Lo strano caso dell'on. Fini e Mr. Hyde

Da pupillo di Almirante a politico "presentabile" e moderato: l'evoluzione politica del leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini è davvero compiuta?

C'era una volta un partito neofascista, guidato con passione e determinazione da un ex giornalista che aveva diretto la rivista La difesa della razza ed aveva militato nella Repubblica sociale italiana alleata di Hitler. Era un partito che amava camicie nere, gagliardetti, commemorazioni a Predappio e maschie esibizioni di forza in occasione delle manifestazioni del movimento studentesco. Spesso ricambiate con la stessa moneta. Elettoralmente valeva un modesto ma non irrilevante 5-7% che però serviva a poco. Sul partito di Almirante pesava una pregiudiziale antifascista da cui solo occasionalmente la Dc, partito chiave del sistema politico italiano, intese derogare. Gianfranco Fini, classe 1952, si formò in questo clima culturale mostrando, sin dagli esordi, una certa abilità politica. In un partito segnato da consistenti impulsi nostalgici, a soli 25 anni venne chiamato a presiedere l'organizzazione giovanile. A gettare il mantello della nomina sulle sue spalle fu proprio il segretario Giorgio Almirante che ne intuì le doti organizzative e di leadership. Fini aveva una faccia ed una prosa rassicuranti: virtù nel momento in cui il Msi tentava di indossare, sopra la camicia nera, il famoso doppiopetto. Per molti camerati - sino agli anni Ottanta il termine era decisamente in voga - si trattò di una pura operazione cosmetica, un prezzo da pagare alle regole della democrazia senza che però vi corrispondesse una svolta sul piano dei contenuti. Il cuore, il cervello ed i muscoli del partito erano e restavano neofascisti. In questa linea nulla di strano se nel 1988 Fini consegnò una tessera onorifica del Msi-Dn a Jean Marie Le Pen (il leader del Fronte nazionale, partito di estrema destra francese) e l'anno successivo insieme a lui aderì alla coalizione di Eurodestra. Si era in campagna elettorale per le europee e l'alleanza con una formazione che non esitava a usare toni razzisti e xenofobi non provocò alcuna crisi di coscienza né al partito né ai suo dirigenti. Oggi Fini probabilmente le distruggerebbe, ma ci sono diverse foto che lo ritraggono orgoglioso su un palco accanto a Le Pen. Del resto in quegli anni Fini vedeva nell'immigrazione un pericolo per l'identità nazionale, promuoveva campagne per l'istituzione della pena di morte e giudicava il fascismo "un'esperienza che non si è ancora conclusa".

Giunsero l'89, la caduta del Muro, Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica, quella del patto antifascista. Gianfranco Fini, leader autorevole ma non incontrastato del Msi, dovette intuire che si apriva una fase nuova che avrebbe offerto grandi opportunità alla sua formazione politica. A saperle cogliere. Una prima mossa fu la candidatura, nel 1993, a sindaco di Roma contro Francesco Rutelli. L'antifascismo è ovviamente uno dei temi della campagna elettorale: l'11 dicembre del 1993 Fini fa sapere di esser andato, ma in segreto, alle Fosse Ardeatine. "Il fascismo - spiega - è irrevocabilmente consegnato alla storia". Ma a chi gli chiedeva se accettasse di dichiararsi antifascista rispondeva che non si sentiva né fascista né antifascista ma solo post-fascista. La formula lo tolse momentaneamente dall'imbarazzo ma il nodo era troppo importante per poterlo sciogliere con una battuta.

A volte la politica, e quella italiana in particolare, è davvero strana. Alla vigilia del ballottaggio un rampante imprenditore molto vicino a Bettino Craxi, dichiara con entusiasmo la sua netta preferenza per Fini, "un vero moderato". Di lì a poco, inaugurando un supermercato a Casalecchio di Reno (Bo), questo imprenditore avrebbe annunciato la sua intenzione di "scendere in politica" cosa che, con evidenza, gli è riuscita con pieno successo. Fini perse il confronto con Rutelli ma vinse la partita interna al suo partito.

