Gli episodi di tortura in Iraq ad opera di militari statunitensi dimostrano che le donne non sono solo vittime delle guerre, ma sanno anche trasformarsi in carnefici, quando si presenta l'occasione.
Il pacifismo ha fatto il suo dovere informando che la guerra "umanitaria" non esiste. Esiste solo la guerra; cioè la macelleria storica raccontata dall'Iliade alla Bibbia e rivissuta in fatti concreti dalle Crociate alle SS. Le donne, si dice(va), sono le vittime; non si dice che accade non perché siano "per natura" più buone, ma perché i poteri fondati sulla forza le hanno estromesse.
Si dà il caso che il femminismo moderno abbia riproposto la teoria secondo la quale, proprio nell'emarginazione, le donne non solo hanno imparato che cosa significhi subire (violenze, percosse, aborti, stupri - perfino etnici - e infibulazioni), ma hanno riflettuto sul senso dei poteri forti e, con le competenze acquisite, si sono proposte di contribuire a far passare il sistema dalla violenza e dalla morte alla socialità e alla vita.
Il sistema ha risposto con successivi allargamenti delle maglie a selezioni graduali di donne disposte a integrarsi. Il punto massimo - e, per le donne, decisivo - è stato l'accesso alla professione militare.
Quella del soldato non è - neppure per l'uomo - una professione come un'altra: i nobili fini della difesa della patria impongono di uccidere (per i risvolti storici leggere il sempre attuale carteggio Einstein/Freud); per svolgere questo compito, è necessario educarsi alla spersonalizzazione, al rispetto gerarchico, all'obbedienza agli ordini. Ignorando le Convenzioni internazionali, si diventa capaci di eseguire tutto, soprattutto in un'epoca in cui, da Arancia meccanica in poi, ci si è educati tutti alla violenza hard. Quindi i soldati (e le soldate, per pari opportunità) possono anche torturare.
Troppo sensibili quelli che non avrebbero voluto vedere le foto di Lyndie con un maschio iracheno nudo al guinzaglio, perché "non può essere che anche una donna "? No, semplicemente trascurati: le parole critiche dette da una minoranza (che forse tanto minoranza non era) quando l'esercito aprì le porte alle donne sono cadute nel silenzio, se non nella riprovazione, anche di quella parte di forze democratiche che dicono di apprezzare la nonviolenza.
Così siamo ancora una volta nel pantano, le donne, ma anche gli uomini. La guerra è tornata a farsi sentire "dentro" il mondo occidentale, quello che ha fatto conto di pensarsi democratico, mentre non solo lasciava nell'abbandono decine e decine di conflitti che dilaniavano i poveri del mondo, ma gli vendeva pure le armi. Vista da vicino, la prospettiva militare della guerra, sia pure "umanitaria", rivela la sua solita, vera essenza, la morte.
Per recuperare, l'umanità avrebbe bisogno di tutto il coraggio e l'intelligenza "globale" per scegliere la via della prevenzione dei conflitti, della nonviolenza, della pace in senso non retorico, vale a dire con riguardo alla scelta di governi democratici, alle strategie diplomatiche, alla ricerca di relazioni paritarie, all'attuazione fattiva dei diritti umani, sociali, economici, politici. Per politiche storicamente inconsuete, ma urgenti non dovrebbe più essere ignorato il contributo del pensiero e delle proposte femminili. A meno di non preferire che le donne si "uniformino".
Giancarla Codrignani