Gerusalemme, se verrà la pace...

Dal 7 al 14 dicembre "Confronti" ha organizzato un viaggio in Israele e Territori palestinesi per ascoltare voci dalle due parti, portare solidarietà alle vittime dell'uno e dell'altro fronte, cercare di capire la complessità della situazione e tessere rapporti con quanti, tra mille difficoltà, lavorano per la pace nella giustizia.

Bagliori di speranza e sentimenti di angoscia hanno accompagnato la nostra "delegazione" per quanto dal 7 al 14 dicembre abbiamo visto e sentito a Gerusalemme e dintorni. Data l'urgenza del momento, abbiamo organizzato il viaggio con un gruppo ristretto - giornalisti e responsabili organizzativi di Confronti, esponenti di Chiese e alcune persone impegnate in iniziative di pace - ; ci siamo mossi nella scia dei nostri "seminari di studio" là ove "la pace è più difficile", che ci porta, prima di giudicare, ad ascoltare voci dell'una e dell'altra parte di un conflitto. Ecco una scarna cronaca del viaggio.

Contrapposte voci in Israele
Lunedì 8 dicembre iniziamo il nostro viaggio recandoci nella "Città vecchia". Per chi già conosce la zona, è impressionante il silenzio che regna tra le sue viuzze, in passato straripanti; rarissimi i visitatori; molti i negozi chiusi. Vuoto di gente di ogni parte del mondo, il cuore di Gerusalemme diventa il simbolo dolente di una situazione politica, economica, spirituale allo stremo.

Altra tappa, Yad Vashem, il memoriale che ricorda e documenta la Shoà, lo sterminio scientifico e programmatico del popolo ebraico organizzato dai nazisti. Non si può capire Israele senza passare per questo luogo. Eppure - è necessario rilevarlo - la gran massa dei "pellegrini" occidentali, cristiani e non, in "Terra santa", tutti presi dalla voglia di visitare quanti più possibile "luoghi santi", non vogliono "perder tempo" con il ricordo dell'Olocausto, un "non luogo" che turba la coscienza.

Poi, alla Knesset (il parlamento israeliano). Qui incontriamo Hemi Doron, del Shinui, partito laico di centro, al governo, che alle elezioni del 28 gennaio 2003 ha ottenuto 15 seggi. "Gli accordi di Ginevra [vedi scheda a pag. 20] chiudono per molti anni ogni possibile accordo con i palestinesi. Quando, come è il caso dei "firmatari" israeliani, non si hanno responsabilità, si può certo promettere tutto. Ma - sostiene il deputato - non si può fare la pace mercanteggiando come in un suq (mercato) mediorientale. Israele è l'unico stato ebraico. Non possiamo suicidarci accettando il ritorno dei profughi palestinesi. Vi sarà pace solo quando i palestinesi accetteranno davvero l'esistenza di Israele". E ancora: "Il terrorismo islamico non ha l'obiettivo della pace nel mondo. Esso vuole far paura. Siamo di fronte ad una "multinazionale del terrorismo". Gli islamici sperano che tra cento anni il mondo intero sarà verde, cioè musulmano".

La sera ascoltiamo un'altra, e diversa, voce: "Non siamo pacifisti, accettiamo l'uso della forza per la difesa dello Stato. Ma l'occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza è terrorismo di Stato", ci dice Peretz Kidron del movimento Yesh Gvul (Ora basta!), che sostiene i refusnik, quei militari, di leva o riservisti, che si rifiutano di andare in servizio nei Territori (in Israele il servizio militare dura tre anni per i ragazzi, due per le ragazze; poi, fino a 45 anni, gli uomini - i riservisti, appunto - debbono fare ogni anno un mese di servizio). Attualmente i soldati refusnik sono oltre cinquecento. Ma in Israele hanno impressionato soprattutto i 27 piloti che hanno dichiarato il loro "no" di principio a bombardare i Territori con gli F-16, gli aerei da guerra americani in dotazione all'aviazione israeliana.

L'occupazione militare dei Territori non garantisce la sicurezza di Israele ma, al contrario, la pone in pericolo, continua Kidron: "L'occupazione è un grande crimine: è violenza che genera controviolenza altrettanto orribile. Quando i palestinesi compiono azioni suicide contro civili israeliani, questo è certamente terrorismo, e noi lo condanniamo fermamente. Diverso è il caso dei palestinesi che si lanciano contro i soldati israeliani. Se diciamo che questi palestinesi sono terroristi, allora lo sono stati anche i nostri patrioti che, sotto il Mandato britannico, hanno lottato contro gli inglesi".

