La guerra dei farmaci

È una guerra non dichiarata ma in tre anni ha prodotto circa 400.000 vittime che, almeno in parte, potevano essere salvate. È la guerra unilateralmente dichiarata da 39 industrie farmaceutiche presenti in Sudafrica che non hanno rinunciato ai loro altissimi profitti nella commercializzazione di medicinali utili a combattere il virus Hiv. Grazie a una mobilitazione mondiale, almeno in Sudafrica, le multinazionali hanno perso. Ma la loro guerra continua.

È durata più di tre anni ed è costata 400.000 vittime che in gran parte potevano essere evitate, ma alla fine la guerra giudiziaria delle 39 industrie farmaceutiche contro il governo di Pretoria, reo di voler applicare in casa propria una legge in grado di favorire l'accesso alle cure contro il virus dell'Hiv, si è risolta a favore dei 4,3 milioni di sieropositivi che popolano il Sudafrica.

L'isterica ragione del profitto, pur così potentemente rappresentata, non ce l'ha fatta a reggere le pressioni della stampa internazionale, la mobilitazione degli attivisti, le prese di posizione di alcuni importanti governi. Le multinazionali del farmaco hanno capitolato il 19 aprile scorso, alla ripresa del processo simbolo del diritto alla salute, e questo segna già un punto di non ritorno: hanno ritirato l'azione legale intentata all'indomani della promulgazione della controversa normativa "Medicines Act" del 1997, firmata dall'allora presidente Mandela, che per questo motivo non è mai entrata in vigore. Una resa incondizionata, perciò più significativa.

In Sudafrica almeno il 16% della popolazione adulta, il 25% delle donne in gravidanza ed il 45% dei militari sono sieropositivi: si tratta del tasso di incidenza del virus più alto al mondo, complessivamente il 10% della popolazione del paese, che conta poco più di 40 milioni di abitanti. Affrontare l'Aids in Africa significa scontrarsi non solo con i limiti delle risorse economiche, ma anche con tradizioni culturali fortemente radicate nella società: una vita sessuale precoce e promiscua, pratiche antiche quali ad esempio il widow cleansing (la pulizia della vedova), ossia il rapporto sessuale con cui il parente di sesso maschile più vicino al defunto assume la tutela della vedova. La determinazione del Sudafrica nel porre mano a questo difficile contesto con misure di breve-medio periodo, nel rispetto della sua costituzione ("ognuno ha il diritto di accesso ai servizi sanitari"), dovrebbe servire da modello per i governi dei paesi a rischio.

In ottemperanza ai principi del libero mercato, il "Medicines Act" autorizza l'importazione dei farmaci brevettati da quei paesi in cui i prezzi siano più vantaggiosi. Nel segno della concorrenza, prevede la sostituzione con la versione generica di un medicinale, a costo ridotto, quando essa sia disponibile. Ammette la cosiddetta licenza obbligatoria, cioè la produzione locale dei farmaci in deroga alla protezione brevettuale, per facilitare la disponibilità di cure a prezzi più economici. In altre parole, riconosce al ministero della Sanità il diritto di avvalersi pienamente delle eccezioni sanitarie già contemplate dall'accordo sulla proprietà intellettuale nell'ambito dell'Organizzazione mondiale del commercio (art. 30 e 31).

Le multinazionali farmaceutiche hanno paradossalmente reso un gran servizio alla conoscenza dei meccanismi del profitto che governano la questione dell'accesso alle cure. L'esito politico della vicenda, con l'inedita ed umiliante ammaccatura alla loro immagine e reputazione, spiana oggi la via contro l'abuso della proprietà intellettuale da parte dei detentori di brevetti per molti altri paesi in via di sviluppo.

Si tratta tuttavia di una prima vittoria della non facile battaglia per l'accesso alla salute. Perché il problema non riguarda solo il costo dei farmaci, ma anche la urgente ripresa di ricerca e sviluppo di nuovi vaccini e medicinali in grado di vincere le perniciose resistenze alle terapie attuali, come avviene nel caso della tubercolosi e della malaria. Perché va benissimo parlare di Aids, ma non possiamo in nessun modo dimenticare che una delle prime cause di morte nel mondo, soprattutto fra i bambini, è la dissenteria. Perché, infine, non si guarisce di solo farmaco. In un sistema globale che produce esclusione sociale, le medicine dei poveri, sempre più chiaramente, si chiamano nuovi rapporti commerciali, cancellazione del debito estero, lotta alla povertà e alla fame, accesso all'acqua, redistribuzione delle risorse, tassazione dei capitali finanziari, rispetto dei diritti umani, democrazia. Può sembrare fuori dal mondo, ma davvero non esiste terapia più efficace di questa.

Nicoletta Dentico