Dopo la guerra in Iraq torna attuale e urgente la trattativa per avviare un processo di pace tra israeliani e palestinesi. Il documento di partenza è la "road map", che dovrebbe garantire uno stato palestinese entro due anni. Siamo davvero a una svolta? L'autore è un palestinese che vive ora in Italia.
La conclusione, assai rapida, ma non indolore, dell'intervento militare americano sul territorio iracheno, attraverso i mass media è passata all'attenzione dell'ascoltatore come un colpo di spugna che ha cancellato decenni di malgoverno, di misfatti e di miseria nera per il popolo, portati avanti dalla condotta, senz'altro poco pulita, di Saddam Hussein. Dopo la vittoria, Bush ha decretato la fine delle ostilità in Iraq. Ciò porterebbe per il popolo iracheno la libertà religiosa e culturale sperata, una promessa di miglioramento economico e un governo democratico. Si aspettano altri interventi, a scopo preventivo, nel resto della regione, perché si faccia piazza pulita di ogni forma di dittatura orientata a sostenere il terrorismo.
Ma quando la comunità internazionale si esprime sulla realtà mediorientale ritiene che la via diplomatica, quella degli accordi fra Ue, Stati Uniti e Onu, tutti governi stranieri alla regione stessa, sia l'unica via, e bandisce perciò l'intervento armato.
Questo è anche il caso della Palestina, vexata quaestio, vero nodo cruciale della politica internazionale. Ma quale via diplomatica si può percorrere quando un interlocutore comanda e dirige un'occupazione militare? Essa è "causa di tutti i mali", come ha ribadito con franchezza e coraggio il patriarca latino di Gerusalemme Michael Sabbah, anche nella sua ultima lettera in occasione dello scorso Natale ai cristiani di Terra Santa e a tutta la comunità internazionale.
Il dialogo, che dà avvio e rappresenta la via diplomatica, può essere portato avanti tra comunità che hanno senso civico e rispetto delle culture e dell'identità dell'altro. Riconosco che il dialogo con le frange estremiste islamiche non è facile, come non lo è con il fondamentalismo ebraico. Ma andando al cuore e all'origine del conflitto israelo-palestinese non può non essere ricordato il ruolo dell'occupante e quello dell'occupato; non può essere dimenticato che la terra palestinese è diventata oggetto di dono fra governi estranei alla regione. È un punto cruciale, sul quale insisto, perché qualsiasi piano di pace, per quanto "giusto", è sempre d'importazione straniera. In breve, mi sembra che anche all'Iraq stia succedendo lo stesso. E non devono stupire le reazioni estreme di un popolo che incomincia ad avvertire di essere "colonizzato" da una democrazia della quale non conosce il senso e che non gli appartiene.
La Road map che in questi giorni è stata consegnato separatamente ai premier israeliano e palestinese viene anch'essa dall'esterno: dovrebbe garantire la pace e l'instaurazione di uno Stato palestinese entro il 2005. Alcune delle condizioni sono, da una parte, la fine dell'intifada e, dall'altra, la fine della costruzione degli insediamenti ebraici nel territorio palestinese. Ma chi non conosce la Palestina non sa che gli insediamenti già esistenti rappresentano un "tumore" nel corpo del 23% della Palestina storica e sono la provocazione quotidiana della prepotenza di chi comanda e lo sfruttamento delle ricchezze del territorio, come per esempio l'acqua.
La personale conoscenza della realtà mediorientale mi porta a esprimere un parere non tanto sulla condizione attuale del mio popolo, quanto sull'emergenza che dovrà affrontare nel dopoguerra. Cosa avremo fra le mani? Ci sarà una generazione da rieducare ed un paese da ricostruire. L'unica chance che si prospetta è adesso puntare alla formazione educativa dei giovani. Questa è la chance per un vero sviluppo, in ogni campo produttivo, nella regione. Lo sviluppo su cui qui rifletto è quello di un'impresa morale e sociale, in cui la persona umana viene messa al centro dell'attenzione, non come oggetto su cui intervenire ma come protagonista e soggetto attivo e responsabile del proprio futuro.
Si tratta di esprimere una formazione - che diventi istituzionale e curriculare - capace di cambiare l'immagine dell'altro, che faccia cadere la maschera del nemico e lo sveli come partner ad ogni livello; un'educazione al dialogo costruttivo che ci insegni ad imparare dall'altro. Fare luce sulla realtà di Israele e Palestina porta inevitabilmente a concepire un intervento attivo, fra cui un rinnovamento concreto dell'istituzione scolastica per ripensare l'assetto educativo e perché si sviluppi una reale "pedagogia di pace". Allora serve per il popolo palestinese e quello israeliano una nuova "formazione" alla fiducia, all'ascolto che cresca insieme alle nuove generazioni, con l'impegno e la responsabilità degli adulti. La pace potrà instaurarsi a patto che esista la volontà gratuita di ciascuno a costruire la giustizia. Vale a dire che se le soluzioni proposte, militari o diplomatiche, nascono da interessi politici ed economici la pace e lo sviluppo non potranno mai esserci. Lo sviluppo e l'educazione sono la base di un futuro di pace. È la speranza - forse unica - di una società civile.
Sami Basha