Gli "obiettori", conclude Kidron, spesso sono condannati ad un paio di anni di reclusione, ma accade anche che non siano condannati, per una serie di ricorsi a loro favorevoli, ed anche perché le autorità militari tendono a non creare casi clamorosi che finirebbero per far pubblicità al movimento dei refusnik.

L'incubo di Jenin
Nella mattinata di martedì 9, percorrendo la valle del Giordano, arriviamo a ridosso di Jenin, nel nord della Cisgiordania. La sosta al check point del confine tra Israele e il Territorio dura un paio d'ore; vi è una fila di camion, immobili. I controlli dei soldati israeliani sono minuziosi; i loro eventuali "no" insindacabili. Infine, d'improvviso la situazione si sblocca, e il nostro pullman può oltrepassare il confine. Dopo trecento metri vi è un secondo posto di blocco, che non ci fa però nessuna difficoltà.

All'Ymca (associazione di giovani cristiani che si occupa di interventi umanitari specifici; e che a Jenin lavora in collaborazione con l'Unicef, l'organismo dell'Onu per l'infanzia) ci spiegano che il loro problema principale è la riabilitazione fisica e il sostegno spirituale delle giovani vittime dell'intifada, la sollevazione palestinese contro l'occupazione militare e coloniale israeliana. Quindi, all'ospedale di Jenin ci illustrano la situazione sanitaria. La città ha 50mila abitanti, la regione collegata 300mila; i posti letto nell'ospedale sono cento, mentre - per affrontare la situazione secondo i parametri dell'Oms, l'organizzazione mondiale della sanità - dovrebbero essere trecento.

Afferma un medico: "A causa dell'occupazione militare, e dei numerosi check point, per la gente della regione è assai difficile raggiungere l'ospedale. Spesso le autorità militari israeliane impongono il coprifuoco, per cui nessuno può muoversi. Ai posti di blocco anche gli infermieri possono essere fermati per ore, e quindi è difficile fare turni normali nell'ospedale. Alcuni bambini sono nati al check point; partorienti là sono morte. Abbiamo personale specializzato, ma è difficile far arrivare medicinali e attrezzi da Ramallah [città cisgiordana vicina a Gerusalemme, che di fatto è la capitale della Palestina, mentre de jure l'Olp rivendica come capitale Gerusalemme-Est]". E un altro dottore precisa: "Qui abbiamo venti parti al giorno, ma solo 17 letti per le partorienti. Perciò, dopo appena due ore dal parto, siamo costretti a rimandare a casa le puerpere, per far posto ad altre donne".

"L'occupazione e la chiusura dei Territori ci distrugge. Prima 18.000 palestinesi da Jenin andavano a lavorare in Israele, oggi non possono uscire. Dunque, abbiamo altri 18.000 problemi". A parlare è Waleed A. Mwais, sindaco di Jenin, che ci riceve ufficialmente. "Dopo gli accordi Israele-Olp di Oslo [1993] qui vi era un clima di speranza. Migliaia di israeliani di sabato venivano nella nostra città e regione a far la spesa, o magari per andare dal dentista, che da noi è molto più economico che in Israele. Ma da tre anni siamo come in prigione. Qui nessuno entra e nessuno esce". E ancora: "Siamo contro l'uccisione di innocenti; però nessuno accetta il sopruso o che la sua terra sia occupata. Vogliamo solo vivere dignitosamente nella nostra terra. Chiediamo troppo? A causa dei check point - è solo un esempio - per andare in macchina a Ramallah, distante cento chilometri, impiego 17 ore. È vita, questa? La fence, il muro che il governo di Ariel Sharon sta costruendo tra Israele e la Cisgiordania, è il simbolo dell'apartheid. Con esso gli israeliani ci rubano migliaia di terreni. Sharon vuole spingere i palestinesi ad azioni violente".

Sul Patto del primo dicembre, Mwais dice: "Approvo gli accordi di Ginevra. Essi sono osteggiati da alcuni palestinesi, ma appoggiati da altri. Ciò è normale, in democrazia… Negli anni passati abbiamo avuto rapporti con Comuni israeliani, qui sono venuti sindaci israeliani, e io sono andato in Israele. Il problema non sono i cittadini, ma chi sta al governo".

