Mondo arabo, oltre l'ideologia

Perché molti arabi, non solo iracheni, sono entrati in Iraq al momento dell'attacco statunitense per difendere la "nazione araba" dagli invasori? Se il mito panarabo è ormai un lontano ricordo, la cultura araba è un dato di fatto. Che tocca la politica, l'arte e la vita quotidiana di milioni di persone.

Bisogna mettere al suo posto almeno una delle tante tessere di quel criptico mosaico che l'informazione di guerra ha steso sul tavolo delle nostre coscienze. I network televisivi e in genere tutto il mondo dei mass media hanno diffuso, durante la guerra, le seguenti notizie: diversi iracheni della diaspora rientrano nel loro paese per difenderlo dall'invasione anglo-americana; diverse persone, in quanto musulmane, ritengono sia giusto andare a contrastare gli eserciti invasori; arabi non iracheni accorrono in Iraq per difendere la "nazione araba" dagli invasori; parte di essi ha intenzione di comportarsi da kamikaze.

C'è chi "torna" perché ha la propria famiglia in Iraq e ritiene di doverla difendere: un fatto che si può definire "normale" e niente affatto nuovo. C'è chi invece, da musulmano, ritiene di dover proteggere la Dar al-Islam (la "casa dell'islam", tutte le nazioni in cui i musulmani costituiscono la maggioranza della popolazione contrapposta a Dar al-Harb, la "casa della guerra", le nazioni non islamiche): uno schema ideologico dietro al quale, a torto o a ragione, tutti hanno imparato a riconoscere il malevolo zampino di Osama bin Laden, cioè - purtroppo - una vecchia conoscenza. Rimangono i "nazionalisti arabi" che, questa è la novità, sono addirittura potenziali kamikaze. Non sono mossi dalla fede nel-l'islam, ma dalla fedeltà alla "nazione", la nazione araba, per la quale sono disposti ad una sorta di "martirio laico".

Che significa questo? Bisogna soffermarsi un attimo sull'identità di questi "fanatici arabi". Nella storia vi sono tracce di una forte identità "araba" in soli due casi: nel primo periodo del-l'islam (dal 622 fino al 750 d.C. circa), quando l'impero islamico, costruito militarmente dagli arabi, è gestito interamente da nuove élite arabe; e con il panarabismo, un'ideologia che nasce contestualmente alla formazione degli stati-nazione arabi, al termine del periodo coloniale (fine XIX inizio XX secolo).

Nel primo caso non si può parlare di vero e proprio nazionalismo arabo o panarabismo. Gli arabi delle conquiste, etnicamente e linguisticamente simili ma divisi in tribù, si uniscono sotto le bandiere dell'islam in una "nazione islamica", non araba e, seppure affermando il primato della lingua araba in quanto lingua del Corano, quegli arabi dei primordi agiscono con lo scopo di creare un'e--gemonia islamica. Qualunque storico dell'islam osserverebbe, fra l'altro, che nei secoli successivi all'epoca delle conquiste l'identità araba si "diluisce" in quella islamica (due esempi fra i tanti: anche molto prima della nascita dell'impero ottomano, furono élite di provenienza turca a dominare l'Egitto; fu un curdo, Saladino, a guidare la riconquista di Gerusalemme nel periodo delle crociate). Il nazionalismo arabo, dunque, è una dottrina moderna che non trova paralleli nella storia pre-coloniale, contraddistinta da una tendenza verso l'integrazione di elementi etnico-linguistici diversi.

Un contributo decisivo alla nascita del nazionalismo arabo proviene dall'Occidente, ed in particolare dalla Gran Bretagna - chi non ricorda Lawrence d'Arabia? - che lo supportò in funzione anti-turca. Si tratta di una dottrina prettamente laica, che non si richiama ad un'identità religiosa (fra i suoi leader originari ci sono dei cristiani, ad esempio) e che dunque si ispira all'idea di stato-nazione laico occidentale.

Molti degli stati arabi moderni si fondano su questa ideologia e i loro leader se ne sono avvalsi per decenni, indottrinando il popolo. L'educazione tradizionale, imperniata sulle scuole coraniche, segna il passo a favore di un modello di educazione gestita dallo Stato, e generazioni di arabi studiano la storia e la geografia nazionalista panaraba, immaginando un mondo in cui un solo Stato unisce i territori che vanno dal Marocco all'Iraq.

Ma poi il mito svanisce. Questi indottrinati panarabi, che hanno imparato con le buone a vivere in uno Stato moderno e con le cattive a osannare i propri leader, vedono crollare i loro punti di riferimento. Nasce e muore la Repubblica Araba Unita (Egitto e Siria), il "sogno" del presidente egiziano Nasser, che nazionalizzava il canale di Suez a spese delle potenze europee, diviene in breve un incubo. La Lega Araba (1945) nella cui Carta costitutiva si legge (cap. 2): "Lo scopo della Lega Araba è di rafforzare le relazioni fra stati membri, coordinare le loro politiche così da raggiungere la cooperazione fra essi e salvaguardare la loro indipendenza e sovranità (...)", si divide in tutte le occasioni importanti (fra tutte la questione palestinese), si rivela ininfluente, inefficace, inutile e infine viene sepolta sotto le macerie del Muro di Berlino e del mondo bipolare. Parallelamente i panarabi assistono al declino "morale" dei loro leader: l'Egitto, l'Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati del Golfo hanno messo sotto le scarpe l'"orgoglio arabo", si sono venduti. Fra i "titolari" - "puri" o meno non importa - del panarabismo figurano ormai quasi solo Siria e Iraq, ovvero due "Stati-canaglia", almeno dal punto di vista americano. Nel contempo avanza l'ondata islamista, a cui leader nazionalisti come il presidente egiziano Husni Mubarak fanno importanti e compromissiorie concessioni, regalando ad essa - in seguito a una politica di repressione delle voci democratiche in quei paesi - la posizione di unico soggetto oppositivo ai regimi dittatoriali, ed ecco che il gioco è fatto: gli "arabi" sembrano non esistere più.

