La svolta di Gerusalemme

In Israele Fini non ha condannato solo l'antisemitismo ma anche il fascismo; soprattutto ha rivisto il suo giudizio su Mussolini. Una svolta reale o un'abile operazione di facciata? Un passo individuale o un processo che impegna tutto il partito? I rigurgiti neofascisti della base di An.

Ce l'ha fatta. Erano anni, almeno dal 1995, che Gianfranco Fini sognava quel viaggio a Gerusalemme che la sua appartenenza politica e il suo personale passato rendevano praticamente impossibile. D'altra parte, quel viaggio costituiva un viatico essenziale per il suo futuro politico: il timbro israeliano sul passaporto avrebbe dovuto sancire la piena legittimazione democratica e la fine delle ultime preclusioni internazionali.

A fine novembre dell'anno appena passato quel timbro è arrivato, e ha prodotto più di qualche conseguenza politica sia all'interno che all'esterno del suo partito politico.

Per quattro giorni ogni parola ed ogni gesto del leader di Alleanza nazionale sono stati vagliati da un'opinione pubblica sensibile e severa: ha davvero chiuso con il fascismo? È disponibile a ritrattare quegli avventati giudizi su Mussolini "migliore statista del secolo" che pronunciava solo pochi anni fa? È in grado di pronunciare una definitiva parola di condanna sulle responsabilità del regime nell'approvazione delle leggi razziali e quindi dello sterminio di migliaia di ebrei italiani? E quello che dirà e farà a Gerusalemme, impegna lui soltanto o tutto il suo partito?

Erano questi gli interrogativi della vigilia, intrecciati a forti preoccupazioni sulla strumentalità di questo viaggio, a Roma come a Gerusalemme. "Il governo di Ariel Sharon - affermava ad esempio Iossi Beilin, del partito "pacifista" di sinistra Meretz - che sbandiera tanto il proprio nazionalismo estende un invito ufficiale in Israele a un ammiratore di Mussolini il quale cerca di purificarsi nello stato ebraico, e questo mentre altri paesi al mondo gli hanno chiuso la porta in faccia". Pronta la replica della destra: "An esprime il fascismo in tutto il suo orrore - ha affermato Reuven Rivlin, membro del Likud e portavoce del parlamento israeliano - ma quando Fini dice di provare vergogna verso il passato del proprio partito e si distacca dalla sua ideologia, queste parole assumono un significato maggiore di quelle di un antifascista". In effetti Fini ha ricevuto un'accoglienza davvero speciale: come ha spiegato il quotidiano Haaretz, citando fonti governative, si è meritato l'accoglienza del governo Sharon grazie alle sue "posizioni proisraeliane" e alla sua "ferma condanna dell'antisemitismo"; grazie al fatto che "gli Usa e altri paesi lo hanno riconosciuto"; grazie alla posizione della comunità ebraica in Italia "che ha gradualmente superato la diffidenza e l'ostilità nei suoi confronti". Una mezza verità, quest'ultima considerazione. Su questo tema prima, durante e dopo la visita gli ebrei italiani e quelli di origine italiana hanno espresso giudizi sensibilmente differenziati.

"Dovevamo esserci"
Come noto, Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha deciso di accompagnare Fini nella sua visita a Yad Vashem, la tappa più simbolica e più difficile del viaggio. Una decisione controversa. Alla vigilia del viaggio sul Manifesto e Liberazione era apparso un appello dai toni molto fermi nel quale un gruppo di ebrei italiani prendeva le distanze dall'iniziativa dell'Ucei e del suo presidente "di accompagnare Gianfranco Fini in visita in Israele in un momento in cui il suo governo, guidato da Ariel Sharon, con la sua folle politica basata sulla forza militare, ha portato distruzione, miseria e morte tra i palestinesi, e crisi economica tra gli israeliani, e ha generato nel mondo odio e diffidenza per Israele".

"Era importante che ci fossi - ha replicato a visita conclusa Luzzatto, che aveva preventivamente affidato a Fini un documento, quasi un preliminare compito di studio per il vicepremier (vedi scheda alla pagina seguente). - Tra poco non ci saremo più, non ci saranno più testimoni". Ma resta il fatto che questo "accompagnamento" ha segnato una svolta nella linea della Comunità ebraica italiana, sino a poco tempo fa abbastanza compatta nel giudizio sull'inopportunità della visita di Fini. Quando c'è stata la svolta? "Per me oltre un anno fa - risponde Luzzatto - quando alla vigilia della Festa della Liberazione Fini disse che la destra italiana si riconosceva nei valori del 25 aprile. Allora provai interesse per le sue parole, oggi parlo di apprezzamento. Insomma c'è stato un passo in avanti, Fini continua in una certa direzione e non ha timore di parlare di pagine vergognose nel nostro passato, di complicità, di responsabilità per chi poteva fare e non lo fece".

Inoltre, benché Luzzatto non possa dirlo esplicitamente, la visita si sarebbe comunque fatta e sarebbe stato molto difficile per gli ebrei italiani far finta di niente. L'accompagnamento di una personalità come la sua - sono noti i suoi orientamenti politici ben distanti dalla destra - poteva allora essere intesa come un monitoraggio, un'ipoteca su quello che Fini avrebbe detto e fatto. Infine avrebbe costituito una parziale garanzia per quella componente della comunità ebraica che restava più critica sulla visita in sé.

Le responsabilità del fascismo
In corso d'opera, per altro, Fini è riuscito a guadagnare qualche consenso alla sua iniziativa: ad esempio quello di David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme ed autorevole membro del Likud. Dell'epoca del male assoluto fa parte anche il fascismo? Gli era stato chiesto a conclusione della visita a Yad Vashem, il museo dell'Olocausto: "Certo. Nel male assoluto rientra tutto ciò che abbiamo visto oggi allo Yad Vashem. C'è un dovere della memoria, un dovere di denunciare le pagine vergognose che ci sono nella storia del nostro passato. Si deve capire la ragione per la quale l'ignavia, l'indifferenza, la complicità fecero sì che tantissimi italiani nel 1938 nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali volute dal fascismo". Eccola lì la parola chiave che vale tutto il viaggio. Fini riconosce le responsabilità del fascismo nella tragedia della deportazione e dell'annientamento degli ebrei. Lo sottolinea Amos Luzzatto: "È una grossa novità che Gianfranco Fini abbia menzionato il termine fascismo, che abbia detto che le leggi razziali le ha volute il fascismo. È la prima volta che glielo sento dire".

Paolo Naso