Da Jenin andiamo nell'adiacente campo-profughi, teatro di drammatiche vicende. Sostenendo che proprio da esso uscivano diversi degli attentatori suicidi che avevano compiuto stragi contro civili in Israele, nell'aprile 2002 Sharon aveva fatto attaccare il campo: i soldati israeliani avevano però trovato un'inattesa resistenza, e 23 di loro rimasero uccisi. I rinforzi e gli attacchi aerei con bombardamenti e missili hanno infine avuto ragione dei resistenti, dopo undici giorni di assedio. Nell'insieme, ci dicono fonti di Jenin, 62 palestinesi - 25 combattenti e gli altri civili - furono uccisi; secondo fonti israeliane le vittime furono circa 50.

Visitiamo il campo, seguiti da frotte di bambini dagli occhi curiosi. Al suo centro vi è una spettrale, vasta radura, in terra battuta, dalla quale qua e là ancora spunta un pezzo di muro. "Questo è il nostro Ground zero", ci spiega un abitante del campo, paragonando la sua situazione al crollo delle torri gemelle di New York nel quale però l'11 settembre 2001 perirono quasi tre mila persone. E aggiunge: "Prima con i carri armati, poi con grandi macchine da scavo, gli israeliani hanno abbattuto le case, e poi livellato e sepolto le rovine. In tutto, qui e in altre zone del campo, hanno distrutto quattrocento case".

Con riferimento a chi in Occidente viene chiamato, con parola giapponese che aveva però un contesto del tutto diverso, kamikaze, mentre gli israeliani lo chiamano "bomba suicida", e i palestinesi shahid (martire), chi ci accompagna ci spiega così questo problema cruciale: "Per 50 anni abbiamo atteso giustizia dal mondo. Invano. Personalmente, non approvo il "suicide-bomber" contro i civili. Ma l'occupazione militare israeliana non è terrorismo? Se noi uccidiamo un bambino israeliano ci qualificano come terroristi. E quando gli israeliani uccidono un bambino palestinese, che cosa è? E quando distruggono le nostre terre, case, scuole non è terrorismo? Noi abbiamo il diritto di difendere la nostra terra e la nostra identità. E non possiamo accettare che ci venga dettato il modo della nostra lotta".

Tornati a Gerusalemme, la sera incontriamo Yael Artzi, esponente di Parent's circle, organizzazione israeliana - con una corrispettiva "sorella" palestinese nei Territori - che raccoglie alcuni genitori che hanno perso un figlio o un familiare: gli ebrei israeliani a causa dei "suicide-bombers", i palestinesi a causa degli attacchi israeliani. Ma, e questa è la sua originalità, il "Gruppo dei genitori" non si riunisce per gridare vendetta ma, al contrario, per chiedere pace e riconciliazione, e spezzare il cerchio infernale delle violenze e controviolenze.

Nell'insieme, sono 100/150 gli aderenti al "Gruppo dei genitori", mentre ben più largo è, al dicembre 2003, il numero delle vittime della seconda intifada (avviata il 28 settembre 2000: per responsabilità dei palestinesi, secondo Sharon; per la sua, secondo l'Olp): infatti, gli attentati palestinesi hanno provocato circa 900 morti e 5000 feriti tra gli israeliani; e gli attacchi israeliani hanno provocato 2700 morti e 47mila feriti tra i palestinesi (le cifre vengono da fonti delle due parti).

"Due popoli, due stati, con Israele che si ritira entro i confini del 1967 [prima della Guerra dei sei giorni]: questa è la formula della pace", ci dice la signora Artzi. Ma per quanto riguarda le responsabilità della situazione attuale, la nostra interlocutrice le attribuisce in gran parte a Yasser Arafat, sostenendo che il presidente dell'Olp ha lasciato nella miseria il popolo palestinese, usando in modo improprio l'ingente sostegno economico ricevuto dalla comunità internazionale, e aiutando a sua discrezione alcuni gruppi palestinesi, anche terroristici.