Ma proprio quando si insinua l'idea che "l'unità araba", il panarabismo, l'arabità come elemento di identità di un popolo sia da mettere definitivamente nel cassetto della roba vecchia e inutile, che si debba dimenticare il nazionalismo arabo in questo nuovo mondo ordinato, bollandolo come un residuo del passato, vediamo che riappare nei panni di cinquemila terrorizzanti "volontari", alcuni dei quali disposti a suicidarsi per il sanguinario dittatore iracheno.

Cosa è successo? A questo punto si potrebbe cadere nel tranello di porre la questione dal punto di vista di un "conflitto di civiltà" e di conseguenza farsi terrorizzare, come sempre, dalla prospettiva di un'invasione di barbari nelle nostre belle e civili terre democratiche. Ci si potrebbe anche interrogare se sia un bene o un male che il nazionalismo arabo muoia definitivamente a livello politico e istituzionale, ma ciò non ci direbbe nulla sul nocciolo della questione che è il seguente:

1. quello dell'arabità è un "polo identitario" ancora vivo e forte fra la gente, al di là della sorte che il panarabismo ha avuto o avrà a livello istituzionale e politico;

2. non si può negare che, nel bene o nel male, questo sia stato il perno su cui sono nati e si sono sviluppati quegli stati che oggi sono disegnati sulla mappa geografica;

3. non bisogna dimenticare che quel modello, il modello nazionalista, fu visto dall'Occidente, che lo aveva già sperimentato, come l'unico in grado di fare da volano ad un processo di autocoscienza e autodeterminazione necessario all'entrata di quei paesi nella modernità (e nella democrazia). Un processo - ricordiamolo - continuamente osteggiato, mutilato, deviato in nome di interessi "superiori" come la stabilità mondiale e gli interessi economici.

Quindi l'identità araba non è morta nonostante il collasso del nazionalismo panarabo ideologico e politico. E non parliamo del già di per sé importante legame della lingua comune, ma di quel lavorio ormai secolare messo in atto non solo dalle istituzioni panarabe a livello dell'interdipendenza sociale, economica e culturale. Pur escludendo le diaspore, anche quelle di grandissime dimensioni come quella palestinese, gli arabi sono mobili nello "spazio arabo" così come noi siamo mobili in quello europeo. Migliaia di famiglie hanno un loro caro in uno stato arabo diverso da quello in cui vivono. Migliaia di arabi vanno ogni anno a lavorare nei paesi arabi più ricchi, cioè nel Golfo (si ricordino in particolare quei disgraziati palestinesi, lavoratori-schiavi al soldo degli sceicchi kuwaitiani, massacrati all'indomani della "riconquista" americana per aver accolto con manifestazioni di giubilo le truppe di invasione di Saddam Hussein) così come noi italiani siamo andati, e continuiamo ad andare, in nord Europa o negli Stati Uniti. I matrimoni fra persone appartenenti a diversi stati sono all'ordine del giorno. Milioni di arabi, per decenni, hanno visto una televisione panaraba, molto meno sul piano dell'informazione giornalistica (Al Jazira ed omologhi sono tutto sommato fenomeni recenti) che non su quello della produzione di "fiction" o "entertainment" (il ruolo maggiore lo ha ricoperto la Tv nazionale egiziana). Si pensi, sul piano della cultura, alle fiere del libro del Cairo o di Beirut, che ogni anno ospitano autori ed editori provenienti da tutti i paesi arabi, si pensi alla letteratura, al teatro, alle istituzioni accademiche, all'arte in genere e alla musica. Non è questo un artificio politico, né un'ideologia tardo-romantica, scarto dell'Occidente, bensì una parte consistente del vissuto quotidiano di un popolo, fatto di gesti normali di milioni di singoli individui. Si tratta di un'entità, una identità, che in questi giorni si è mossa nel campo politico, rivendicando il diritto ad un proprio spazio di visibilità. Un'identità che al suo interno contiene elementi moderati o estremisti, ma che i mass media rendono visibile solo quando fa paura, ad esempio quando alcune frange estreme finiscono per arruolarsi nell'esercito di Saddam Hussein. Così in queste settimane abbiamo ricevuto il messaggio di quei cinquemila accorsi in sostegno del dittatore. Ci siamo allarmati, come sempre, e abbiamo dimenticato di chiederci cosa hanno da dire, invece, quei milioni di arabi che sono rimasti a casa propria. Gli arabi, quella massa di persone che si identifica in una lingua, in un modo di essere e di fare, chiedono di essere riconosciuti, di essere considerati come titolari di idee e decisioni, di essere "opinione pubblica" così come lo siamo noi, con le nostre bandiere della pace o con i nostri elmetti in testa. Anche questa volta, purtroppo, questa è una richiesta che nessuno soddisferà: né gli esponenti dei regimi cosiddetti "moderati", che da burattinai sono divenuti burattini, né tantomeno quei presunti "liberatori" che oggi in Iraq, e forse domani altrove, fanno le loro raccapriccianti "cavalcate" di guerra.

Lorenzo Declich