L'anima dell'islam

I boia di Nicholas Berg - simbolicamente gli stessi autori di altri crimini come quello dell'11 settembre e quello di Madrid - con il loro atto barbaro hanno recato un grosso torto al Corano e a Mohammed di cui pretendono essere fedeli seguaci. Le torture e le decapitazioni non sono pratiche inusuali per i regimi arabi che si definiscono anche islamici. L'islam, per uscire dal suo immobilismo, ha bisogno di perdere tanti suoi cattivi interpreti e di ritrovare la sua anima.

La decapitazione del cittadino americano Nicholas Berg ad opera di un gruppo di terroristi sedicenti "musulmani" ha fortemente scosso l'opinione pubblica internazionale. Le immagini della crudele scena del suo sgozzamento hanno giustamente suscitato sdegno e disprezzo nei confronti degli autori di quell'atto criminale. Questa agghiacciante esecuzione ha danneggiato in primo luogo l'intero mondo musulmano, che vede la sua immagine ulteriormente deteriorata nell'immaginario collettivo occidentale, che in gran parte considera già l'islam come una religione fanatica, violenta e sanguinaria.

Fatto il danno, ci viene da chiedere se gli assassini del prigioniero Berg si possono davvero definire musulmani e se il loro atto criminale è veramente conforme ai valori dell'islam.
Il Corano e la Sunna (gli insegnamenti del profeta Mohammed), le due fonti principali della religione islamica, raccomandano chiaramente ai musulmani di trattare in modo civile i loro prigionieri, perché si tratta di un dovere religioso importante quanto quello di prendersi cura dei poveri e degli orfani. In questo senso il Corano elogia i musulmani che "danno da mangiare al povero, all'orfano e al prigioniero per amore di Dio" (sura 76, versetto 8).

Il prigioniero non deve essere né torturato né ucciso, ma liberato in cambio di un riscatto. Durante la battaglia di "badr" (624 e.v.) contro la tribù di Mecca che perseguitava la neo-nata comunità islamica, i musulmani catturarono settanta combattenti meccani. Il Profeta Mohammed ordinò ai suoi seguaci di trattare bene i prigionieri. Essi furono "ospiti" nelle famiglie musulmane in attesa del loro riscatto, e ad ognuno di coloro che sapevano leggere e scrivere fu chiesto di istruire dieci bambini in cambio della loro liberazione.

I boia di Berg - simbolicamente gli stessi autori di altri crimini come quello dell'11 settembre e quello di Madrid - con il loro atto barbaro hanno disatteso l'insegnamento della religione islamica e hanno recato un grosso torto al Corano e a Mohammed di cui pretendono essere fedeli seguaci.

A sua volta, lo scandalo delle torture in Iraq ha fortemente turbato il quieto vivere dell'opinione pubblica internazionale; ha provocato indignazione e rabbia in seno alla popolazione arabo-musulmana.

L'"affaire" della prigione di Abu Ghreib sta creando una valanga di problemi all'amministrazione Bush e ai suoi alleati. Ma per i regimi arabi la faccenda delle torture in Iraq ha causato soprattutto un grande imbarazzo. Infatti la tortura, la repressione, le esecuzioni sommarie sono all'ordine del giorno nella maggior parte dei paesi arabo-islamici guidati da regimi totalitari che violano sistematicamente i diritti fondamentali della persona.
E anche qui ci viene da chiedere se coloro che governano oggi il mondo arabo sono veramente rispettosi dei valori della loro religione islamica.

Nell'islam la dignità umana è così cara a Dio che la libertà dell'individuo non può essere arbitrariamente sottoposta ad alcuna autorità tutelare, nemmeno a quella del profeta Mohammed. Il suo ruolo, infatti, fu quello di aiutare la nascente comunità musulmana a prendere possesso della propria responsabilità in quanto comunità di credenti liberi e coscienti dei loro diritti e doveri. Il Corano introdusse la norma della shura (la consultazione): "Consultati con loro sul da fare" (sura 3, versetto 153) con lo scopo di educare i musulmani ai valori della democrazia.

Oggi dei valori della democrazia, che trovano, quindi, radice anche nella tradizione islamica, i regimi arabi non sembrano per nulla tener conto. Le élite al potere nel mondo arabo sono giunte al potere, confiscandolo, attraverso procedure tutt'altro che democratiche. Lo hanno fatto attraverso rivoluzioni di palazzo (vedi Tunisia, Qatar), o con colpi di stato militari (vedi Egitto, Iraq, Algeria, Siria, Pakistan), o con l'aiuto da parte delle potenze occidentali che hanno tracciato intorno a queste élite aree geografiche artificiali (vedi il Kuwait e la Giordania).

Mediante il potere politico e militare le dittature arabe hanno il monopolio dell'economia e delle ricchezze dei paesi che "governano". E per salvaguardare questa situazione di privilegio, tali regimi ricorrono spesso ad indicibili forme di repressione e di discriminazione etniche, religiose, culturali e politiche. La popolazione nei paesi arabi è ridotta oggi ad uno stato di disagio economico, sociale e politico; continua, inoltre, ad essere vittima di una politica di analfabetizzazione intenzionalmente organizzata da chi governa per mantenere il controllo sociale su di essa.

L'immobilismo culturale in cui versa oggi il mondo arabo islamico è dovuto prevalentemente a queste dittature che occupano illegittimamente i palazzi di potere e che attraverso metodi di repressione politica e poliziesca hanno soffocato qualsiasi sentimento di riscatto sociale e culturale da parte dei cittadini arabi.

Le torture e le decapitazioni non sono quindi pratiche inusuali per i regimi arabi che si definiscono anche islamici. Come può, allora, un regime totalitario come quello di Mubarak, chiedere agli americani di rispettare i diritti umani in Iraq, senza cadere nel ridicolo, quando sappiamo che in Egitto vige da 23 anni lo stato d'emergenza, decretato dallo stesso Mubarak, con il pretesto di combattere il terrorismo islamico? Con quale coraggio il regime wahabita può dirsi sdegnato davanti alla decapitazione di Nicholas Berg, quando noi tutti sappiamo che questa consuetudine è all'ordine del giorno in Arabia Saudita, paese dove sono custoditi i luoghi sacri dell'islam?

Quante sono le persone che oggi subiscono torture, sevizie sessuali e che muoiono nelle prigioni arabe? Il loro torto è spesso quello di avere espresso un'opinione non gradita ai "padroni" del mondo arabo islamico.

Che cosa può, quindi, partorire questo stato di sfacelo generale in cui vivono gli arabi musulmani oggi, se non dei tiranni e i loro alter ego, i fanatici religiosi e terroristi? Anche l'islam, per salvarsi, ha bisogno di perdere tanti suoi cattivi interpreti e di ritrovare la sua anima.

Mostafa El Ayoubi