La "Road map", strada della pace?

Il piano - proposto da Nazioni Unite, Stati Uniti d'America, Unione europea e Russia - prevede che in tre tappe, dal 2003 al 2005, Israele e l'Olp raggiungano finalmente una pace che garantisca ambedue. I "sacrifici" che debbono fare il premier palestinese Abu Mazen e quello israeliano Ariel Sharon.

Road map, "carta stradale". È questa la nuova formula (magica, utopica, realistica?) che dovrebbe aprire tra israeliani e palestinesi la strada della pace. Essa viene pronunciata mentre, a metà maggio, tremendi attentati kamikaze - legati ad Al Qaeda, la "base" di Osama bin Laden, il grande "patron" della "guerra santa" agli Usa - hanno insanguinato l'Arabia saudita e il Marocco. Pur senza essere direttamente connessi con questi eventi, ma sotto certi aspetti legandosi idealmente ad essi, il 18 maggio guerriglieri del movimento palestinese di resistenza islamico Hamas hanno compiuto due attentati suicidi a Gerusalemme, poche ore dopo l'incontro del premier israeliano Ariel Sharon con quello palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas).

Il nuovo piano per sciogliere il conflitto israelo-palestinese - messo a punto da Onu, Usa, Unione europea, Russia - prevede un cammino in tre tappe. 1/ 2003: fine degli attentati terroristici palestinesi, fine del-l'occu-pazione militare israeliana (non degli interi Territori, ma tornando alla situazione antecedente al 28 settembre 2000, quando, dopo che Sharon fece la sua provocatoria visita al-la Spianata delle moschee di Gerusalemme [monte del Tempio, per gli ebrei], iniziò la seconda intifada, sollevazione palestinese). 2/ 2004: nuove elezioni nei Territori e redazione della nuova Costituzione palestinese e, quindi, conferenza internazionale e creazione di uno Stato palestinese provvisorio. 3/ 2005: trattato di pace finale tra Israele e Palestina e anche tra lo Stato ebraico, la Siria ed il Libano.

Abu Mazen - il premier che Yasser Arafat ha dovuto accettare per le pressioni occidentali (ed egiziane) che gli hanno chiesto di "condividere" il potere, e che il 30 aprile ha ottenuto la fiducia del parlamento palestinese - ha accettato in toto la Road map, mentre sostanziali rettifiche ne ha chiesto Sharon. Questi ha ammesso che Israele dovrà fare "grandi sacrifici" per arrivare alla pace, ma nel contempo non ha accettato di ordinare lo "stop" alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici nei Territori. Un tale espansionismo, oltre che violare la IV convenzione di Ginevra del 1949, annulla la buona volontà dei palestinesi favorevoli ad un accordo.

Senza addentrarci qui nel più ampio contesto (la guerra del Golfo, le cause antiche e recenti del conflitto israelo-palestinese, cui (vedi pag. 22-24), da diversi punti di vista, l'ebreo italiano Giorgio Gomel e Sami Basha, palestinese che ora vive in Italia), va comunque ribadito che la pace tra Israele e l'Olp dovrà essere fondata su questi punti, tutti essenziali: garanzia dell'esistenza e della piena sicurezza di Israele entro i confini del 1967; creazione di uno Stato (vero Stato) di Palestina nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania; rettifiche concordate di confine; smantellamento degli insediamenti ebraici nei Territori; soluzione equa per i profughi; Gerusalemme città condivisa, capitale d'Israele e della Palestina.

In tale prospettiva, ciò che in termini assoluti, espliciti e coerenti devono fare i palestinesi - tutti, compresa quella parte minoritaria, legata ad Hamas ed alla Jihad islamica, che contesta in linea di principio l'esistenza d'Israele, e lotta per cancellarlo dalla carta geografica - è naturalmente quello di liberarsi dall'idea che sia possibile un futuro di pace annullando Israele. Perciò Abu Mazen dovrà essere fermissimo nella proposta politica, e nell'azione pratica, al fine di sradicare la rete delle organizzazioni kamikaze. È su questo tema che si misurerà la credibilità e l'autorevolezza politica del premier e dell'intera leadership che lo sostiene.

Il "sacrificio" che deve fare Sharon è molteplice. Egli dovrà chiudere con la politica delle "uccisioni mirate" (con il pretesto di colpire terroristi si uccidono molto civili innocenti); accettare di "condividere" Gerusalemme; rimangiarsi la promessa fatta ai coloni, in vista delle elezioni politiche del gennaio scorso, che mai avrebbe smantellato un insediamento e, anzi, li avrebbe accresciuti. Che, se il premier ha in mente una futura Palestina formata da alcune enclaves palestinesi, e senza continuità territoriale, il suo sarebbe un trucco che non solo l'"odiato" Arafat, ma anche il "moderato" Abu Mazen respingeranno. Ma dietro a Sharon vi è George W. Bush, la cui map - pare - darebbe ai palestinesi solo due terzi della Striscia e metà della Cisgiordania, il resto essendo annesso ad Israele. Ma ciò sarebbe per l'Olp un affronto intollerabile.

La fine di Saddam Hussein, con i "nostri" che controllano Baghdad, e minaccia da vicino la Siria, offre ad Israele una situazione geopolitica favorevole inedita. Gli attentati terroristici non devono essere una scusa per non trattare una pace giusta ma, al contrario, un motivo in più per affrettarsi a concluderla. Prima che il caos travolga la "Terra santa".

David Gabrielli