Da Seattle a Genova ed oltre

Intervista a
Francesco Martone

Le strategie del movimento antiglobalizzazione vanno ben oltre le azioni dimostrative che conquistano le prime pagine in occasione dei vertici internazionali. La rete di movimenti ed associazioni che viene ormai definita il "popolo di Seattle", è nata già alla fine degli anni Ottanta. Internet l'ha aiutata a crescere e consolidarsi.

Recentemente sono aumentate le voci critiche nei confronti della globalizzazione, e dei suoi eccessi più gravi. Il filosofo e sociologo Ralf Dahrendorf (che non è un estremista) ne ha indicato i pericoli per la democrazia stessa, sostenendo che ormai le decisioni importanti non sono più assunte nello spazio politico pubblico, ma in quello economico privato, sfuggendo così del tutto al controllo popolare. Un'altra persona sicuramente equilibrata come il segretario generale di Amnesty International, Pierre Sané, ha fatto ultimamente affermazioni molto dure, arrivando a sostenere che "la globalizzazione si è tradotta in arricchimento per qualcuno e disperazione per molti". Ad avere le idee chiare sul fenomeno è certamente Francesco Martone, ambientalista, già coordinatore della Campagna per la riforma della Banca mondiale, impegnato in numerose battaglie sui temi della globalizzazione e del debito dei paesi poveri, tra i promotori della Rete di Lilliput e da alcune settimane senatore dei Verdi. Lo abbiamo intervistato.

I movimenti che contestano la globalizzazione sembrano uniti quando si tratta di dire dei "no", ma lo sono altrettanto quando si tratta di proporre delle alternative praticabili?

La geografia del cosiddetto movimento di Seattle è molto variegata: c'è una componente radicalmente antagonista che chiede l'abolizione delle istituzioni che incarnano la globalizzazione economica (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio e via dicendo); ma ce n'è anche un'altra che lavora quotidianamente e puntualmente all'analisi delle modalità di comportamento di queste istituzioni e delle multinazionali. Quest'ultima, accanto al lavoro importantissimo di denuncia e di pressione, si sforza di elaborare delle proposte politiche operative, sia a livello nazionale che internazionale.


Si ripropone il dualismo classico tra riformismo e radicalismo, l'eterno dilemma tra cambiare e "abbattere"?

Diciamo che ci sono posizioni più riformiste e altre che mirano a delegittimare queste istituzioni. Credo che comunque vada ricercata una via di mezzo equilibrata. I paesi del G8, proprio perché sono più ricchi degli altri, hanno maggiori responsabilità (si pensi all'ambiente: sono i paesi che inquinano di più), ma non sempre compiono azioni politiche coerenti con questa responsabilità. I governi dei paesi industrializzati hanno l'obbligo di intraprendere iniziative volte a promuovere la globalizzazione dei diritti, la lotta all'esclusione sociale, la tutela dell'ambiente e dei diritti umani. Il problema è che poi questa responsabilità viene interpretata in maniera diversa da come noi vogliamo e allora lì bisogna discutere, confrontarsi e fare pressioni.


Forse c'è l'esigenza di uscire dalla logica "dell'inseguimento" nei confronti dei vari summit degli organismi mondiali: il Forum sociale mondiale del gennaio scorso a Porto Alegre può costituire un esempio di produzione autonoma di politica?

Sì, ma in realtà i momenti propositivi sono molti e non solo da pochi mesi. La società civile globale non è nata nel '99 con Seattle, ma si è andata costituendo già dalla fine degli anni Ottanta. Poi la spinta del nuovo mezzo di comunicazione, Internet, e l'entusiasmo per il fatto di essere riusciti a vincere alcune battaglie importanti, come quella contro l'Accordo multilaterale sugli investimenti o il Millennium round, ha portato a un atto di produzione propositiva. Naturalmente i mass media sono più attenti a dare spazio ai momenti di scontro, specie a quelli violenti, ma c'è tutto un lavoro quotidiano di ricerca, di sostegno alle comunità locali e di interlocuzione che passa quasi sotto silenzio.


In che modo dovrebbe cambiare la Banca mondiale per non essere più vista con diffidenza e ostilità?

Innanzitutto dovrebbe abbandonare l'ideologia neoliberista. Poi dovrebbe smetterla di applicare le stesse soluzioni a paesi che hanno problemi diversi e concentrarsi su sviluppo sociale e lotta alla povertà, che sono gli obiettivi per cui è stata creata, mettendosi a disposizione delle agenzie delle Nazioni Unite a questo preposte. È poi necessaria una democratizzazione reale, ossia un controllo da parte dei parlamenti e della società civile.


Per avviare un riequilibrio delle ricchezze e limitare le speculazioni finanziarie, la Tobin tax può essere una soluzione praticabile?

Si tratta di uno strumento, ma non l'unico, per controllare e mitigare gli effetti delle transazioni finanziarie speculative. Comunque non si possono dare solo soluzioni di mercato a problemi che sono politici come quello della riaffermazione del diritto di sovranità economica degli stati. Può avere un senso se è parte di un pacchetto di proposte politiche che vanno in quella direzione. L'approccio deve essere globale: proposte quali la Tobin tax, ma anche il microcredito o il commercio equo e solidale, vanno bene perché permettono di identificare delle modalità operative che possono essere anche applicabili sul campo, ma a queste deve essere agganciata una proposta politica generale.


(Intervista a cura di Adriano Gizzi)