Un'opposizione autarchica alla globalizzazione è fuori dalla storia. La sfida non è respingere la globalizzazione ma assicurarsi che i suoi benefici siano diffusi e condivisi. Nostra intervista a Giorgio Gomel, direttore per le relazioni internazionali della Banca d'Italia.
La globalizzazione è sicuramente una delle questioni oggi più controverse e solitamente se ne parla in termini dogmatici e spesso ideologici. Per indicarla come l'unica causa di tutte le disgrazie del pianeta oppure per esaltarne le "magnifiche sorti e progressive", quindi confidando nel fatto che ogni squilibrio tra ricchezze e povertà verrà risolto grazie al mercato, capace di essere malattia e cura al tempo stesso. Per cercare di ragionarci su "laicamente", com'è nello stile di Confronti, abbiamo sentito sull'argomento un esperto autorevole, Giorgio Gomel, direttore per le relazioni internazionali della Banca d'Italia.
Innanzitutto comincerei con l'osservare che questo processo ha una sua spinta interna difficile da fermare. Le posizioni antiglobalizzazione del genere che definirei "autarchico", ossia a difesa dei sistemi economici nazionali chiusi, protetti, sono contro la storia e vanno quindi respinte. È però importante che i benefici che possono derivare dalla globalizzazione siano diffusi e non limitati soltanto ad alcuni paesi.
Oggi viviamo in un mondo che è indubbiamente molto più globalizzato di uno o due decenni fa: sono cresciuti molto gli scambi di merci e le economie sono molto più integrate, anche dal punto di vista finanziario. Infatti i movimenti di capitale sono aumentati notevolmente negli ultimi dieci anni, prima nei paesi industriali e poi progressivamente anche nei paesi in via di sviluppo.
Intanto va detto che, rispetto a quella di merci e capitali, la mobilità del lavoro oggi è di gran lunga minore. Da questo punto di vista, la globalizzazione era maggiore tra il 1890 e il 1914, perché quello è stato un periodo di grande intensità del fenomeno migratorio, soprattutto dall'Europa alle Americhe, mentre oggi invece esistono restrizioni piuttosto rigide in tutti i paesi destinatari di movimenti migratori. Per quanto riguarda la mobilità dei capitali le opinioni tra gli economisti sono discordanti, ma alcuni studi tendono a mostrare come essa fosse maggiore un secolo fa. Per le merci, invece, oggi c'è una libertà e intensità di traffici molto maggiore.
Dal punto di vista della produzione di merci, il fenomeno molto vistoso degli ultimi dieci anni è la sua internazionalizzazione: le produzioni di manufatti industriali vengono dislocate in paesi diversi, le multinazionali scelgono di produrre sempre più fuori dai propri confini.
Però c'è un aspetto positivo: trasferendo produzioni si trasferiscono anche capacità manageriali e tecnologia. E naturalmente si creano nuovi posti di lavoro. Il problema è che non sempre i paesi in via di sviluppo riescono a giovarsi di questo trasferimento di tecnologie o, meglio, esso non è sufficiente a consentirgli di sviluppare la loro economia, perché, oltre alla tecnologia e ai capitali, vi è necessità di una classe imprenditoriale che riesca a combinare efficacemente questi fattori. In questo senso, l'India e la Cina sono due casi interessanti, perché negli ultimi anni hanno subito molto meno degli altri i contraccolpi delle crisi finanziarie, segnando tassi di crescita del prodotto interno lordo molto elevati e soprattutto continui.
Dieci anni fa sembrava un caso disperato, ma oggi il tasso di crescita dell'economia indiana è intorno al sei-sette per cento in termini reali. Certo, i benefici per la popolazione vengono limitati dal fatto che l'India ha un tasso di crescita della popolazione ancora elevato. Hanno aiutato la crescita gli investimenti diretti delle multinazionali occidentali, stimolati dal basso costo del lavoro, ma anche dalla vastità del mercato locale: un mercato povero, ma di oltre un miliardo di persone. È importante pure un altro fattore: questo paese sta puntando molto sul capitale umano, ha un livello di istruzione, almeno negli strati medio-alti della popolazione, molto elevato. L'università indiana produce, soprattutto nelle discipline scientifiche (specialmente matematica e informatica), un numero molto elevato di laureati; in parte vi è "fuga dei cervelli" (molti vanno a lavorare in California), ma in parte questa forza lavoro specializzata resta in India, occupata in attività di ricerca e innovazione.
Il cosiddetto "movimento di Seattle" è costituito da realtà molto diverse tra loro. Accanto alle giuste richieste di difesa dell'ambiente e di lotta allo sfruttamento del lavoro minorile, convivono anche preoccupazioni più "egoistiche", ossia mirate alla protezione dei nostri interessi di paesi ricchi, come per esempio la difesa dei nostri occupati rispetto alla concorrenza dei paesi poveri.
Sicuramente i giovani che contestano fanno bene a sollevare il problema della distribuzione dei benefici della globalizzazione, anche se sbagliano nel giudizio troppo duro rispetto a organismi quali la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale, che nei loro programmi di risanamento dei paesi colpiti da crisi stanno prestando sempre maggiore attenzione alle reti di sicurezza sociale a difesa delle classi più diseredate. E poi non va dimenticata l'iniziativa Hipc (Heavily indebted poor countries) a favore di 41 paesi molto poveri e con un grande debito: oggi ben 22 di questi paesi hanno già compiuto l'iter per ottenere la riduzione quasi totale del loro debito estero.
(Intervista a cura di Adriano Gizzi)