L'autore, tra i partecipanti al convegno di Brescia, bolla come superate le discussioni sulla presunta fine della religione e sul trionfo della secolarizzazione.
"Dio è morto, Marx è morto, e neanch'io mi sento troppo bene
"
La battuta di Woody Allen può farci sorridere ancor oggi, ma - almeno per quanto riguarda il primo dei tre illustri pazienti citati - le cose sembrano andare ben diversamente! Sembra distante anni luce, infatti, la stagione dei "teologi della morte di Dio" e dei predicatori dell'"eclissi del sacro nella società industriale", e appaiono fuori moda le discussioni infinite sulla presunta fine della religione a causa della secolarizzazione e della modernizzazione imperanti in un mondo sempre più dominato dalle scienze e dalle tecnologie. Le religioni hanno brillantemente recuperato le prime pagine dei media, fanno audience e riempiono le piazze: non solo, si badi, quelle affascinate dal carisma di Giovanni Paolo II, ma anche quelle del risveglio islamico, del nazionalismo induista, del fondamentalismo ebraico degli "haredim", delle parate protestanti nell'Irlanda del Nord, e così via.
C'è chi ha parlato addirittura, in tale direzione, di una vera e propria "rivincita di Dio", e chi paventa, soprattutto dopo l'11 settembre 2001, una sorta di "scontro di civiltà" religiose che somiglia paurosamente alle antiche "guerre di religione".
In ogni caso, quello che ne risulta è un quadro variopinto, decisamente insolito per un paese, come il nostro, abituato pressoché da sempre ad autocomprendersi alla luce di una consolidata e indiscussa identità cattolica: che sta constatando la novità di una multireligiosità in atto sotto il cielo d'Italia, con l'islam ormai saldamente seconda religione per numero di aderenti oltre che per visibilità sociale, il protagonismo crescente di presenze antiche e minoritarie solo sull'arido piano delle cifre (ebrei, valdesi, ortodossi), l'aumento significativo del fascino di culti di derivazione orientale e di dottrine cristianeggianti particolarmente ramificate (si pensi, in primo luogo, ai testimoni di Geova e ai mormoni, per citare solo le due più note).
Ed è sempre più evidente, in parallelo, che per capire la realtà nella quale siamo immersi non possiamo fare a meno di conoscere l'alfabeto delle religioni, mentre le inchieste specializzate confermano invece, purtroppo, il generale stato di ignoranza in tale campo dei nostri connazionali. Con gravi riflessi sulla percezione della realtà: per interpretare Dante con la sua "Commedia", la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto, ma anche una grande porzione della storia della musica e della filosofia, infatti, è indispensabile sapersi muovere nel "Grande codice" della Bibbia; e per comprendere tanta parte della situazione geopolitica attuale, appare necessario essere consapevoli della storia e delle dinamiche interne delle compagini religiose.
Per vivere appieno il nostro presente e il nostro futuro segnati dai processi dell'integrazione europea e della globalizzazione planetaria, in altri termini, siamo chiamati da un lato a conoscere più e meglio non solo lo stesso cristianesimo, ma anche le religioni "altre", cercando di evitare i ricorrenti pregiudizi e i facilistici pressapochismi; e dall'altro, a educarci pazientemente al dialogo e al confronto interculturali e interreligiosi.
Non sarà agevole, certo, questo cammino: occorrerà innanzitutto un cambiamento di mentalità, una disponibilità all'ascolto delle ragioni degli altri, una conoscenza diretta a partire non solo da una documentazione maggiore ma anche dall'incontro nella quotidianità, nello scambio interpersonale, nel vicendevole racconto delle rispettive esperienze di fede. Occorrerà tempo, coraggio, e l'impegno di tutti gli attori della "nuova" scuola a mettersi in gioco, oltrepassando il tradizionale doppio pregiudizio (laicista e clericale): la posta in gioco è del resto assai alta, un posto da protagonisti nella società futura, inevitabilmente contrassegnata dalla multireligiosità e dalla multiculturalità, in un paese capace di vivere positivamente quella che il vescovo "don" Tonino Bello amava definire la "convivialità delle differenze".
Brunetto Salvarani