Tra il 1994 ed il 1995 trasforma il Msi-Destra nazionale in Alleanza nazionale: con ogni evidenza era il tentativo di agganciare alcune quote di elettorato cattolico in fuga dai partiti "scheggia" nati dalla fine della Democrazia cristiana. Non fu un'operazione indolore dal momento che, spostandosi al centro, il partito si scopriva a destra. Nel Congresso di Fiuggi (1995) si condannava il fascismo come regime che "ha soppresso i diritti democratici". Non era una professione di antifascismo ma certo di critica, e chi era e voleva rimanere esplicitamente fascista se ne andò nel partito della Fiamma tricolore. Poco male, per Fini e la nuova leadership. Alleanza nazionale perdeva qualche gagliardetto ma guadagnava un cielo azzurro: la nascita di An è del 22 gennaio 1994; il 26 gennaio scende in campo Silvio Berlusconi; alle elezioni politiche del 27 e 28 marzo si presenta all'elettorato politico italiano il "Polo del buongoverno". Nella quota proporzionale An ottenne oltre il 13% dei voti che, rispetto al 5% faticosamente guadagnato nella precedente tornata, segnò il trionfo di una linea politica e di un leader. Sono seguiti altri successi politici ed elettorali sino al recente viaggio in Israele che gli ha assicurato autorevolezza e notorietà internazionale. Certo, qualche parola fuori strategia ogni tanto ci scappa: famosa quella definizione di Mussolini "il più grande statista del secolo" espressa sulle colonne della Stampa nel 1994. Acqua passata; errori così Fini non ne fa più e da tempo ha ammesso (sul Corriere della Sera, 23 gennaio 2002) che non ripeterebbe ciò che disse allora. Oggi i modelli sono De Gasperi, Einaudi, De Gaulle. Salvo poi allearsi indirettamente, grazie ad accordi di desistenza più o meno espliciti in alcuni collegi della Camera e in alcune amministrazioni locali, con le liste della Fiamma tricolore, neofascismo esplicito, con tanto di gagliardetti e saluti camerateschi. Grazie alla desistenza della Fiamma di Pino Rauti, sono stati eletti diversi parlamentari della Casa delle libertà. Una bella contraddizione. Da una parte Fini si accredita come leader centrista e rassicurante ma dall'altra è ancora legato a una serie di rapporti politici che lo spingono nelle file di una destra tutt'altro che moderata e democraticamente compatibile. Si pensi alle sue iniziative più recenti: la richiesta di diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari presenti in Italia da un certo numero di anni e una legge assai più severa sulle droghe. Della prima qualcuno si è decisamente stupito, salvo poi ricredersi quando Fini ha avanzato la seconda. Il presidente di An ha aperto agli immigrati dopo aver firmato una legge, insieme a Umberto Bossi, che costituisce una risposta assolutamente grossolana e meramente repressiva ad un fenomeno complesso e globale come le immigrazioni. Dopo il bastone, Fini il moderato esibisce la carota: ma solo dopo aver verificato - sondaggi alla mano - che la questione del diritto di voto amministrativo agli immigrati è matura. E lo è soprattutto in quell'elettorato cattolico che egli si è candidato a rappresentare. Nessun colpo di testa, in sostanza, ma solo una mano intelligentemente tesa a un elettorato moderato interessato a coniugare rigore nel governo dei flussi e solidarietà sociale. Quanto alla proposta di legge sulle droghe, Fini sapeva bene che a una quota consistente dello stesso elettorato sarebbe parsa cosa buona e giusta. Magari da applicare con prudenza e morbidezza, ma condivisa nell'affermazione di un principio proibizionista. Insomma un pendolo tra repressione e moderazione, tra suggestioni reazionarie e nuove attenzioni democratiche. Comunque qualcosa si muove e non c'è da stupirsi se qualcuno, nella Casa delle libertà, inizia ad agitarsi.

P. N.