Il liberalismo assistenziale

Il leader di Forza Italia ha mostrato un interesse sempre più marcato per la Chiesa cattolica. Pur di conquistarne i favori, ha modificato posizioni politiche e slogan propagandistici. E ha scoperto, persino, che esiste "chi è rimasto indietro".

Il termine solidarietà non fa parte originaria né organica del lessico di Berlusconi, piuttosto competizione, affermazione di sé, insomma parole di timbro individualistico. Non solo né esclusivamente, tuttavia con alta frequenza. Così come la difesa senza limiti del mercato, dell'impresa, dell'attivismo e del successo, un mix molto vecchio, da padrone delle ferriere, ad onta della modernità dei mezzi usati.

Tuttavia, in un vocabolario persino archeologicamente liberista, si sono venute inserendo da poche settimane espressioni come "occuparsi di chi è rimasto indietro", "economia sociale di mercato", espressione inventata circa 50 anni fa dal vice di Adenauer: ho persino sentito un candidato di Forza Italia attaccare la globalizzazione se è troppo liberista. Il significativo mutamento è avvenuto da quando il papa ha detto alcune cose molto forti contro la globalizzazione e che il mercato non può regolare qualsiasi rapporto umano. Non vi sono state né contestazioni, né accettazione supina e devota: ma una correzione di rotta, come se Berlusconi riconoscesse dei rapporti di forza con i quali deve mediare. Qualcosa di simile può capitargli con Formigoni e con la Regione Lombardia sul terreno dell'intervento per le fasce deboli della popolazione e per le questioni dell'accoglienza e del trattamento degli immigrati.

Lo stato sociale, l'originale ricetta europea che trasforma i bisogni in diritti (al lavoro, all'istruzione, alla salute, alla casa, a servizi sociali per le situazioni di disagio, età, handicap ecc.) come fondamento della piena cittadinanza e tende ad estenderli e a soddisfarli con risorse pubbliche (il fisco in funzione redistributiva della ricchezza sociale prodotta) non appartiene alla cultura di Berlusconi, che al massimo ammette la necessità di interventi di tipo assistenziale per lenire i casi o placare le fasce più deboli disperate e senza risorse. Per soddisfare tali esigenze può scegliere una politica assistenziale pubblica minima per fasce e categorie (non dunque diritti comuni, bensì elargizioni mirate) o largo spazio alle iniziative benefiche e caritative prevalentemente di gestione e origine religiosa.

Non credo che sceglierà tra le due ipotesi, perché i suoi alleati - benché ridotti al lumicino - hanno un certo potere contrattuale e dovrà tenere conto del populismo di An, dell'assistenzialismo cattolico di Casini e Buttiglione e anche di Formigoni. Farà leggi sulla sicurezza sociale (come negli Usa) che considerando i poveri, gli sfavoriti, le emarginate, le anziane e i portatori di handicap possibili pericoli oppure oggetti di comune compassione, diano loro qualcosa, magari attraverso il ricco tessuto della tradizionale beneficenza e assistenza cattolica: servirebbe a cementare un blocco sociale dipendente e statico (dall'assistenza non si esce, non è una politica promozionale) e ad avere buoni rapporti con la Chiesa cattolica e il Vaticano. Logicamente le due cose sembrano stare poco insieme, perché l'intervento assistenziale laico ha motivazioni diverse da quelle delle politiche sociali pubbliche: ma è probabile che un mix, che faccia carico allo stato di alcune situazioni estreme e del resto alla beneficenza di origine religiosa e all'iniziativa privata per le fasce ricche, sia la scelta del nuovo governo. Rispetto alla legge Turco saranno ritoccate le proporzioni e i finanziamenti, ma la logica non sarà poi molto differente: da tempo in Italia si viaggia via dallo stato sociale verso un sistema di sicurezza sociale: il cammino è spianato.

Lidia Menapace