Il metropolita Chrysostomos ricorda che per gli ortodossi la giurisdizione sulla Chiesa universale rivendicata dal vescovo di Roma è totalmente "inaccettabile". L'unico "modello di unione" ipotizzabile per il futuro è quello che già vigeva nel primo millennio tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.
Il metropolita Chrysostomos di Peristeríon (zona occidentale di Atene), mi riceve domenica 6 maggio, subito dopo aver battezzato egli stesso, nella sua cattedrale, una neonata. Le sue risposte, nell'intervista, sono ben chiare; tuttavia vanno spiegati alcuni riferimenti. Nel 1979 Giovanni Paolo II e il patriarca di Costantinopoli Demetrios I decisero l'istituzione di una Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa (Ccr-Co). Questa, che ha iniziato a lavorare nell'80, ha elaborato finora cinque documenti, di cui tre - Freising, Germania, 1990; Ariccia, Roma, 1991: Balamand, Libano, 1993 - toccano espressamente l'"uniatismo". Alla riunione di Balamand erano rappresentate dieci chiese ortodosse; mancava, tra altre, quella di Grecia. Ma anche varie chiese, come quella russa, che avevano firmato in Libano il documento finale, lo hanno poi di fatto respinto. Nel luglio scorso, a Baltimora (Usa), la Ccr-Co ha ripreso il dialogo, proprio sull'"uniatismo", ma senza riuscire a trovare alcun accordo in merito (vedi Confronti, 10/2000).
Il metropolita Chrysostomos - classe 1935 - ha studiato teologia a Chalki (Istanbul), Münster e Strasburgo; è vescovo dal '76; dal '92 membro del Comitato centrale della Conferenza delle chiese europee (Kek); dal '99 membro della Commissione mista Consiglio ecumenico delle chiese (Cec)-Ortodossia che ridiscute l'organigramma del Cec che, così come è ora, le chiese ortodosse ritengono inaccettabile (vedi Confronti, 3/2001).
Direi che questa visita ha avuto come due facce: una positiva e una problematica. Delineiamo, intanto, la prima. Si è trattato di una visita storica per quanto concerne le relazioni tra la Chiesa ortodossa greca e la Chiesa cattolica romana (Ccr). Benché questa visita avesse un carattere privato, e il papa venisse ad Atene in quanto pellegrino sulle orme di san Paolo, essa, nel contempo, aveva un carattere ecclesiale ed ecumenico. Questa visita ha mostrato che noi - greco-ortodossi e cattolico-romani - possiamo fare molte cose insieme, a patto che abbiamo come scopo l'unità delle chiese, e non unità politiche o monetarie.
Parallelamente, attraverso questa visita, e attraverso le parole di Sua Santità Giovanni Paolo II e di Sua Beatitudine Christòdoulos il popolo ha preso coscienza che possiamo fare molte cose insieme per l'unità dell'Europa. Un'Europa che deve custodire tutti i valori e tutti i princìpi del vangelo e della tradizione delle due chiese che erano comuni a tutta la Cristianità prima dello scisma tra Roma e Costantinopoli del 1054. Inoltre, è diventato evidente che noi possiamo lavorare insieme contro la scristianizzazione dell'Europa, dato che i popoli del Continente corrono il pericolo di perdere la loro identità cristiana, l'identità dei loro padri. Gli europei erano prima di tutto cristiani, poi erano francesi, italiani, tedeschi.
Dobbiamo conservare l'identità culturale, ecclesiale ed etnica di ciascuna nazione e di ciascuno Stato dell'Europa ma, pur custodendola, non si perde nulla, anzi, ci si arricchisce aprendosi a questa pluralità nazionale, culturale ed ecclesiale.
Ma la visita papale ha avuto anche una "faccia" problematica.
Prima di tutto, è importante sapere se le parole che il papa ha detto ad Atene esprimono anche il pensiero della Curia romana, oppure no. Se le parole del papa non esprimono l'opinione comune della Curia e del Vaticano, quale è il valore di queste parole? Ancora - altra questione - chi attuerà le promesse fatte da Sua Santità nei suoi discorsi? Il papa è anziano, e malato. Si pone dunque il problema: chi realizzerà i suoi desideri, le sue parole e le sue visioni?
