Iraq, il mito del 30 giugno

Il 30 giugno, lasciano intendere Bush, Blair e Berlusconi, dovrebbe essere quasi una data magica, perché una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu cambierebbe lo status giuridico della occupazione militare anglo-americana dell'Iraq, per aprire una nuova e immacolata situazione. Questo quadro propagandistico occulta però la realtà della situazione, perché aggrovigliatissimi sono i nodi che, per portare alla pace, dovrà affrontare il piano del rappresentante dell'Onu per l'Iraq, Lakhdar Brahimi.

Il 30 giugno, in Iraq, sarà forse il giorno fatidico della "grande svolta" sbandierata da Berlusconi e, secondo il premier italiano, assicurata da Bush e benedetta dalle Nazioni Unite, o la mitica data coprirà solo una semplice verniciatura che non scardinerà nella sostanza lo status quo, e cioè l'illegale occupazione militare anglo-americana di Baghdad?

La situazione cambia di ora in ora, e quando questo numero della rivista arriverà ai nostri lettori e lettrici, altri gravi eventi di cronaca come lampi nella notte avranno illuminato la scena. Non cambiano però alcuni punti-chiave sui quali occorre fare chiarezza assoluta.

"Passaggio alle Nazioni Unite", si dice: dunque, una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu laverebbe le colpe passate degli occupanti anglo-americani con le acque purificatrici di un "battesimo" che inauguri un corso immacolato? Occorre invece ribadire che l'eventuale, nuova risoluzione dell'Onu non potrà sanare l'insanabile, e cioè l'illegalità giuridica e morale della "guerra preventiva" di Bush & Company, lanciata contro l'Iraq per sgretolare armi di distruzione di massa mai trovate. È in tale contesto che il governo Berlusconi ha inviato il contingente italiano a Nassiriya. Dunque, se risoluzione ci sarà, essa non potrà "assolvere" il passato ma, semplicemente, preso atto dell'immane disastro provocato, tentare di limitarne i danni e indicare una qualche via di uscita dal pantano mesopotamico.

Perciò, prima di parlare di speranze di pace bisognerà esaminare accuratamente la nuova risoluzione; un elenco dei problemi sul tappeto dice da solo la complessità dell'impresa. Primo: quali saranno i poteri reali del nuovo governo provvisorio, composto da personalità sciite, sunnite e curde irachene, che dovrebbe governare il paese per prepararlo, nel 2005, a libere elezioni politiche? Secondo: sarà davvero l'Onu, o non saranno ancora gli Stati Uniti d'America, sotto la sua copertura, a controllare l'Iraq? Terzo: se una forza multinazionale dovrà controllare, ad interim, il paese, questa dovrebbe essere composta solo da paesi non coinvolti con l'avventura anglo-americana e, in particolare, da paesi arabi o comunque da paesi musulmani. Ma accetteranno Bush e Blair di ritirarsi ammettendo così la loro ingloriosa disfatta?

Questi nodi sono oggettivi, e nessun gioco di prestigio politico potrà aggirarli. Ma essi hanno assunto una maggiore attualità e drammaticità dopo che sono state accertate le torture praticate da statunitensi e britannici contro prigionieri iracheni. Torture che non sono solo deplorevoli "effetti collaterali" di una "guerra giusta", dovuti a qualche "mela marcia". No. Le torture sono organiche alla guerra in atto, e volute dagli alti comandi delle potenze occupanti per stroncare la resistenza irachena. Perché la vera tortura, la vera mela marcia, è la guerra in sé. Le barbarità (tra esse, anche la decapitazione del cittadino statunitense per mano di un estremista islamico) sono le conseguenze della guerra che, di per sé, scardina ogni principio di umanità e di pietà.

"Siamo in Iraq per debellare il terrorismo", ha detto Bush, hanno ribadito Blair e Berlusconi. Ma è di tutta evidenza che proprio la "guerra preventiva" ha rafforzato il terrorismo, facendo volare nell'Iraq post-saddamita gruppi - come al-Qaeda - che prima non ci potevano metter becco. "Siamo in Iraq per portare la democrazia", aggiungono i tre B (moderna, immensamente tragica "Banda Bassotti"). Ma se le libere elezioni in gennaio apriranno le porte del potere agli sciiti meno graditi all'Occidente, che si farà? In nome della democrazia la Casa bianca annullerà la volontà democraticamente espressa del variegato popolo iracheno? O pretenderà di controllare comunque il petrolio che zampilla tra il Tigri e l'Eufrate?

Per tutte queste ragioni, non annunciandosi nessuna "vera svolta", bene ha fatto la sinistra italiana - sia pure con deplorevole ritardo rispetto alla coraggiosa scelta del premier spagnolo Zapatero - a chiedere il ritiro del contingente italiano dall'Iraq. Se poi, quando sarà, il piano dell'inviato dell'Onu per l'Iraq, Lakhdar Brahimi, aprirà davvero un nuovo cammino, ci si confronterà con i nuovi dati. Ma, prima, bisogna vedere le carte, ed essere consapevoli che quand'anche il nuovo piano partisse, innumerevoli trappole potrebbero tagliargli le gambe lungo il cammino. Presentare dunque il 30 giugno come lo spartiacque tra un "prima" drammatico in Iraq e un "dopo" in via di rassicurante pacificazione ha il sapore di un imbroglio propagandistico. Il "peccato originale" della "guerra preventiva" non ha ancora finito, purtroppo, di generare mostri.

David Gabrielli