La logica dell'annientamento

Il conflitto israelo-palestinese precipita verso livelli di crudeltà sempre maggiori. Di fronte al terrorismo e alle stragi di civili, Israele pare ormai non distinguere più tra i mandanti del terrore e i palestinesi come popolo, scatenando una reazione militare senza precedenti anche contro la popolazione inerme.

"L'esercizio del pugno di ferro, la brutale logica della forza che anima Sharon, Mofaz e i falchi del governo stanno trascinando Israele nel baratro, infangando i principi democratici che sono a fondamento del nostro Stato, della nostra cultura, della nostra identità nazionale", denuncia Yossi Beilin, il principale dei negoziatori degli accordi di Ginevra e segretario del partito Yachad. Nei giorni nefasti di maggio, in reazione all'uccisione di 13 soldati l'esercito israeliano uccide oltre 50 palestinesi; alcuni sono uomini armati della Jihad e di Hamas; altri, civili innocenti. Nella demolizione delle loro case nel campo profughi di Rafah intere famiglie spossessate cercano rifugio in zone vicine.

Il conflitto fra i due popoli si va incrudendo sempre di più in un'orgia di brutalità. Si va trasformando in una guerra di annientamento reciproco. Il terrorismo ha scelto le stragi di civili israeliani come metodo di azione politica volto al fine della distruzione di Israele. I vertici politico-militari di Israele sono guidati sempre più spesso dall'anelito alla vendetta, alle punizioni collettive. Non si distingue più tra i mandanti del terrore e i palestinesi come popolo: questo è trattato come un nemico irriducibile, disumano, che non merita fiducia, che non può essere interlocutore di un negoziato, che deve essere domato con la forza delle armi.

Frammenti di corpi di israeliani uccisi esibiti cannibalisticamente alle folle come trofei; colpi di cannone su palestinesi che marciano in protesta contro l'aggressione. 37 anni di occupazione israeliana hanno annullato l'umanità di occupanti e occupati.

È un regresso profondo dalla filosofia degli accordi di Oslo, il cui presupposto era il riconoscimento reciproco dei diritti: quello degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi a uno stato degno di questo nome.

Una guerra insensata oppone i due popoli da oltre 3 anni, con 3100 morti fra i palestinesi, oltre 900 fra gli israeliani. Da un lato è vano affidarsi alla mera repressione militare del terrorismo senza offrire un negoziato di pace: lo provano il numero di palestinesi votati al suicidio omicida, la tenacia con cui quel popolo resiste all'occupante. Dall'altro, l'illusione di piegare Israele con la violenza, imitando gli Hezbollah in Libano e riscattando l'impotenza dell'Autorità nazionale palestinese, dovrebbe essere chiara quando si guardi alla storia del conflitto fra arabi ed ebrei: è solo quando la violenza cessa e si intravede una possibilità di pace che l'umore del popolo di Israele si dispone al compromesso e i moderati prevalgono sui massimalisti.

La forza di pressione dei coloni contro lo sgombero degli insediamenti resta enorme: non un solo insediamento è stato rimosso dagli accordi di Oslo, il loro numero è salito a circa 150, gli abitanti a quasi 250.000. Il ritiro da Gaza sarebbe per loro un pericoloso precedente, un cedimento al terrorismo. Eppure gli israeliani, come mostrano i sondaggi, riconoscono la necessità del ritiro. Ma il ritiro non può essere un atto unilaterale; va negoziato con l'Anp, l'Egitto, il Quartetto che ha definito la roadmap. Nell'attuale piano delineato da Sharon, Gaza resterebbe una specie di prigione circondata dall'esercito di Israele, senza luoghi di transito aperti e neppure un confine sovrano con l'Egitto. Non sarebbe connessa con la Cisgiordania, di cui una parte rilevante sarebbe di fatto assorbita da Israele. Il governo Sharon con all'interno partiti della destra radicale non è in grado di offrire niente di più. È nell'opinione pubblica di Israele, nella sua mobilitazione per la ripresa delle trattative e la fine dell'occupazione, e in un'azione energica della comunità internazionale che dobbiamo trovare ragioni di speranza. Ma anche qui in Italia, in Europa, dobbiamo noi ebrei e gli arabi che vivono vicino a noi unirci - le due Diaspore - e dire basta a questo strazio che ci angoscia, che alimenta contemporaneamente l'ostilità anti-ebraica e anti-islamica.

Giorgio Gomel