Betlemme, un triste Natale
Mercoledì 10, a Beit Sahur, a pochi passi dal luogo ove, secondo la tradizione, gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Gesù, vediamo da vicinissimo la fence, la barriera che Sharon sta facendo costruire per difendere Israele - questo lo scopo dichiarato - dagli attacchi dei "suicide-bomber" palestinesi. Il "muro" (in alcune parti è proprio così, un muro alto fino a dieci metri: da qui il nome, in Italia) al momento è lungo circa 150 chilometri; dovrebbe arrivare a 350 e, forse, a oltre 600. Il suo percorso non segue però la "linea verde", cioè la linea dell'armistizio tra Israele e Cisgiordania fissata nel 1949, al termine della prima guerra arabo-israeliana. Esso quasi in ogni tratto penetra - fino ad una ventina di chilometri - in territorio palestinese, incorporandolo così ad Israele. Questa "rapina", sottolineano i palestinesi, colloca "al di qua" del "muro" non solo grossi insediamenti israeliani costruiti appena dentro i confini cisgiordani, ma anche villaggi palestinesi che adesso hanno i loro uliveti "al di là" di esso. A "muro" ultimato il 40-45% della Cisgiordania sarà annessa a Israele. Terreni confiscati a parte, il "muro" comporta la distruzione di migliaia di alberi di ulivo: "Ma gli ulivi - ci dice un palestinese - sono la nostra identità, eredità e storia. Basta un minuto per tagliare un albero di ulivo, ma ci vogliono dieci anni perché cresca".

All'"International center" di Betlemme, guidato dal pastore Mitri Raheb della Chiesa luterana, e rifatto nuovo grazie all'aiuto del governo finlandese (l'edificio era stato molto danneggiato dai soldati israeliani nella primavera del 2002), è un piacere vedere che sono riprese le attività - scuola di lingue, teatro, tecnica del mosaico, ceramica.

In altri anni, in prossimità del Natale, Betlemme era tutto un fulgore di luci e festoni; frotte di pellegrini ovunque. Quest'anno la basilica della Natività è vuota di gente; la piazza antistante pure.

Per richiamare l'attenzione del mondo sul dramma dell'intera Palestina il municipio - ci dicono - ha deciso di non festeggiare come sempre il ricordo della nascita di Gesù, un concittadino di cui i betlemiti sono orgogliosissimi.

Presso Betlemme incontriamo anche l'Inad theatre, un gruppo palestinese che, malgrado l'asprezza della situazione, ritiene che il teatro aiuti tutti, e specialmente i giovani, a tenere viva la tensione spirituale ed a rasserenare gli animi.

La sera, a Gerusalemme, Zvi Tal, consigliere presso il dipartimento per gli affari religiosi del Ministero degli esteri israeliano, ci parla di come il mondo politico israeliano ha valutato gli accordi di Ginevra e delle posizioni dei coloni rispetto ad una eventuale decisione di sgombero di insediamenti. Il diplomatico sottolinea poi l'estrema preoccupazione che suscita un orientamento crescente in Europa, quello della "delegittimazione" dello Stato d'Israele.

Tra insediamenti, "ginevrini" e kibbutz
Ofra è un insediamento della Cisgiordania (Giudea e Samaria, nella denominazione ebraica), non lontano da Ramallah. Qui giovedì 11 incontriamo David Cassuto, fiorentino di origine, già vicesindaco di Gerusalemme, e che è spesso ad Ofra perché vi abita una sua nipote. Parlando del conflitto israelo-palestinese, Cassuto afferma: "Anni fa ero più pessimista. Ora sono più ottimista, perché i palestinesi hanno capito di non aver vinto. E Arafat ha capito di aver sbagliato a scatenare l'intifada. Del resto, solo con le trattative si possono risolvere i problemi, ma ogni attentato dei palestinesi contro di noi le rinvia di cinque mesi". Cassuto approva la costruzione del "muro" ("serve a difenderci dai terroristi, e dunque ad evitare morti. Salvare vite umane è la cosa più importante") e ricorda poi quanto ha appena affermato Ehud Olmert, già "suo" sindaco a Gerusalemme: "Se i palestinesi rinunciassero a farsi un loro Stato, e chiedessero semplicemente di far parte di Israele, per il nostro paese sarebbe finita".

Oggi Israele ha 6,5 milioni di abitanti, in gran maggioranza ebrei ma con una significativa minoranza di oltre un milione di arabi. I palestinesi di Gerusalemme-est, Cisgiordania e Gaza sono circa 3,2 milioni; dunque se essi diventassero "israeliani" lo Stato ebraico, come tale, sarebbe irreparabilmente compromesso.

