Islam, il caso francese

In Francia, il 13 aprile, nato un organismo di rappresentanza dei musulmani d'Oltralpe. Un evento che nasce dall'esigenza di affrontare la nuova natura di una società multiculturale. Non privo di errori, si tratta di un primo passo nella giusta direzione. Che può fornire spunti anche alla situazione italiana.

Il 13 aprile i musulmani di Francia hanno eletto il Cfcm (Conseil français du culte musulman), in rappresentanza degli oltre 900 luoghi di culto esistenti nel paese. Un mese dopo, il 3 di maggio, la nuova istanza dei rappresentanti musulmani si è riunita in assemblea, nominando, senza sorpresa per nessuno, il suo presidente: il rettore della moschea di Parigi, Dalil Boubakeur. E subito dopo si è incontrata con il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, e il primo ministro, Jean-Pierre Raffarin, che si è affrettato ad attribuire al nuovo organismo un ruolo moderatore presso i giovani.

Tra una riunione e l'altra, il ministro Sarkozy si è presentato, per la prima volta, al congresso dell'Uoif (Union des organisations islamiques de France): legittimando, da un lato, con la sua stessa presenza, questa organizzazione, rappresentativa ma non amata, in quanto considerata troppo vicina al movimento islamico radicale Fratelli musulmani; e dall'altro, con laico paternalismo, riaprendo tra i fischi della platea la polemica da non molto sopita sul cosiddetto velo islamico.

Ma qual è la posta in gioco?

Il Cfcm costituisce la conclusione - provvisoria - del lungo cammino di cittadinizzazione dei musulmani di Francia, il paese che di persone provenienti da paesi musulmani conta, in Europa, il maggior numero, con circa il 7% della popolazione.

Un atto dovuto, quello della creazione di una struttura di rappresentanza, che consenta di discutere e mediare le istanze della comunità musulmana francese. Ma anche un percorso a ostacoli e in salita. è una svolta dolorosa per la stessa idea francese di laicità: che, per i puristi di questa idea (che mi è capitato di definire come una versione francese di religione di Stato), significa separazione assoluta tra Stato e comunità religiose.

Quale il problema, o meglio il fatto sotteso a questo processo? Uno semplice ma decisivo: la trasformazione dei paesi europei in società sempre più plurali dal punto di vista etnico e religioso, e il necessario processo di inclusione di minoranze altre, non riconducibili a forme e formule istituzionalmente conosciute (il modello-chiesa, per esempio).

Quale la soluzione? Una inevitabilmente complessa, intrapresa anche da altri paesi (in Belgio con la prima elezione in Europa di una rappresentanza islamica ufficialmente riconosciuta, in Spagna con la firma di un'intesa già dal 1992, in Germania con accordi siglati a livello locale o regionale su numerose materie, dall'insegnamento alla macellazione rituale): la sperimentazione e l'invenzione di forme di rappresentanza nuove, per una religione che non era, per così dire, contemplata dalle Carte costituzionali e dalla storia di questi paesi.

Parlo di sperimentazione perché il terreno è nuovo, sdrucciolevole, fin troppo legato a fattori internazionali e a sensibilità nervose su entrambi i lati. E necessariamente implica il passaggio per fasi diverse, procedendo per tentativi ed errori.

Il tentativo è giusto, il fine sensato è condivisibile. Gli errori, inevitabilmente, sono stati molti. Da parte musulmana non sono mancate incomprensioni rispetto all'utilità stessa del processo. Sono emerse tentazioni comunitariste, nel senso di cercare di forzare la mano e le maglie della legge al fine di vedere riconosciute specificità che l'idea stessa di un diritto uguale per tutti non consente di inserire nel corpus legislativo, ma semmai solo di vedere riconosciute e tutelate, fino a che rimangono nel rispetto delle leggi vigenti. Si sono viste tentazioni estremistiche, anche: un infantile desiderio di ottenere tutto e subito, irrispettoso dei tempi sociali e di digestione di processi culturalmente delicati e politicamente complessi. Soprattutto, è emerso in tutta evidenza il peso del notabilato islamico, di interessi personali e di strategie supportate anche dall'estero, che in Francia come in Italia spingono, più che al cambiamento, all'immobilismo, e all'inevitabile insuccesso.

Da parte dello Stato francese va menzionato il coraggioso tentativo di respingere gli estremismi separatistici della laicità, favorendo un interventismo attivo che a nostro parere è in questa fase necessario. Ma non può passare sotto silenzio l'arroganza in fondo neo-colonialista, che si manifesta nei tentativi di scegliersi gli interlocutori di imporre l'agenda delle cose da discutere.

Non è, quella francese, una lezione per nessuno: ogni paese fa caso a sé. In Francia, per esempio, il ministro Sarkozy ha insistito sull'impossibilità per le musulmane di avere le foto sulla carta d'identità con il velo (richiesta peraltro non portata avanti seriamente da nessuno), motivandola con il fatto che neanche alle suore ciò è concesso; che è invece precisamente il motivo per cui, in Italia, essendo il diritto garantito per le suore, esso è stato esteso alle musulmane. La presenza islamica in Italia è del resto più tardiva e numericamente meno rilevante. Tuttavia la mossa francese è un segno che fare qualcosa si può, e probabilmente si deve. Che è già un passo avanti rispetto al desolante immobilismo che sembra caratterizzare la situazione italiana: con, da un lato, le aperture del ministro Pisanu, ma solo per via di intervista, e dall'altro le chiusure fobiche e vagamente isteriche della Lega di Bossi. E che si ripete sul versante islamico.

Stefano Allievi