Una trentina di vescovi (soprattutto brasiliani e latinoamericani) chiedono al papa di convocare un nuovo Concilio. L'appello - che mira al successore di Karol Wojtyla - riprende dal punto di vista del Sud del mondo un'idea lanciata nel 1999 dal card. Martini.
Non sappiamo se è destinato a divenire presto realtà. E, tuttavia, l'appello di una trentina di vescovi - tra essi un cardinale - perché il papa convochi un nuovo Concilio (vedere a pag. 7), non è un fatto di ordinaria amministrazione, ma costituisce un evento pastorale ed ecclesiale di primaria grandezza, destinato a pesare sul prossimo conclave.
È evidente, infatti, che seppure l'appello si dirige al papa regnante, esso mira al papa che verrà. Ormai al tramonto del suo pontificato, Giovanni Paolo II non può affrontare l'impresa titanica auspicata. E seppur lo volesse, gli attuali uomini-chiave del Vaticano tenterebbero di impedirglielo (il vescovo giapponese della Curia romana che ha firmato l'appello costituisce una bella e molto importante eccezione).
L'appello è dunque rivolto al per ora Innominato successore di Wojtyla, proponendogli come linea portante del suo pontificato l'avvio di un grande "processo conciliare" che - dopo anni (cinque? dieci?) di preparazione - sbocchi formalmente nella Grande Assemblea. L'idea-Concilio sarà una delle chiavi dell'ormai non lontano conclave? A seconda dell'orientamento che prevarrà, il collegio cardinalizio sceglierà come papa uno che sia favorevole, oppure contrario, alla innovativa proposta lanciata dalla "periferia" al "centro" della Chiesa romana.
Periferia? A ben vedere, il significativo gruppo di vescovi, soprattutto brasiliani, ha raccolto un sogno che ormai da anni rimbalzava qua e là non solo in movimenti cattolici di base, o nel mondo teologico, ma anche nei vertici. Come scordare infatti quanto affermò il 7 ottobre '99, durante una assemblea del Sinodo dei vescovi, l'arcivescovo di Milano? "I had a dream, ho avuto un sogno", disse il cardinal Carlo Maria Martini. Il sogno di veder ripetere all'alba del terzo millennio "una esperienza di confronto universale tra i vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle chiese europee e non solo europee". E cioè: "gli sviluppi dell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II"; "la carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati"; "la posizione della donna nella società e nella Chiesa"; "la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale"; "i rapporti con le chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica"; "il rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale".
Per affrontare questi temi, aggiunse Martini, occorrerebbe forse "uno strumento collegiale più universale e autorevole di un Sinodo, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera". In controluce, l'idea del Concilio era lanciata. L'anno dopo monsignor (poi cardinale) Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, auspicava espressamente un Vaticano III.
I temi del Concilio martiniano guardano più "dentro" la Chiesa; quelli dei brasiliani più "fuori", verso il mondo. È necessario un intreccio tra i due, tra Nord e Sud - appare del resto singolare che nemmeno una donna sia tra i firmatari del nuovo appello. Ma, ora, dipenderà dalle chiese locali se il "sogno" (che dovrà intrecciarsi con quello di un Concilio genuinamente universale, cioè non solo romano, lanciato da Konrad Raiser, segretario del Consiglio ecumenico delle chiese) sarà un ruscelletto presto arido o un Rio delle Amazzoni ecclesiale.
David Gabrielli