La sera incontriamo Menachem Klein, docente di Scienze politiche all'università Bar Ilan (Tel Aviv), uno degli ispiratori degli accordi di Ginevra. "La loro peculiarità - spiega - è che non si fermano ai princìpi, come si fece ad Oslo, e come fa la Road map [il piano, proposto da Stati Uniti, Onu, Russia, Unione europea, che dal 2003 al 2005 dovrebbe portare Israele ed Olp alla pace]. A Ginevra si è scesi nei dettagli. Sono stati esaminati tutti gli aspetti (confini definitivi, profughi, insediamenti, Gerusalemme) e per ogni tema si è individuata una soluzione precisa. Mancano solo alcuni annessi, che riguardano ad esempio il problema dell'acqua, ma li presenteremo al più presto. Altra peculiarità del patto ginevrino è che esso è stato firmato. Ciascuno si è così assunto le sue responsabilità".

In effetti, il primo dicembre l'accordo a Ginevra è stato firmato dai "capi" delle rispettive "delegazioni", l'israeliana guidata da Yossi Beilin e la palestinese da Yasser Abed Rabbo ("architetti" degli accordi di Oslo), e da diverse personalità delle due parti. Alla cerimonia hanno assistito uomini politici di tutto il mondo, come l'ex presidente statunitense Jimmy Carter; ha dato il suo pieno appoggio l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela. Anche il segretario di stato americano, Colin Powell, ha avuto un atteggiamento di cauta apertura verso gli accordi.

Quello di Ginevra è un accordo solo virtuale, privato, perché le "delegazioni" non rappresentavano ufficialmente i rispettivi governi; anzi Sharon aveva liquidato l'iniziativa, mentre Arafat infine l'ha approvata, non essendo pensabile che ministri palestinesi abbiano firmato contro il parere del "rais". E tuttavia, ci dice Klein, "Ginevra è una alternativa. Non ci sono più alibi. Anche il Likud [il partito di Sharon] è costretto a misurarsi con il nostro progetto. Saprà fare meglio? Benissimo, lo faccia".

Secondo Klein l'accordo di Ginevra ha raggiunto un "grande compromesso" su nodi cruciali: Israele rinuncia alla "spianata" (delle moschee di Gerusalemme/Monte del tempio) che va ai palestinesi, rimanendo ad Israele il "Muro del pianto"; i palestinesi accettano di limitare assai fortemente il "diritto al ritorno" dei profughi nello Stato d'Israele.

Ancora giovedì incontriamo l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Riah Abu-el Assal. "I confini più sicuri per Israele - dice - sono dei vicini riconciliati. Come l'albero fa i frutti, così l'occupazione militare israeliana dei Territori produce i "suicide-bombers". Dunque, per porre fine al conflitto occorre porre fine all'occupazione. E per giungere alla pace occorre attuare compiutamente le risoluzioni dell'Onu". Venerdì mattina a Ramle, presso Tel Aviv, visitiamo Open house, casa di dialogo e incontro tra ebrei israeliani e arabi; poi partiamo per i villaggi drusi del Golan (territorio siriano, conquistato da Israele nella Guerra dei sei giorni). Venerdì sera e sabato visitiamo, ai confini con il Libano, il kibbutz di Yifat nei pressi di Nazareth e sabato i kibbutz di Baram e Sasa ai confni con il Libano. Con gruppi di loro residenti abbiamo un ampio dibattito sul conflitto arabo-israeliano (si parla anche di Sharon che ha adombrato "passi unilaterali" - come lo smantellamento di "alcuni" insediamenti - per risolvere la situazione. Ma Abu Ala, il premier palestinese, si è detto contrario a ogni "unilateralità"). Una domanda, ci ripetono i nostri interlocutori: come fa un genitore a vivere quando il suo bambino va a scuola in autobus, e il padre e la madre sanno che un "suicide-bomber" potrebbe farlo saltare in aria?

Poi domenica, a Tel Aviv, incontriamo i responsabili di Halonot/Shababik (Windows, finestre), un'organizzazione che aiuta ragazzi israeliani e palestinesi a scrivere una rivista scritta in ebraico e in arabo. Ci dicono Rutie e Rebecca: "Per gli israeliani è difficile capire le sofferenze dei palestinesi; per i palestinesi le nostre. Noi cerchiamo di aiutare gli uni e gli altri a parlarsi. Perché occorre il coraggio di ascoltarsi. La pace inizia da qui".

David Gabrielli