Se queste reliquie ci saranno donate, si tratterà di un gesto molto bello e fraterno. Tuttavia, a prescindere dalle reliquie, i problemi che separano la Ccr dalla Chiesa di Grecia, e dalle chiese ortodosse, rimangono intatti. Vede, io sono un pastore, e da questo punto di vista direi che il più grande problema che oggi esiste tra noi ortodossi ed i cattolici romani è quello della "unìa". Benché il papa sia stato provocato, su questo argomento, dall'arcivescovo Christòdoulos, egli non ha voluto, e non ha cercato di dire una parola su questo che costituisce il più grande ostacolo per le relazioni tra le chiese ortodosse e la Ccr.
Ma che significa "modelli"? Per noi ortodossi esiste solo un "modello" di unione: quello vigente mille anni fa, prima della separazione tra Chiesa d'Occidente e d'Oriente. Non vi sono altri modelli, per noi. Quel modello che esisteva prima del 1054 è il "prototipo" alla luce del quale dobbiamo lavorare se vogliamo arrivare un giorno all'unità delle nostre chiese.
La "unìa" è un problema pastorale, ma ha conseguenze storiche, canoniche ed ecclesiologiche. Cioè, il fenomeno della "unìa" - fenomeno del tutto anormale - è collegato con l'autorità del papa nella Chiesa. Se il papa accettasse di sciogliere la "unia", secondo gli "uniati" egli perderebbe la sua autorità mondiale.
Esattamente. Noi, come ortodossi, non possiamo accettare in alcun modo questa giurisdizione "universale". Per noi il papa è il patriarca d'Occidente, nulla di più. Egli è come il patriarca di Costantinopoli, di Antiochia, di Alessandria, di Gerusalemme. Noi ortodossi riconosciamo al papa un primato di onore, come lo riconosciamo pure al patriarca di Costantinopoli. Ma questo patriarca non ha alcuna autorità sulle chiese. Egli è solamente un "primus inter pares". Ha un primato di "diaconìa", nient'altro: nulla di più, nulla di meno. E "diaconìa" significa servire Cristo nel mondo, senza avere il privilegio di un'autorità sugli altri; significa servire il mondo senza alcuna rivendicazione. Significa servire il popolo, tutti: cioè attualizzare il vangelo nella nostra società, senza rivendicare nulla. Per questa ragione, i dogmi sul primato pontificio e sull'infallibilità papale, definiti nel 1870 dal Concilio Vaticano I, sono per noi assolutamente inaccettabili e inammissibili.
Per noi ortodossi il documento di Balamand non esiste. È un documento fatto da alcune chiese ortodosse e dalla Ccr. Ma oggi, in generale, le chiese ortodosse non accettano questo documento. Invece, come abbiamo detto a Baltimora, noi dobbiamo proseguire il dialogo secondo il documento di Freising e quello di Ariccia. Quello di Balamand, per quanto riguarda la "unìa", esprime solamente il pensiero della Chiesa cattolica romana.
Ci sarà, dopo Baltimora, una nuova riunione della Ccr-Co? Non si sa. Tutto dipende dalla posizione del Vaticano sulla "unìa". Se il Vaticano non è pronto a soddisfare le richieste degli ortodossi, non penso che ci possa essere una nuova riunione. Il dialogo, a questo momento, si trova in un'impasse.
Infatti. La Chiesa che lei cita non può accettare il programmato viaggio papale. Noi, in Grecia, avevamo un analogo problema. Infine, la nostra Chiesa ha accettato questo viaggio perché essa non voleva porsi in contrasto con il presidente Stephanopoulos. Visto che questi ha invitato il papa, e dato che la Grecia è membro dell'Unione Europea, noi non potevamo opporci: ciascuno, del resto, ha il diritto di visitare qualsiasi paese dell'Ue.
Comunque, il papa non è venuto a visitare la Grecia come capo della Chiesa cattolica romana, ma come sovrano dello Stato della Città del Vaticano. Per questa ragione non vi erano vescovi ortodossi greci all'aeroporto, all'arrivo e alla partenza del papa.
