Un documento sottoscritto dai partecipanti al viaggio in Israele e nei Territori palestinesi promosso da "Confronti". L'impegno a realizzare una serie di progetti di incontro e dialogo tra esponenti della società civile israeliana e palestinese. Un appello a istituzioni pubbliche, comunità religiose, associazioni, fondazioni e centri culturali: sostenete progetti di dialogo e di educazione alla pace.
Scriviamo queste note da Gerusalemme dopo una intensa settimana di visite e incontri che abbiamo avuto in Israele e nei Territori amministrati dal-l'Autorità Nazionale palestinese.
Abbiamo visitato luoghi molto diversi tra loro come ospedali e insediamenti, campi profughi e centri per la pace, scuole e kibbutz.
Abbiamo incontrato politici e intellettuali, moderati, estremisti, pacifisti, personalità religiose, rappresentanti sia israeliani che palestinesi.
Nonostante alcuni di noi siano visitatori abituali di questa terra e negli anni abbiano consolidato una serie di relazioni politiche, ecumeniche, religiose ed anche di amicizia, non pretendiamo comunque di esprimere una valutazione assoluta ed oggettiva della realtà. Tutto ci è apparso eccezionalmente complesso; gli intrecci di sofferenza e paura degli israeliani e dei palestinesi costituiscono un groviglio che è difficile dipanare. Resta sotto gli occhi di tutti il fatto che il progetto di pace nato ad Oslo nel 1993 è da tempo fallito; che la "Road map" - voluta da Stati Uniti, e poi Onu, Russia e Unione europea, ed avviata nel maggio 2003 per portare Israele ed Olp alla pace entro il 2005 - si è di fatto insabbiata; che l'occupazione militare israeliana dei Territori di Cisgiordania e Gaza determina gravissime sofferenze ai palestinesi e genera crescenti sentimenti di umiliazione, frustrazione e disperazione; che la violenza degli attentati suicidi palestinesi contro obiettivi civili israeliani, oltre ad essere moralmente inaccettabile, sottrae al popolo palestinese quel consenso dell'opinione pubblica internazionale che spesso è stato la sua maggiore forza; che molti, anche tra i moderati palestinesi che respingono il terrorismo, rivendicano tuttavia il diritto alla resistenza contro l'occupazione; che è sempre più viva e diffusa l'angoscia di tanti israeliani che, oltre all'incubo degli attentati suicidi, avvertono la persistente ostilità del mondo arabo circostante; che la situazione presente - se non altro per l'altissimo prezzo di vite umane che comporta - non è ulteriormente tollerabile né da una parte né dall'altra.
Di fronte a questa situazione che abbiamo vissuto con grande tristezza e solidarietà nei confronti di tutte le vittime, ci sembra di dover denunciare altri due dati che aggravano ulteriormente la situazione:
In questo quadro decisamente negativo abbiamo tuttavia riscontrato alcuni elementi di novità, il più importante dei quali è senza dubbio l'iniziativa di Ginevra promossa da autorevoli esponenti del mondo politico, intellettuale, militare, sia israeliano che palestinese. L'accordo non si ferma al livello dei principi ma affronta con coraggio e precisione tutte le questioni sul tappeto: i confini, la sicurezza, il destino degli insediamenti, Gerusalemme, i profughi, dando una soluzione a ciascuno di essi. L'accordo non impegna né il governo israeliano né l'Autorità nazionale palestinese, ma indica con chiarezza un metodo di lavoro efficace e realistico.
Il maggiore merito dell'iniziativa ginevrina sta nel fatto che dimostra che la pace è possibile. Come ci ha detto uno dei suo promotori, "si potranno anche criticare alcuni aspetti del documento sottoscritto, ma il solo fatto che quell'accordo sia stato raggiunto dimostra che non è vero che non esiste un interlocutore palestinese disposto al negoziato, al compromesso e alla pace; così come dimostra che non è vero che la società israeliana è appiattita sulle posizioni intransigenti del premier Sharon".
Un secondo elemento positivo è costituito dal fatto che, malgrado l'asprezza della situazione, continuano a resistere significative esperienze di incontro tra israeliani e palestinesi nell'ambito di associazioni culturali e educative orientate alla pace, al dialogo e alla riconciliazione. Nel corso del nostro viaggio abbiamo incontrato esponenti di:
Siamo ben consapevoli che si tratta di realtà minoritarie, ben più deboli di quanti sono invece convinti della ineluttabilità della violenza. D'altra parte tutti i sondaggi confermano che la maggioranza, sia tra gli israeliani che tra i palestinesi, è consapevole che l'unica soluzione possibile è quella dei "due stati". Già questo è un dato rilevante che dimostra come la maggioranza dei due popoli sappia che quale sia il prezzo di una pace giusta e duratura.
I gruppi israeliani e palestinesi esplicitamente orientati alla pace - gli uni e gli altri profondamente legati alla propria tradizione nazionale, culturale e religiosa - costituiscono una realtà viva ed importante; nessuna pace infatti potrà mai fiorite senza il seme piccolo e fragile che essi depongono ogni giorno nei solchi di questa terra.
Partiamo da Gerusalemme con molte preoccupazioni, qualche speranza e la determinazione a proseguire nel nostro impegno a favorire il dialogo a tutti i livelli. Per questo lanciamo un appello a istituzioni pubbliche, fondazioni, chiese ed istituzioni religiose perché promuovano e sostengano progetti orientati al dialogo ed alla pace. Alcuni di essi sono già operativi, altri sono già delineati. Per parte nostra segnaliamo quelli nei quali Confronti, grazie ad una serie di sostegni esterni, è già impegnata e che nel corso del viaggio abbiamo potuto definire nei dettagli:
Ancora una volta partiamo da Gerusalemme impressionati da una situazione difficile e dolorosa ma anche arricchiti dalla generosità di questa terra e dalla profondità dei valori religiosi e culturali dei popoli che la abitano. Anche per questo, all'alba del 2004, ci auguriamo: "Quest'anno la pace a Gerusalemme".