Il presidente del Consiglio Berlusconi si dichiara liberale e non perde occasione di criticare i comunisti. Ma non fa i conti con la storia. I veri liberali, di destra o di sinistra, a differenza di Berlusconi, si oppongono strenuamente a ogni confusione dei poteri politico, economico, mediatico. Semmai, è nei paesi comunisti che si seguiva il principio della unità del potere statale.
Il liberalismo è la teoria politica della limitazione dei poteri, inventata in Occidente per tutelare le libertà individuali. Ce ne sono molte varianti, di destra o di sinistra: le prime incentrate soprattutto sulle libertà economiche (una linea che va da Adam Smith a Milton Friedman), le seconde preoccupate di assicurare anche la garanzia di alcuni diritti economici che mettano l'individuo effettivamente in grado di esercitare le libertà di cui è titolare (il welfare state è stato un'invenzione di liberali di sinistra come Keynes e Beveridge); le prime si preoccupano di non mettere a repentaglio le libertà esistenti con audaci riforme sociali, le seconde di liberare gli individui dai vincoli soffocanti della tradizione. Ma, in ogni caso, se si vuol dare un senso condiviso alle parole, quella prima caratteristica di fondo non può mai mancare: i liberali - di destra o di sinistra che siano - vogliono tutti che il potere, e soprattutto il potere politico, sia controllato, limitato, imbrigliato. La limitazione del potere - come si governa - è per i liberali perfino più importante di chi governa. Non a caso il liberalismo nasce, con l'intento di affermare innanzitutto la libertà religiosa, nel corso dei rivolgimenti dell'Inghilterra del Seicento, ad opera di calvinisti grandi lettori dell'Antico Testamento e sommamente diffidenti del potere regio: anche ai loro giorni, se non adeguatamente arginato e fronteggiato, questo avrebbe sempre teso a prevaricare e avrebbe volentieri soppresso la loro libertà di coscienza e di culto.
Il fatto che oggi i governanti siano eletti dal popolo non cambia questo punto: per tutti i liberali sono sempre essenziali quei freni e contrappesi costituzionali, quelle regole, quelle garanzie, quei controlli, quella separazione fra potere politico e giudiziario, che impediscono a chi governa di appropriarsi interamente del potere. Anzi, la legittimazione democratica dei governanti ne rende perfino più insidiosa - perché più difficile da contrastare - la tentazione di prevaricare. Per questo in una società liberale non possono esistere poteri pubblici non soggetti alla legge.
Le società liberali sono per definizione poliarchiche: il potere non deve mai essere concentrato tutto nelle mani della stessa persona, o della stessa consorteria. è per questo che il comunismo, secondo i liberali, non poteva che distruggere le libertà: proprio perché comportava la concentrazione nelle stesse mani del potere politico, di quello economico e di quello mediatico. è per questo che la separazione dei poteri è la tecnica liberale nel campo del diritto costituzionale: una tecnica che si contrapponeva al principio della unità del potere statale teorizzato nei paesi comunisti.
Fin dall'Ottocento, i classici del liberalismo europeo, da Tocqueville a Mill, temevano che l'avvento della democrazia avrebbe potuto portare alla tirannide della maggioranza una tirannide, scriveva Tocqueville, diversa da quella violenta del passato, ma morbida, avvolgente, capace di imporsi assicurando ai sudditi il godimento di tanti piccoli piaceri volgari, purché rinunciassero a qualunque capacità di controllo e influenza sulla politica e lasciassero mano libera ai governanti; una tirannide che non avrebbe spezzato le volontà, ma le avrebbe infiacchite e piegate; una tirannide che si sarebbe limitata a ostacolare, comprimere, snervare, estinguere, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore i cittadini avrebbero finito per accettare un potere unico, tutelare e onnipotente, eletto però dai cittadini (Tocqueville). Ricorda qualcosa? Non si tratta solo degli alleati alieni che si è scelto: quando Berlusconi crede di potere legittimamente aspirare a detenere tutti i poteri pubblici, a sommarli al suo smisurato potere economico, a controllare tutta l'informazione televisiva e la maggior parte di quella stampata, e di potersi, al tempo stesso, autodefinire liberale, dimostra soltanto di non conoscere l'uso delle parole e i rudimenti della storia politica occidentale; il fatto che molti diano credito a tale pretesa dimostra solo il fallimento della scuola dell'obbligo, che dovrebbe fornire a tutti gli italiani questi primi rudimenti di storia ed educazione civica.
Lui certamente lo ignora, ma la sua politica costituzionale è molto più simile a quella che avevano proposto i comunisti di Togliatti nell'Assemblea costituente, quando fra il '46 e il '48 si elaborò la Costituzione dell'Italia repubblicana: tutto il potere a chi detiene la maggioranza nel Parlamento, niente organi garanti e niente Corte costituzionale (o, al massimo, giudici tutti di nomina politica). Berlusconi non è mai stato comunista, ma qualche suo notissimo ed esuberante consigliere sì. Quando Berlusconi e Ferrara fanno l'apologia della sostanza politica della democrazia, contro i formalismi e le ipocrisie di giudici e anime belle prive di realismo politico, riecheggiano, perfino nel vocabolario, le invettive dei comunisti di allora contro il carattere astratto e ingannevole della democrazia borghese, i cui freni e limiti costituzionali al potere politico sarebbero serviti, secondo loro, solo a impedire che le forze nuove che sono l'espressione del popolo manifestino la loro volontà (così il deputato comunista Laconi, nella seduta della Costituente del 5 marzo 1947, cit. in Paolo Petta, Ideologie costituzionali della sinistra italiana (1892-1974), Roma 1975, pag. 107). Più precisamente, dicevano, il principio della divisione o della separazione dei poteri è superato (...) la radice della sovranità sta esclusivamente nel popolo, da cui emana ogni potere (...) i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario non siano separati, (...) ma chiamati ad attuare la volontà popolare espressa dalla maggioranza parlamentare (così il deputato comunista La Rocca, cit. ivi, pag. 109).
Ricorda qualcosa? Vogliamo chiamarlo regime?
Felice Mill Colorni