolo di esempio, ha citato il discorso fatto dal card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Genova, durante un recente convegno promosso dall'arcidiocesi in vista del vertice del G8. Tettamanzi ha fatto questa premessa: "Non siamo contro la globalizzazione. È un processo storico inevitabile". Bisogna solo, per il porporato, non eccedere nella violazione dei diritti umani. E prendere le distanze da chi contesta: "meglio dialogare, ragionare. Ma ricordiamo Epulone che banchetta senza ricordare Lazzaro". E, curiosamente, mai Tettamanzi ha citato le multinazionali. Per Giuseppe Stoppiglia, dell'associazione Macondo, la Chiesa cattolica avrebbe fatto in questi anni la scelta della visibilità, del marketing e, per questo, avrebbe favorito i gruppi - come l'Opus dei, Cl, i Legionari di Cristo - che si applicano con più zelo in tale opera fondamentalista. Ora, il papa ha chiesto a queste forze di fare l'evangelizzazione nel mondo, ma esse sono strettamente legate al potere politico ed economico e disinteressate alle questioni sociali. Non c'è una contraddizione con le sue parole sulla globalizzazione? Va ricordato infine che i vescovi della Liguria, guidati da Tettamanzi, in data 24 giugno 2001 hanno diffuso una lettera in cui si legge: "La doverosa attenzione alle esigenze della sicurezza di tutti e a quelle di un dialogo franco e responsabile tra le autorità e le varie espressioni della società civile (...) non deve far dimenticare l'istanza fondamentale che si collega col G8, quella cioè di dar risposta a quei molti e gravi squilibri e ingiustizie presenti nel mondo, che un'incontrollata globalizzazione acuisce enormemente".