Il ritorno al passato dell'Irlanda del nord

Le elezioni dello scorso novembre in Ulster, che dovevano segnare un passo importante verso il superamento degli odi, hanno finito per premiare gli opposti radicalismi.

Un brusco, disperato ritorno al passato: è questo il dato che emerge dalle recenti elezioni in Irlanda del Nord del 26 novembre. A sei anni dagli accordi di pace del Venerdì Santo, gli abitanti delle sei contee dell'Ulster sono stati chiamati alle urne per eleggere un'Assemblea parlamentare che avrebbe dovuto assumere i poteri ordinari di governo della regione. Sarebbe stato un passo verso l'autodeterminazione di una regione che conta appena qualche abitante in più di Milano ma che, in circa 35 anni di conflitto, ha pagato un tributo di oltre 3500 morti.

Sono stati uccisi da opposti radicalismi politici troppo spesso intrecciati e confusi con speculari settarismi religiosi. Ancora oggi, del tutto impropriamente, si descrive il conflitto nordirlandese come uno scontro tra cattolici e protestanti: non è così. In questa piccola regione dell'Europa da secoli si confrontano due modelli politici: uno guarda a Londra, alle istituzioni monarchiche, al legame con la tradizione culturale britannica; l'altro ha un cuore repubblicano e nazionalista, sogna la riunificazione con Dublino, si nutre di miti e tradizioni celtiche. La tragedia del conflitto nordirlandese è stata che questi due progetti politici, approssimativamente, corrispondessero alla popolazione protestante il primo ed a quella cattolica il secondo. Tra schieramento politico e appartenenza confessionale si è quindi realizzato un corto circuito che ha infiammato il conflitto, caricandolo di valori identitari e religiosi. I "protestanti" da una parte, con le loro marce orangiste, la loro radice britannica ed i loro partiti; i cattolici dall'altra, con le loro processioni, il sogno di un'Irlanda unita ed indipendente, i loro partiti. "Cattoliche" e "protestanti" anche le formazioni paramilitari che da una parte e dall'altra si rendevano responsabili di una interminabile catena di attentati. Ma erano e restano blasfeme coperture di una assai prosaica violenza politica. Negli ultimi anni, finalmente, la lettura religiosa del conflitto si era stemperata e correttamente si correggevano le definizioni parlando piuttosto di "unionisti" e di " nazionalisti repubblicani". La discriminante che divideva la popolazione delle sei contee si laicizzava.

E per qualche anno il paese ha respirato un'aria nuova: la morsa del terrore sembrava allentarsi anche se i "nodi" restavano intricati. Il più complesso era quello del disarmo dell'Esercito repubblicano irlandese (Ira): promesso, iniziato ma mai realmente e pubblicamente completato. Nel frattempo la comunità internazionale ha trascurato questo focolaio di violenza pensando che ormai tutto fosse risolto. L'impegno della Casa Bianca come garante dell'accordo del Venerdì Santo del 1998, diretto ed evidente nella presidenza Clinton, si è fatto occasionale e distratto con Bush; altri scenari di conflitto hanno monopolizzato l'attenzione dei governi europei. Intanto il fuoco covava sotto la cenere. Le ambiguità nel processo di disarmo dell'Ira e le paure degli unionisti creavano una miscela molto pericolosa. Prevalevano sfiducia e rassegnazione. Intanto i radicali di una parte e dall'altra soffiavano sul fuoco denunciando l'inconsistenza degli accordi raggiunti. In queste campagne si è distinto il radicalismo unionista e settario del rev. Ian Paisley, pastore di origine battista ma presidente della minuscola Chiesa presbiteriana libera (al massimo quindicimila membri, a fronte degli oltre trecentomila della Chiesa presbiteriana d'Irlanda, dei quasi trecentomila anglicani, dei 60.000 metodisti, dei diecimila battisti). Il suo slogan era semplice quanto grossolano: "no surrender", nessuna resa, esattamente come proclamarono i protestanti di Derry al tempo dell'assedio della città da parte delle truppe "papiste" di Giacomo II nel 1689. Ma se le fortune della Chiesa del rev. Paisley appaiono complessivamente modeste non è così per il suo partito, il Partito unionista democratico (Pud), concorrente diretto del più moderato Partito unionista dell'Ulster sin qui guidato da David Trimble. Nelle ultime elezioni il Pud ha infatti conquistato 30 seggi e la maggioranza relativa.

Per la politica nordirlandese è un ritorno al passato più triste, quello dell'odio settario tra "protestanti" e "cattolici", quello delle liturgie della violenza in occasione di funerali di vittime o di attentatori, quello del razzismo in nome della tradizione religiosa.

Quel che è peggio è che il personale successo del "reverendo" Paisley rinforzerà un'interpretazione confessionalistica del conflitto: torneremo a leggere dell'arroganza protestante contro la maggioranza diseredata della popolazione cattolica, del colonialismo presbiteriano contrapposto alla lotta di liberazione del popolo irlandese. Non è di questo che ha bisogno l'Irlanda del nord.

Per fortuna negli ultimi dieci anni le chiese delle sei contee - quella cattolica e le varie denominazioni protestanti - hanno dato grandi prove di ecumenismo e di impegno per la riconciliazione e la pace. I simboli religiosi, in questo conflitto, sono diventati sempre più abusivi e strumentali.

D'altra parte anche nell'ambito del nazionalismo repubblicano si è affermato il partito radicale dello Sinn Fein la cui storia, come noto, si intreccia a quella dell'Ira: ne hanno pagato il prezzo i moderati del Partito socialdemocratico e laburista (Sdlp) di John Hume che, proprio per il suo impegno per la pace, nel 1998 ottenne il premio Nobel.

Queste elezioni, infine, hanno registrato un tasso di astensioni che sfiora il 40%: forse è il segnale peggiore. Non andare a votare in un contesto politicamente così polarizzato equivale a dire che tanto è tutto inutile, che in Irlanda del nord la pace è una chimera. Ma il futuro delle sei contee dipende proprio da queste persone sfiduciate e rassegnate. Sono loro che potranno assecondare o frenare i nuovi settarismi. Quanto alla pace vera, se ne potrà parlare quando questa maggioranza silenziosa si convincerà che non solo è possibile ma è anche urgente.

Paolo Naso