Ci si interroga su quale modello di società stia costruendo questa Europa plurale, nella quale convivono persone di cultura, lingua, etnia, razza o religione diverse da quelle della maggioranza. I disagi e i conflitti che oggi si manifestano, per esempio nel voto a Le Pen, necessitano di risposte chiare: non basta negarli.
C'era una volta l'immigrazione. Ed era ancora relativamente facile, allora, affrontare i problemi ad essa legati. Oggi, in Europa, il dibattito è già altro. Riguarda la pluralità culturale e religiosa, oltre che seri problemi sociali. E senza neanche più la scusa della cittadinanza: perché in molti paesi la maggior parte degli immigrati, e i loro figli e nipoti, stranieri non sono più. E comunque non è questo che fa discutere.
Paradossalmente il fatto che, spesso, si tratti di cittadini, rende il cambiamento non meno, ma più profondo. Perché mostra che è la società a cambiare, non solo alcuni suoi membri.
Cosa significa tutto ciò? Che la presenza di persone di cultura, lingua, etnia, razza o religione diverse da quelle della maggioranza (o tutte queste cose insieme) da patologia sta diventando fisiologia dei nostri vecchi stati-nazione europei. Che, per l'appunto, tali non sono più: lo stato si sta emancipando dalla nazione. Anche nelle sue strutture profonde: basta osservare le evoluzioni recenti del pensiero giuridico.
Questa è la vera sfida che ci apre l'Europa "plurale". Non si tratta più solo di volere o meno altri immigrati. Si tratta di gestire differenze interne già esistenti. Con le opportune policies a livello locale. Ma anche con una franca discussione sulle politics, ovvero sulle grandi strategie: per capire dove vogliamo andare, quale modello di società stiamo costruendo.
Le differenze, anche religiose, non le hanno inventate gli stranieri. C'erano già, in buona misura, all'interno delle nostre società. Lo sanno bene gli appartenenti alle minoranze, spesso non presi in considerazione, o marginalizzati, quando non discriminati. E altre sono il frutto di una evoluzione interna recente (basti pensare ai nuovi gruppi cristiani, al new age, al neo-buddhismo). I neo-immigrati le hanno solo rese più visibili, e aumentate di numero. Il che non è poco. Anche per le società - come per l'aria che respiriamo - vale il principio che, al di là di determinate soglie di quantità, è la qualità che cambia. Ma non vorrei dare l'idea, con questo esempio, che "l'aria sociale" si stia in qualche modo inquinando; magari si profuma, ma in ogni caso cambia, questo sì.
Il cambiamento è cruciale, strutturale; e non poteva passare inosservato. L'errore delle destre è di non capirlo, di rifiutarlo (anche se su altri piani lo producono), e di discriminarne i portatori (buoni ad altri usi, peraltro), confondendo il dito con la luna. L'errore delle sinistre, ma anche di molto mondo cristiano, è di minimizzarlo. E di non comprenderne le profonde implicazioni culturali. Di avvertirlo, certo: niente come una sensibilità religiosa aiuta a cogliere i segni di quella altrui, e le differenze rispettive. Ma di avere evitato - per desiderio di salvaguardare la pace sociale, nei casi migliori, per una sciocca politically correctness in quelli peggiori - di fare diventare questa gigantesca trasformazione un tema di discussione aperto. C'era imbarazzo; e, inutile negarlo, c'è ancora. Al punto che per nasconderlo qualcuno stigmatizza le destre, trovando in esse un colpevole (il "razzista") contro cui scagliarsi; altri ne assumono invece gli argomenti: ci siamo "noi" e ci sono "loro", e "noi" veniamo prima - punto e basta.
Il risultato è che, in mancanza di una spiegazione, si è manifestata la reazione. Normale, di fronte a una trasformazione così rapida ed evidente. E che tutto bisognerebbe fare tranne che demonizzare. Il turbamento di fronte al cambiamento del paesaggio sociale e religioso - specie se nessuno ci ha spiegato cosa succede "là fuori" - è infatti esso stesso fisiologia, non patologia. Anche se assume volti spiacevoli. Come quello di Le Pen in Francia: che tuttavia non riassume nei suoi slogan il sentire di un francese su sei che l'ha votato. O - segnale ancora più forte perché proviene dalla tollerantissima Olanda - quello dello sfortunato Pim Fortuyn (i cui argomenti, va detto, erano meno prevedibili e assai meno rozzi di quelli del candidato presidenziale francese). Domani troverà altri nomi, altre facce, altri canali per emergere. Perché deve emergere. Questa reazione è parte del problema, certo; ma anche della sua soluzione - che deve passare dentro di essa, non contro di essa. Del resto, in forme più sottili, l'inquietudine è assai più diffusa del dato elettorale che la interpreta.
Il fatto è che le differenze culturali non spariranno. Tenderanno a smussarsi, per molti versi: il contesto - e questo dobbiamo incessantemente ripeterlo ai teorici della "incompatibilità" - fa aggio sul "testo". I musulmani di seconda generazione nati in Europa, per dirne una, sono assai diversi da quelli di prima generazione, a loro volta diversi nel primo o nel ventesimo anno della loro immigrazione. Non necessariamente meno musulmani (molti sì, peraltro), ma certamente più europei. Qualcuno vive invece con lo sguardo voltato all'indietro, al paese di origine, chiuso in un'alterità senza comunicazione; e anche di questi bisogna tenere conto. Come bisogna tener conto del fatto che molti di noi, di fronte alla diversità altrui, si rimettono alla ricerca della loro, di identità, o se ne inventano una - a spese dei nuovi arrivati, magari.
Insomma, non solo la diversità culturale aumenta: anche il conflitto culturale e sociale, ad essa legata, aumenterà. Ma può trovare momenti di gestione. E di soluzione. I conflitti hanno infatti una funzione, come sappiamo bene dalla vita di coppia e familiare: far emergere le tensioni latenti (perché dirle è meglio che tacerle, alla lunga), farci capire fino a dove possiamo spingerci, imparare a tenere conto delle sensibilità dell'altro. Ed è da essi che nascono le soluzioni.
Una sana vita familiare non è quella in cui non ci sono conflitti (se così sembra, se non ce ne sono mai, si può facilmente prevedere un divorzio - o l'infelicità e il malessere di qualcuno, se non di tutti); ma quella in cui si è capaci di discuterli, di farli maturare, di guidarli verso una soluzione.
Il disagio e il conflitto che oggi si manifesta, nel voto a Le Pen e in tanti altri segni, ha bisogno appunto di questo: di non essere negato; di essere nominato per quello che è e non in altro modo (se è religioso, per dire, la razza o l'ingiustizia sociale saranno solo questioni accessorie); ma anche di essere gestito, guidato - dal ceto politico come da quello intellettuale (ed ecclesiale): che invece, finora, ha brillato per la sua inconsistenza.
La società è plurale. Ma è il momento di una discussione franca su come vogliamo che sia. Per il bene del bene comune.
Stefano Allievi