Gli ultimi attentati di al Qaeda indicano quale sia la sua strategia a breve termine: destabilizzare i paesi arabi, primo tra tutti l'Arabia Saudita, terra santa dell'islam e cassaforte di petrodollari. Gli si oppone l'impero del Bene di George Bush. C'è una alternativa?
Gli attentati terroristici in Arabia Saudita ed in Marocco hanno chiarito quale sia la strategia di bin Laden o, quantomeno, di quell'organizzazione complessa e vitale che deve essere al Qaeda. In sintesi, è chiaro che oggi il primo obiettivo dell'organizzazione è la destabilizzazione della monarchia saudita, quindi la conquista del potere politico ed economico nelle terre simbolo dell'islam ed infine l'inizio del "jiahd" globale contro le forze malvagie del sistema internazionale: gli Stati Uniti ed Israele, i loro alleati, i regimi arabi che con quei paesi mantengono rapporti politici ed economici. Gli attentati di maggio in Marocco, in Arabia Saudita e in Turchia si inseriscono bene in questa strategia che ha una sua perversa sostenibilità. Da sempre la monarchia di Riad è attraversata da spinte diverse e contraddittorie: da una parte le tendenze verso l'occidentalizzazione, conseguenza implicita di una politica petrolifera fondata sulle partnership con i paesi occidentali; dall'altra una prevalente vocazione conservatrice, dettata dal ruolo spirituale e religioso di una monarchia che, controllando i luoghi sacri di Mecca e Medina, si è legittimata come custode dell'ortodossia islamica più rigida. Per i terroristi di al Qaeda impossessarsi di quei luoghi significa rimpinguare di petrodollari le proprie impoverite casseforti, ma anche porsi a capo della riscossa islamista, di un "jihad globalizzato" che, a cerchi concentrici, si allargherebbe all'intero mondo arabo, quindi all'area mediterranea e così via. È il progetto di un "califfato" del terzo millennio, costruito con il terrore ma alimentato dai fattori di crisi che già si percepiscono nei paesi arabi così detti moderati: fortissimi divari sociali tra le élites al potere e la popolazione più povera; mancanza di democrazia o, comunque, repressione delle spinte dal basso che sembrano minacciare l'establishment; un rapporto sempre più difficile con i protettorati occidentali.
Il "califfato" nel nome dell'islam si propone allora come soluzione a questi fattori di crisi, come modello alternativo a quello interpretato dai vari Mubarak, Abdullah, Mohammed VI e dagli altri re o raìs dei paesi arabi moderati.
Il "califfato" di al Qaeda sarebbe quindi un tragico regno del terrore fondamentalista, la consacrazione di una guerra santa della umma islamica contro l'intero mondo occidentale, i suoi valori e le sue tradizioni religiose. Uno scenario tra i più foschi.
Il problema è capire quale sia la strategia più efficace a bloccarlo. Dopo l'11 settembre, la cacciata del regime dei taleban in Afghanistan e la guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein, la proposta avanzata dall'Amministrazione Bush è quella dell'Impero. Un Impero contro il Califfato. Un Impero del Bene contro il Regime del Male.
Come quelli che lo hanno preceduto, anche questo si costituirebbe attorno alla figura mistica dell'imperatore, interprete assoluto dei valori della democrazia e della libertà. È ben poco quello che si può opporre alle sue visioni ed ai suoi progetti: egli ha dalla sua la spada, gli eserciti, la consacrazione e la vocazione divina. In tutti questi mesi Bush ci ha abituato a un linguaggio forte, carico di evocazioni e rimandi biblici, denso di toni apocalittici.
Questa è la forma dell'idea imperiale che lo anima; poi c'è la sostanza, assai più laica, in cui il potere degli Stati Uniti si concepisce come assoluto, esterno ai processi diplomatici e decisionali della comunità internazionale.
Il califfato globale ci terrorizza ma l'impero autocratico non ci rassicura. Non li mettiamo sullo stesso piano perché sappiamo bene che in Occidente persino all'interno del sistema imperiale si danno forme di opposizione e di controllo altrove assai più improbabili. La tradizione politica degli Stati Uniti e dell'Occidente custodisce valori di libertà e rispetto dei diritti umani che la logica dell'impero sopisce e soffoca; ma in quella del califfato la traccia è assai più labile.
Il problema è che per dire no al califfato globale di al Qaeda non dobbiamo sentirci costretti a dire sì all'"imperialismo del bene" degli Stati Uniti. Questa è la grande sfida posta alla politica dell'Occidente: liberarsi di un dèmone fondamentalista senza negare se stesso, la sua complessità, la sua capacità di costruire grandi alleanze attorno ai valori di libertà. Il mondo è più complicato del risiko a due colori teorizzato da George Bush. E proprio per il bene di quei valori che egli dice di voler riaffermare libertà, democrazia, diritti umani occorre smantellare la costruzione imperiale che si va consolidando. Non serve un impero né un imperatore del Bene: serve una comunità internazionale che sappia governare se stessa, darsi strumenti di decisione e di azione; che sappia dimostrare coerentemente e concretamente la forza della democrazia. Ai paesi arabi attraversati da una così grave crisi in cui la forza dei fondamentalismi si intreccia alla mancanza di democrazia, alla crisi economica ed a terribili sperequazioni interne, non servono minacce: occorrono progetti. Ne era ben consapevole il presidente americano Roosevelt che nel 1941, proprio mentre il suo paese era in guerra contro la dittatura nazifascista, pronunciò il famoso discorso delle "quattro libertà": la libertà di espressione; la libertà di culto; la libertà economica perché "ogni nazione possa garantire ai suoi cittadini una vita soddisfacente e pacifica"; la libertà dalla paura e cioè "la riduzione degli armamenti sino a un punto tale che nessuna nazione sia nella condizione di commettere un'aggressione fisica contro un suo vicino".
Ecco la strategia democratica contro il fondamentalismo: scuole, università, scambi culturali, programmi di sviluppo, disarmo. Non serve l'impero. Servono più forti e autorevoli le Nazioni Unite.
Paolo Naso