Mafia e antimafia nell'era Berlusconi

A dieci anni dagli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questo periodo la mafia ha cambiato strategia: dopo gli anni delle stragi, e della conseguente legislazione emergenziale, è passata a un atteggiamento di basso profilo. Una "convivenza" che parte del mondo politico dimostra di accettare, anche con segnali chiari di spregio della legalità.

Ormai il ricordo delle stragi del '92 e del '93 si è affievolito e la mafia non fa più notizia. Si è parlato e si continua a parlare di mafia invisibile, sommersa o inabissata, ma per molti questi aggettivi sono sinonimi di inesistente. Se, come pensano in tanti, la mafia esiste solo quando spara ed è un fenomeno di cui preoccuparsi solo quando uccide personaggi noti o notissimi, una mafia che non spara più e non produce "cadaveri eccellenti", ammesso che ci sia ancora, comunque non merita attenzione.

Lo stereotipo della mafia come emergenza, misurata con il numero dei morti ammazzati, continua a imperare nel nostro paese. Era forte già prima e nel nome dell'emergenza è stata elaborata tutta la legislazione antimafia, dalla legge del 1982, con cui per la prima volta - con più di un secolo di ritardo - veniva definita l'associazione di tipo mafioso, una settimana dopo l'assassinio di Dalla Chiesa, alle leggi e ai provvedimenti sfornati dopo le stragi del '92 e del '93, in cui sono caduti Falcone e Borsellino. Una volta che i mafiosi hanno rinfoderato le armi, già con il centrosinistra era cominciato lo smantellamento della legislazione emergenziale. Qualche esempio: la legge costituzionale sul "giusto processo" (art. 111 della Costituzione) ha aperto le porte alla possibilità di rivedere anche processi con sentenze definitive e la nuova regolazione del pentitismo ha reso sempre più difficili le collaborazioni.

Con il centrodestra la situazione non solo si è aggravata, ma assistiamo a un salto di qualità. I fatti parlano da soli. Si comincia con le elezioni, in cui vengono candidati ed eletti personaggi sotto processo per mafia, come Marcello Dell'Utri e Gaspare Giudice. Non poteva essere dato un segnale più chiaro. Si continua con i primi cento giorni del governo Berlusconi: la depenalizzazione del falso in bilancio, l'inutilizzabilità delle rogatorie internazionali per banali vizi formali tutelano in primo luogo interessi personali del capo del governo e dei suoi familiari. E questo non era mai avvenuto in più di mezzo secolo di Repubblica. Berlusconi è uno dei 358 super-ricchi che da soli possiedono quanto il 45 per cento della popolazione mondiale, ma come detentore di un cumulo di interessi economici, politici, mediatici, è un caso unico nel panorama dei paesi occidentali. È stato un gravissimo errore dei governi di centrosinistra non avere regolato il conflitto d'interessi e non ci si può scandalizzare se ora il magnate di Arcore lo regola a suo modo.

Non passa giorno che non ci sia un attacco alla magistratura e l'estate scorsa ha destato scandalo una dichiarazione del ministro Lunardi che diceva che bisogna "convivere con la mafia", come se fosse un fenomeno naturale. Ma gli attacchi alla magistratura e i progetti di abolirne o ridurne l'indipendenza non sono frutto di intemperanze verbali o di carenze nel galateo istituzionale di alcuni ministri, decisamente impresentabili, ma rispondono a una precisa esigenza: il governo Berlusconi ha un modello istituzionale e un modello di accumulazione e sviluppo fondati sull'abolizione o riduzione dei controlli di legalità. Anzi: richiedono una ridefinizione della legalità che è una vera e propria legalizzazione dell'illegalità. Il modello istituzionale si fonda sul rafforzamento del potere esecutivo, l'asservimento del legislativo e la dipendenza del giudiziario, smantellando lo stato di diritto; il modello di sviluppo mira all'incremento dei capitali, a prescindere dalla loro provenienza (così si spiegano le facilitazioni per il rientro dei capitali dall'estero), e al rilancio delle grandi opere pubbliche, da fare in gran fretta, saltando i controlli. Pazienza se su molte di esse metteranno le mani i mafiosi. Siamo ben oltre la convivenza con la mafia.

Il centrodestra coagula un blocco sociale e propone un modello antropologico fondati sulla competitività con ogni mezzo e sul successo a ogni costo. E qui ci sono forti consonanze con il modello mafioso. Anche se parecchi personaggi del governo e della maggioranza rappresentano la continuità, c'è una buona dose di discontinuità con il potere democristiano. Per avere un'idea basta guardare a come si sono comportati Andreotti e Previti. Il primo, l'uomo più discusso della prima Repubblica, pur accusato di reati gravissimi (mafia, omicidio), si è presentato regolarmente alle udienze dei processi; il secondo fa di tutto per sfuggire ai giudici, perché si ritiene un perseguitato dalle "toghe rosse", dai "comunisti". Il quadro è davvero preoccupante e per ridisegnare un'alternativa non bastano i girotondi e le manifestazioni di piazza. Anche se sono il segnale di un risveglio e di una volontà di rinnovare il quadro dirigente del centrosinistra, che non ha perso occasione per mostrare la propria incapacità e inadeguatezza.

Umberto Santino