Diversi ostacoli. Ma prima di tutto occorre dire che il papa regnante è un gran politico. Egli sa far molto bene la politica, non importa dove, e non importa con chi. Grazie a questa capacità, egli ha ascoltato il discorso di Christòdoulos senza alcuna reazione e, soprattutto, senza alcuna risposta. Sua Beatitudine ha posto alcune questioni; e, malgrado il fatto che il papa fosse al corrente dei "desiderata" della Chiesa greca, non ha risposto.
Il papa ha adottato questo stesso atteggiamento - della richiesta di perdono - in diversi Paesi, secondo le diverse situazioni. In questo modo egli guadagna come impatto nell'immaginazione della gente; dal punto di vista spirituale, però, la cosa non è così semplice. Io lavoro nel movimento ecumenico, e so che spesso i documenti ecumenici tentano di combinare cose che non sono combinabili. La stessa cosa ha fatto il papa con il suo discorso a Christòdoulos. Discorso ecumenico, ma vago sulle questioni precise.
È bene chiedere perdono. Il problema è: la richiesta di perdono, fatta da Giovanni Paolo II, è la risposta della Chiesa cattolica romana, o una richiesta personale del papa? I giornali greci hanno esaltato il gesto del papa, ma senza analizzare bene che cosa esso significasse teologicamente. Del resto, se le nostre chiese sono oggi divise, è proprio a causa di una diversa interpretazione della parola del Vangelo.
Il papa ha parlato della necessità di "purificare la memoria storica". Questo è giusto. Tuttavia, dato che i fatti storici non si possono cancellare, se ci si pente bisogna in qualche modo "sostituirli", oggi, con gesti opposti alle passate violenze, e positivi. Se il papa voleva davvero fare la "purificazione della memoria" doveva parlare contro la "unìa", perché questa è stata creata dalla Ccr per fare del male agli ortodossi. Il papa ha parlato contro il proselitismo. Ma la "unìa" è appunto una specie di proselitismo.
Noi non siamo contro gli "uniati", ma vogliamo risolvere il problema della "unìa", che costituisce il più grande ostacolo per le relazioni pratiche delle nostre chiese. Nella Commissione Ccr-Co noi abbiamo proposto due soluzioni. La prima: che gli "uniati" scelgano liberamente di diventare ortodossi, o di diventare cattolici latini; la seconda, che si lascino le cose come stanno, ma che si arresti la "unìa", la si contenga, perché questo fenomeno diminuisca ed a poco a poco scompaia.
Comunque, noi non potremo mai accettare la "unìa", cioè gruppi che assumono tutto quanto pensano gli ortodossi, salvo su un punto decisivo: essi accettano anche la giurisdizione papale, e cioè un'autorità che gli ortodossi non potranno mai riconoscere.
Come vescovo ortodosso, preferivo l'apertura di spirito di Giovanni XXIII e di Paolo VI: i due papi non erano dei politici, ma dei veri padri spirituali. Se si continuasse con quello spirito a lavorare insieme, si potrebbero oggi avere molti risultati positivi nelle relazioni delle nostre chiese sul piano pratico, pastorale, e anche del dialogo teologico. Se si fossero seguiti gli esempi dei due papi, e le parole del patriarca ecumenico Athenagoras, adesso indubbiamente le relazioni tra le chiese ortodosse e la Ccr sarebbero potute essere assai differenti, più positive.
Oggi vi è invece sfiducia: la sfiducia che vi è tra politici. Vede, io, ed i greci, ci domandiamo perché un politico come il papa attuale non abbia risposto sul problema di Cipro, postogli da Christòdoulos. Eppure Giovanni Paolo II ha parlato "expressis verbis" per casi simili: nei Balcani, in America latina e in Medio Oriente. Questo silenzio del papa sul caso di Cipro è un punto interrogativo per il popolo greco. Non si può parlare dei diritti dell'uomo senza menzionare alcuni casi, soprattutto quando in proposito si è direttamente interpellati.
Naturalmente, comprendo molto bene il punto di vista del papa, perché lui è un politico: e, in quanto tale, non voleva prendere posizione, positiva o negativa, sulla questione di Cipro, per non turbare i rapporti del Vaticano con la Turchia.
(Intervista a cura di David Gabrielli)